Versione Beta

Cerca

Vatican News

Giornata mondiale degli insegnanti. Prof. Monda: l’insegnamento è un esercizio della paternità

Ogni anno il 5 ottobre ricorre la giornata che l'Unesco dedica ai docenti. Tema dell'edizione 2018: "Il diritto all'educazione significa il diritto ad un insegnante qualificato"

Massimiliano Menichetti - Città del Vaticano

Domani sarà una giornata per augurare a tutti i docenti un anno ricco di soddisfazioni, ma ancora di più per confrontarsi e riflettere sul ruolo dei professionisti della formazione e sulle tante sfide che vengono affrontate quotidianamente: dalle difficili condizioni in aula, al rapporto con i ragazzi. L’Unesco ricorda che gli insegnanti hanno un ruolo chiave per l'attuazione dell'Agenda 2030 sull'educazione, mentre l’Unicef ribadisce che i tassi di alfabetizzazione globale non sono mai stati così alti, anche se ad oltre 120 milioni di bambini è tutt’ora negato il fondamentale diritto all'istruzione di base.

Guardando alla situazione italiana, lo scorso 5 gennaio, il Papa parlando ai rappresentanti dell’Associazione Italiana Maestri Cattolici ha ribadito la necessità di ricostruire il patto educativo fra scuola, famiglia e Stato. Al professore di religione Andrea Monda abbiamo chiesto che cosa significhi insegnare:

R. – Insegnare secondo me vuol dire “generare”: da questo punto di vista l’insegnamento è un esercizio della paternità, in maniera ovviamente specialissima. Io scherzo sul fatto che la scuola, ad esempio, duri nove mesi: il tempo di una gravidanza. Ciò vuol dire che al termine di questo cammino qualcosa deve nascere, qualcuno deve nascere: l’alunno che, a contatto con la generazione dell’adulto - un adulto credibile - mette in discussione se stesso. E questa crisi necessaria diventa rigenerativa, il che vuol dire che il ragazzo sarà abituato non più a pensare come prima, ma a vedere il mondo con un orizzonte più largo. Questo ovviamente è quello che dovrebbe essere, poi sappiamo che nella realtà è tutto più accidentato. Però la sfida è proprio questa: una relazione innanzitutto, che deve portare a una educazione, cioè portare fuori il ragazzo anche da se stesso, dalle sue gabbie mentali, dai suoi schemi e dai suoi pregiudizi; e accogliere la vita in maniera più larga e più ricca.

Il tema della Giornata Mondiale degli Insegnanti 2018 è “Il diritto all’educazione significa il diritto a un insegnante qualificato”: come sente questo tema?

R. – Questo aggettivo “qualificato” mi mette un po’ di ansia addosso, perché sembrerebbe qualcosa di un po’ tecnico, quasi da prodotto. Però vuol dire in realtà che non ci si può inventare o improvvisare insegnanti, ma c’è uno studio, una preparazione, che non è soltanto la competenza tecnica sull’argomento – quella è data per scontata – ma è l’acquisire quasi una raffinatezza nella relazione, cioè una capacità, direi quasi un’arte, di porsi come – appunto – adulto credibile che accompagna il giovane in un cammino da fare insieme. Secondo me, la competenza che un professore deve avere non è tanto quella di dare delle risposte ai giovani, ai suoi studenti, ma soprattutto il contrario: porre le domande, le domande giuste. Una “pedagogia della domanda”, tra l’altro tanto cara a Papa Francesco, secondo me è il punto qualificato di un vero insegnamento.

Ribaltiamolo: se qualificazione non è soltanto preparazione, è anche quel valore aggiunto, quel sapere incontrare l’altro, quel sapersi guardare, quell’avere un po’ di ironia su se stessi per poter dare una chiave di lettura diversa…

R. – Secondo me, dobbiamo un po’ smontare l’idea del professore che insegna nel senso che parla, dice la sua, e quindi offre risposte più o meno facili all’interlocutore. Io direi che un professore deve essere uno che addirittura tace, ascolta l’altro, e quindi poi lo muove con le sue domande. Il professore dovrebbe interrogare. Il professore interroga, ma non solo per verificare con dei sistemi per vedere quante nozioni hai acquisito di quelle che ti ho dato. Certo, questo è il campo in cui ci si incontra, ma io direi che il professore dovrebbe avere la curiosità rispetto al ragazzo che ha di fronte, che in realtà è un mondo misterioso e affascinante l’adolescenza di oggi. Dovremmo avere questa curiosità. Da questo punto di vista, anche un pizzico di ironia - di autoironia - è fondamentale: non montare o salire in cattedra ma scendere e incontrare l’altro, dicendo: “Ma tu come la pensi? Cosa hai nel cuore e nella testa?” La curiosità che lo porta all’ascolto e alla domanda, perché la domanda sollecita una risposta da parte dei ragazzi e quindi puoi ascoltarlo e veramente conoscerlo. Se non scatta questo incontro, puoi essere anche un pozzo di scienza ma rimane tutto inutile.

Professore in aula, scrittore e saggista, ma anche volto noto del piccolo schermo con “Buongiorno Professore” su Tv2000, idea giunta alla quarta stagione. In aula non si ascolta solamente...

R. – Sì, la scuola è quell’ora di lezione in cui può succedere veramente di tutto. È un luogo in cui ci si incontra, ci si conosce e si parla. E bisogna rispettare questa diversità. Io ho molti più anni di chi ho di fronte, e quindi loro sono anche, come dicevo prima, curiosi di quello. I ragazzi in fondo vanno a scuola per osservare i professori, non tanto per starli ad ascoltare, ma nel gioco verbale, nella dialettica della domanda e della risposta, stanno lì a guardare se quell’adulto che hanno di fronte è affidabile, se ci può in qualche modo scommettere sopra, se è credibile. Se questa cosa passa, se la persona quindi, prima ancora della scienza, riesce a intercettare le domande che hanno nel cuore i ragazzi, poi passa tutto il resto.

Qual è quindi l’appuntamento per i ragazzi, guardando alla trasmissione e alla vita?

R. – Da una parte, mi fa piacere dire che “Buongiorno Professore” riparte con la quarta stagione: andrà sempre in onda la domenica mattina alle 9.15 su Tv2000. Questo è l’appuntamento settimanale del “piccolo cammino”. Ma il “grande cammino”, per me che insegno al liceo, è il lavoro su cinque anni: incontro questi ragazzi quando hanno quattordici anni e li lascio a diciotto. Quindi il mio appuntamento è a cinque anni, e poi magari dopo, perché la scuola – per fortuna – è un’apertura alla vita e non finisce.

Ascolta l'intervista ad Andrea Monda sul ruolo dell'insegnante
04 ottobre 2018, 10:00