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Rohingya in fuga dal Myanmar Rohingya in fuga dal Myanmar  (AFP or licensors)

Rapporto Onu denuncia il genocidio dei Rohingya

Secondo un rapporto stilato da una commissione indipendente incaricata dal Consiglio dell'Onu, i vertici militari del Myanmar potrebbero essere indagati e perseguiti per genocidio, in seguito agli atti commessi negli Stati birmani di Rakhine, Kachin e Shan nel 2017

Emiliano Sinopoli – Città del Vaticano

Il documento reso pubblico lo scorso 26 agosto è frutto della raccolta di quasi 900 testimonianze registrate tra i superstiti del massacro di 700.000 persone dello Stato di Rakhine. “Chi non è stato ucciso è fuggito nel vicino Bangladesh – ha spiegato a Vatican News Ugo Papi, giornalista esperto di Asia - e ha raccontato di bambini gettati vivi nel fuoco, di donne stuprate per giorni davanti ai propri figli, di uomini prima torturati e poi uccisi, di gole tagliate, arti mutilati o ogni genere di abominio che l'essere umano sia capace di perpetrare ai danni del prossimo. Adesso che le conclusioni sono state tratte l'Onu ha chiesto che il capo dell'esercito del Myanmar, il generale Min Aung Hlaing e altri alti funzionari militari vengano processati per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra contro i Rohingya".

Ascolta l'intervista a Ugo Papi

Il rapporto Onu

Nel documento si legge: “La necessità militare non giustifica mai l'uccisione indiscriminata, lo stupro di gruppo, l’aggressione dei bambini e la distruzione di interi villaggi". E poi prosegue asserendo: "Le tattiche dell'esercito del Paese sono state sproporzionate rispetto alle minacce alla sicurezza, specialmente nello Stato di Rakhine, ma anche nel nord del Myanmar. Il disprezzo dell’esercito per la vita umana, l'integrità e la libertà, e per la legge internazionale in generale, dovrebbe essere motivo di preoccupazione per l’intera popolazione". Per questi motivi il rapporto chiede alla Corte penale dell’Aja di processare per crimini contro l’umanità, il generale dell’esercito birmano, Aung Hlaing e cinque altri ali funzionari. Il documento denuncia anche la complicità del governo birmano, colpevole di aver lasciato che l’operazione militare fosse perpetrata e completata.

Le accuse ad Aung San Suu Kyi

Per questo l'Onu mette a disposizione il documento a chiunque voglia procedere contro il sistema birmano e persino contro la stessa leader Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace nel 1991, ritenuta corresponsabile del genocidio perché, si legge nel rapporto, avrebbe la colpa “di non aver utilizzato la sua posizione de facto di capo del governo, né la sua autorità morale, per contrastare o impedire il dipanarsi degli eventi contro i Rohingya. Con atti e omissioni - continuano gli investigatori Onu - le autorità civili hanno contribuito al fatto che venissero commessi crimini atroci”.

La replica del governo

Il Governo, dal canto suo ha fatto sapere di aver istituito una propria commissione d'inchiesta indipendente che risponderà alle "False accuse fatte dalle agenzie Onu e altre comunità internazionali". La versione ufficiale, sostenuta anche da San Suu Kyi è che l'esercito ha reagito agli attentati di matrice islamica perpetrati ai danni della maggioranza buddista.

Da dove nasce la persecuzione contro i Rohingya

“Prima i Rohingya sono stati vessati da ogni tipo di tassa - afferma Papi- poi sono stati privati di ogni forma di arma con cui potersi difendere, sono stati privati delle più basilari misure di attacco e infine sono stati fiaccati in mesi di massacri che avrebbero portato alla morte di oltre 700.000 persone. “I Rohingya, - conclude il giornalista -rispetto alle altre minoranze etniche presenti nel paese, sono oggetto da decenni di una campagna xenofoba e persecutoria costruita ad hoc dall’esercito che detiene parte del potere politico, e occupandosi di fatto anche del ministero delle relazioni con le minoranze etniche”.

Il messaggio di Papa Francesco

Il 6 dicembre scorso, Papa Francesco, durante l’udienza generale nell’Aula Paolo VI, ha ripercorso i momenti salienti del suo viaggio in Asia, e ha ricordato il recente viaggio in Myanmar e Bangladesh e, anche nei saluti nelle varie lingue, in particolare in quelli in arabo, si è detto “molto toccato” dall'incontro con i rifugiati Rohingya, ricordando che ha ‎chiesto loro il perdono “per le nostre mancanze e per il nostro silenzio”, ‎chiedendo alla comunità internazionale “di aiutarli e di soccorrere tutti i gruppi ‎oppressi e perseguitati presenti nel mondo”.

 

18 settembre 2018, 13:15