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Nicaragua: una barricata a Monimbo, quartiere della città di Masaya Nicaragua: una barricata a Monimbo, quartiere della città di Masaya  (AFP or licensors)

In Nicaragua tre giorni di manifestazioni contro Ortega

Ancora tre giorni di proteste in Nicaragua contro il presidente Daniel Ortega. Domani annunciato uno sciopero generale. La solidarietà e il sostegno dei vescovi del Centro e Sud America e dell'Unione europea ai fratelli nell'episcopato del Paese

Adriana Masotti - Città del Vaticano

In Nicaragua gli oppositori al presidente Daniel Ortega hanno dato il via oggi a tre giorni di proteste di massa con la richiesta delle sue dimissioni. Oggi una marcia attraverserà alcune delle strade principali della capitale, Managua. Nonostante le minacce da parte di gruppi filo-governativi di nuovi attacchi armati contro i manifestanti, hanno annunciato la loro presenza lavoratori, studenti e intellettuali, disoccupati, commercianti, agricoltori e sindacati. Per domani è previsto uno sciopero nazionale con lo stop di tutte le attività, sarà la seconda grande astensione dal lavoro dopo quella del 14 giugno scorso.
Le proteste di massa culmineranno sabato con una carovana di macchine che trasporteranno la bandiera nazionale, blu e bianca, attraverso diversi quartieri di ogni città del Nicaragua. Da parte sua il governo si prepara a rispondere venerdì con una marcia in ricordo della rivoluzione sandinista del 1979 nella città di Masaya, oggi simbolo dell'opposizione al governo, presidiata da oltre mille paramilitari e poliziotti armati.

Una crisi sanguinosa

Intanto, il segretario generale dell'Organizzazione degli Stati americani (OAS), Luis Almagro, ha invitato il governo del Nicaragua a deporre le armi e a indire elezioni anticipate.
La crisi socio-politica in corso in Nicaragua dallo scorso 18 aprile che, secondo le organizzazioni umanitarie conta ormai 351 vittime, è la più sanguinosa della storia del Paese in tempo di pace e la più dura dagli anni ’80 quando Ortega era già presidente.

I motivi delle proteste anti Ortega

Le proteste contro Ortega sono iniziate a causa del fallimento di alcune importanti riforme sociali e sono diventate una richiesta di dimissioni, dopo undici anni di presidenza, con accuse nei suoi confronti di abusi e corruzione.
In una dichiarazione, l'Associazione per i diritti umani del Nicaragua (ANPDH) ha chiesto che l'esercito indaghi sull'uso di armi di grosso calibro come mitragliatrici calibro 30 o lanciarazzi da parte di milizie sandiniste che supportano le operazioni di polizia contro i manifestanti in alcune città. Pronta la risposta dell’esercito che ha dichiarato di avere un "controllo assoluto" sul suo arsenale e ha negato qualsiasi coinvolgimento nella repressione dei manifestanti.

La preoccupazione del segretario dell'Onu

Profonda preoccupazione per l’intensificarsi delle violenze in Nicaragua è stata espressa oggi dal segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres. Guterres ha dichiarato di "riconoscere l'importante ruolo di mediazione della conferenza episcopale", e esortato “ tutte le parti a rispettare il ruolo dei mediatori, ad astenersi dall'uso della violenza e ad impegnarsi pienamente a partecipare al dialogo nazionale al fine di ridurre le violenze e trovare una soluzione pacifica all'attuale crisi".

I morti e le aggressioni a uomini di Chiesa

Lo scorso fine settimana, 14 persone sono morte a seguito di violenti raid della polizia nelle città di Diriamba e Jinotepe, nel sud-ovest del Paese e anche alcuni esponenti della Chiesa sono stati aggrediti come, lunedì scorso, lo stesso card. Leopoldo Brenes e il nunzio. Le Conferenze episcopali del Centro e Sud America in questi giorni hanno espresso la loro solidarietà ai vescovi del Nicaragua e assicurato l’invocazione a Dio per chiedere la pace e la giustizia per il Paese.

Gli appelli dei vescovi del Centro e Sud America

Dai vescovi honduregni, inoltre, è giunta l'esortazione ai presuli del Nicaragua a "non perdere la fede e la speranza e a continuare a proclamare il Regno di Dio, che è "giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo'". L’auspicio è di vedere nel Paese “un dialogo vero, onesto, aperto, trasparente, sincero e democratico, che porti a superare ogni differenza" e a ristabilire la pace.

I vescovi cubani hanno espresso profonda tristezza per le aggressioni avvenute nella Basilica di San Sebastian in Diriamba. Chiedono a Maria Immacolata di aprire le menti di chi si abbandona alla violenza e dicono il loro “profondo desiderio che le strade del perdono, del dialogo costruttivo e sincero, della verità, della giustizia e della legalità portino a una pace stabile e vera.”

Infine i presuli di Panama si appellano perché cessi la repressione del popolo nicaraguense. Sottolineano la necessità che il popolo venga ascoltato come si richiede in ogni Paese democratico in cui “pensare in modo diverso non porta alla persecuzione e alla repressione”. Ribadiscono quindi la richiesta di porre fine alla violenza e di mettere il bene comune di tutti i nicaraguensi al centro di un dialogo costruttivo.

La solidarietà dei vescovi dell'UE

E fa sentire la sua voce anche la Chiesa in Europa. In un messaggio di condanna dell’aggressione subita dall' arcivescovo di Managua, dal vescovo ausiliare e dal nunzio apostolico, il 9 luglio scorso, il presidente della Commissione degli affari esteri della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece), mons. Rimantas Norvila scrive: “Desidero chiedere all’Unione europea di sostenere le iniziative di mediazione e riconciliazione intraprese dai vescovi nicaraguensi nel processo di dialogo nazionale alla ricerca di una pace duratura”.
Il vescovo, a nome della Comece, “esprime solidarietà alla Chiesa in Nicaragua in questo periodo difficile”, “condividendo la viva preoccupazione espressa dal Santo Padre riguardo la situazione nel Paese”.
 

12 luglio 2018, 19:08