Versione Beta

Cerca

Vatican News
Campo profughi ad Idlib Campo profughi ad Idlib  (AFP or licensors)

Siria. Primi raid su Idlib. Suor Youla: si rischia il massacro

Media arabi e fonti locali segnalano l'inizio dei raid sulle aeree della provincia di Idlib controllata dai ribelli. La religiosa francescana ringrazia il Papa per i suoi accorati appelli per la pace in Siria. “Una guerra che non è un conflitto contro i cristiani – afferma – ma contro i siriani”

Marco Guerra - Città del Vaticano

Sono iniziati oggi i raid aerei sulle zone della provincia nordoccidentale di Idlib, controllate dai ribelli. È quanto riferiscono media siriani, fonti locali e gli attivisti del dell'Osservatorio siriano per i diritti umani, secondo i quali gli attacchi aerei sono stati condotti da caccia russi e per il momento si concentrano nell'area di Jisr ash Shughur, a ovest del capoluogo di Idlib. Raid sporadici sarebbero avvenuti tra anche tra Hama e Idlib. Diversi analisti ritengono che l’attacco della aviazione potrebbe anticipare l’offensiva di terra dell’esercito governativo siriano contro le ultime roccaforti degli insorti.

Il Cremlino: forze Damasco si stanno preparando

Il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov non ha commentato le notizie dei raid ma ha detto che le Forze Armate di Damasco sono pronte a risolvere “il problema del terrorismo” nella provincia di Idlib. “Sappiano che le forze armate siriane si stanno preparando a risolvere questo problema”, ha detto Peskov definendo Idlib una “sacca di terrorismo”.

Il monito di Trump

Nella notte il Presidente americano Donald Trump aveva lanciato un avvertimento al suo omologo siriano Assad. "Il presidente Bashar al Assad – ha scritto Trump su twitter - non dovrebbe attaccare sconsideratamente la provincia di Idlib in Siria. E russi e iraniani farebbero un grave errore umanitario nel prendere parte a questa possibile tragedia umana. Centinaia di migliaia di persone potrebbero essere uccise. Non facciamo che questo accada!". 

Venerdì vertice russo-turco-iraniano

Dal canto suo La Russia ha invitato l'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) a non trascurare i rapporti su un possibile 'provocatorio' uso di armi chimiche a Idlib. Gli sviluppi in Siria e nella regione così come le questioni che saranno discusse al vertice russo-turco-iraniano che si terrà venerdì a Tabriz, in Iran, sono stati i temi al centro dei colloqui a Damasco tra il Presidente siriano, Bashar al-Assad, e il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif. Assad e Zarif hanno affermato che "la pressione esercitata da alcuni Stati occidentali su Siria e Iran non li dissuaderà dal difendere i loro principi, gli interessi dei loro popoli e la sicurezza e la stabilità dell'intera regione

Si teme un massacro di civili in mano ai ribelli estremisti islamici

Sull’appello del Papa domenica scorsa all’Angelus in piazza san Pietro e la situazione ad Idlib sentiamo suor Youla Girges, religiosa francescana siriana delle Missionarie del Cuore immacolato di Maria, originaria del villaggio cristiano di Gassanieh, attualmente controllato dai ribelli islamisti

Ascolta l'intervista a suor Youla Girges

R. - Da sette anni il Papa non smette di fare appelli per il popolo siriano. Il Papa ha a cuore tutta l’umanità del popolo siriano, tutti i civili. Sappiamo che a Idlib sono ancora presenti tante comunità cristiane. Si teme che come in altri posti avvengano massacri… Il primo interesse del Papa è offrire una vita degna per tutti i civili che da sette anni sono in mano ai ribelli estremisti. Quindi è un appello positivo a tutta la comunità internazionale per promuovere quella trattativa di politica e di pace senza violenza, senza che altra gente debba morire.

Lei è originaria della provincia di Idlib, conosce molto bene quella zona, qual è la situazione in quell’area che il governo si appresta a riprendere sotto il suo controllo?

R. - Il mio villaggio, Gassanieh, è stato preso 5 anni fa. E’ stato completamente occupato dall’Isis, adesso non sappiamo che fine ha fatto, ma intorno ci sono altri villaggi cristiani in cui fino ad oggi c’erano ancora comunità cristiane con i frati francescani. Lì vivono sotto il potere di questi ribelli, seguono la loro legge, islamica, certamente. Nel mio villaggio non ci sono più cristiani, sono scappati dopo l’uccisione di padre François Mourad. Quando l’hanno ucciso la poca gente che c’era è scappata perché la loro vita era a rischio.

Dopo 7 anni di guerra che ha visto scontrarsi anche molte forze straniere sul campo, si parla perfino di guerra per procura, che cosa chiedono i siriani?

R. - Sono stanchi perché non capiscono che senso ha questa guerra. Chiedono la pace, chiedono alla comunità internazionale di intervenire per il bene del popolo siriano. Posso dire che i cristiani vivevano molto bene prima di questa guerra. Oggi no, devono vivere una legge estranea a noi, una legge che proibisce di avere proprietà, libertà di espressione, di (celebrare) cerimonie, tutto quello di cui godevamo con molta libertà. Questa è la situazione nelle zone occupate dai ribelli e nella provincia di Idlib.

E’ possibile ricostruire quel mosaico di etnie e religioni che componeva la Siria?

R. - Io penso di sì, perché con un senso di riconciliazione tra di noi, tra tutte le etnie che sono state colpite, si può. La guerra in Siria non è guerra contro i cristiani, ma contro i siriani. Le vittime sono stati cristiani, musulmani, drusi, ismaeliti… tutte le etnie. Sappiamo che la Siria era famosa per il suo bel mosaico e quando tornerà la pace potremmo ricostruire e continuare a vivere insieme. Infatti, a Damasco, negli ultimi due anni, abbiamo fatto un progetto di sostegno psico-sociale per i bambini traumatizzati dalla guerra dove si riunivano bambini cristiani e musulmani insieme per ricevere quell’aiuto. Io penso che il fermento rimasto sarà motivo di una rinascita, di un rafforzamento del cristianesimo che non è venuto mai meno.

In questi anni però c’è stato un esodo di cristiani, la situazione della comunità cristiana adesso qual è?

R. - Tanti siriani sono andati via, non solo i cristiani! Scappavano dai bombardamenti, dalla violenza che era entrata nelle loro città. Io ho sentito parecchie famiglie che vorrebbero tornare appena ritornino la sicurezza e la pace in Siria. La nostra cultura è molto ricca di vita sociale, è una cultura di famiglia. Tante famiglie mi hanno detto che non appena ci sarà la pace torneranno perché la loro vita, la nostra società sono lì. In Europa c’è un’altra mentalità, un altro modo di vivere. Io dico che la fede dei cristiani della Siria, in questi anni di guerra, si è rinforzata di più. Se la gente ha resistito è per la sua fede. Tutti i siriani, sia quelli rimasti in Siria che quelli che si trovano fuori, sono i discepoli di San Paolo. Noi siamo gli eredi di quella prima Chiesa che è iniziata a Damasco, quindi abbiamo il dovere di mantenere questa fede viva oggi più di prima.

 

04 settembre 2018, 10:13