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"Mai più schiavi", in un libro la lotta contro la schiavitù in Mauritania

In Mauritania la schiavitù è una realtà attuale. Nel libro “Mai più schiavi. Biram Dah Abeid e la lotta pacifica per i diritti umani”, pubblicato dalle edizioni Paoline, si racconta la lotta dell'attivista, oggi in carcere, contro la schiavitù nel Paese africano

Adriana Masotti - Città del Vaticano

Le donne lavorano quindici-venti ore al giorno e spesso sono violentate dai loro padroni. I bambini che nascono da una mamma schiava sono di proprietà del padrone. Gli uomini, in cambio della loro attività, ricevono a malapena di che sfamarsi. Non è una cronaca dell’Ottocento, ma una realtà quotidiana in Mauritania. Nel Paese, sebbene la schiavitù sia stata ufficialmente abolita nel 1981, decine di migliaia di neri, sono vittime ancora oggi di qualche forma di asservimento da parte della popolazione arabo-berbera. Con il tacito consenso delle autorità.

La lotta pacifica di Biram Dah Abeid

Contro questo stato di cose lotta da 10 anni Biram Dah Abeid, nero e nipote di una schiava ma nato libero, che ha fondato l’Iniziativa per la Rinascita del Movimento Abolizionista (IRA): la sua è una lotta non violenta per la difesa dei diritti umani. Nel libro “Mai più schiavi”, la giornalista Maria Tatsos racconta la sua storia e il suo impegno ostinato, “sognando – scrive la Tatsos - una Mauritania in cui nessun essere umano sia padrone della vita di un altro”.

Le dimensioni del fenomeno della schiavitù

Ma quanto è vasto il fenomeno della schiavitù nel Paese? “Quella della Mauritania – risponde ai nostri microfoni l’autrice - è una schiavitù arcaica, nel senso che in Mauritania si nasce schiavi: si nasce schiavi se la propria mamma è schiava. Questa è la loro tradizione. Le persone coinvolte da questo fenomeno, secondo il dato di Global Slavery Index 2016, sarebbero circa 43mila. È difficile quantificarle perché, nel Paese, la schiavitù formalmente non esiste, per cui stiamo parlando di qualcosa che 'non c’è': gli schiavi sono invisibili, però ci sono. I numeri che mi ha dato Biram Dah Abeid, che ho incontrato a lungo, sono molto più alti: Biram parla di oltre mezzo milione di persone, che sarebbero circa il 15 percento della popolazione”.

Ascolta l'intervista a Maria Tatsos

Le radici della condizione servile

“Il fenomeno schiavistico ha qui radici storiche antiche - continua la Tatsos - radici legate a quello che è stato anche il traffico di schiavi in quest’area, che vedeva come protagonisti gli arabo-berberi, e come  vittime i neri, i neri della fascia di confine, perché ricordiamo che la Mauritania è un Paese che è un po’ al confine tra l’Africa nera e il nord Africa più arabo-berbero come caratteristiche. Queste persone tuttora gravitano per motivi economici intorno a quelli che sono stati i loro padroni o gli ex padroni. A volte ancora lavorano gratuitamente per questi padroni, senza ricevere nulla in cambio se non degli avanzi di cibo piuttosto che qualche straccio per vestirsi. Ecco, Biram sta lottando perché queste persone abbiano la possibilità di ricostruirsi una vita”.

Il governo punisce gli antischiavisti 

Imprigionato più volte,  Biram Dah Abeid è riuscito a portare la condizione del suo Paese sotto i riflettori degli osservatori internazionali. Nel 2013 è stato insignito del premio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Non è l'unico attivista, altre associazioni si stanno battendo per una società senza più schiavi. Ma la caratteristica della sua organizzazione è proprio la scelta della non violenza. Candidato alle prossime elezioni presidenziali mauritane, previste nel 2019, è in carcere dal 7 agosto scorso. Il 29 ottobre manifestazioni nella capitale che chiedevano la sua liberazione, sono state represse violentemente dalla polizia. “Nel 1981 - sottolinea la giornalista - è stata adottata una legge che è stata ribadita più volte anche dall’attuale presidente in carica, Mohamed Ould Abdel Aziz. La schiavitù è un crimine contro l’umanità, però la cosa paradossale è che coloro che combattono la schiavitù, come Biram Dah Abeid e il suo movimento, finiscono in carcere se fanno una manifestazione pacifica. D'altra parte il sistema giudiziario, per molti anni e tuttora, è stato in mano alla minoranza arabo-berbera che è al potere per cui i giudici purtroppo danno ragione ai padroni". Inoltre oggi in Mauritania, nessun sostegno è previsto per chi riuscisse a liberarsi dalla schiavitù in quanto a inserimento lavorativo per una vita autonoma.

L'enorme sofferenza delle donne in schiavitù

E la sorte peggiore tocca alle donne, sfruttate in tutti i modi. “ Certo - continua Maria Tatsos- perché le donne schiave sono cruciali in questo sistema, perché loro, rimanendo incinte, erano le 'produttrici' di nuovi schiavi. Il padrone che spesso violentava la schiava e la metteva incinta, diventava poi a sua volta 'proprietario' anche del figlio di lei. E lo diventava anche se non era lui il padre, ma il padre era magari un uomo libero, magari un altro uomo nero. Il padre purtroppo non aveva, e non ha, nessun potere sul proprio figlio. E queste povere donne vengono sfruttate dalle famiglie arabo-berbere benestanti che hanno piacere di avere una schiava: è uno status symbol avere una persona che lavora per te e ti risolve ogni problema in casa, perché le donne arabo-berbere, ma gli arabo-berberi in generale, non amano il lavoro manuale”.  

Perchè il libro "Mai più schiavi"

Con il suo libro Maria Tatsos vuole contribuire alla diffusione della coscienza di ciò che accade in Mauritania e desidera dare sostegno a Biram e a quanti come lui vogliono un mondo più umano. A fronte di un’immagine positiva che l’Europa ha del Paese per il suo efficace impegno contro il terrorismo, c’è un volto della Mauritania di oggi che è bene l’opinione pubblica internazionale conosca e per cui magari faccia pressione sui rispettivi governi per un cambiamento.

 

01 novembre 2018, 10:00