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Congo, Msf: ebola sotto controllo, prosegue impegno contro colera

L’epidemia di Ebola in Repubblica Democratica del Congo non è terminata ma i casi sono sotto controllo. Lo annuncia Medici Senza Frontiere che non abbassa però la guardia sul fronte di colera, malaria e altre malattie

Giada Aquilino - Città del Vaticano

L’epidemia di Ebola in Repubblica Democratica del Congo “non è ancora ufficialmente finita” ma sono stati compiuti “progressi” e i casi sono “sotto controllo”. Così Medici Senza Frontiere (Msf) a proposito dell’emergenza Ebola nella provincia dell’Equatore, nella parte nord occidentale dell’ex Zaire. Dopo un intervento di emergenza di due mesi, le équipe dell’organizzazione hanno iniziato a passare il testimone della risposta contro l’Ebola al ministero della Salute locale e ad altre ong nelle principali città della zona.

Rischio di diffusione

“L’epidemia è iniziata in villaggi abbastanza remoti, ma alcuni di questi casi hanno poi raggiunto il capoluogo provinciale Mbandaka, che è una città fluviale di diversi milioni di abitanti, in cui il rischio che l’epidemia potesse diffondersi anche a città come Konshasa o altre località era molto importante”, racconta Roberta Petrucci, pediatra italiana, coordinatore medico di Msf per l'emergenza Ebola, da poco rientrata proprio da Mbandaka (Ascolta e scarica l'intervista a Roberta Petrucci).

I centri di trattamento

Come Msf, prosegue la dottoressa Petrucci, “abbiamo aperto dei centri di trattamento per l’Ebola nei quali le persone malate potessero venire a farsi curare, ricevendo i migliori trattamenti possibili, puntando quindi a ridurre la mortalità e a far sì che le persone capissero che venire a farsi curare non solo significava proteggere la loro famiglia e la loro comunità da altri eventuali contagi ma offriva un’occasione in più di poter guarire. Poi è stato molto importante il fatto di parlare con le comunità, spiegare che cos’è la malattia, come si trasmette, come ci si può proteggere. Le altre attività - prosegue l’operatrice di Msf - sono state legate a fare in modo che gli eventuali decessi fossero gestiti in maniera sicura, magari con dei funerali in tutta sicurezza. Inoltre la comunità ci permette in generale di capire come l’epidemia stia evolvendo, quindi dove sono i casi, come si sta propagando, dove andare a cercare nuovi casi che - per timore o paura - possano essersi nascosti. Tutto questo ci consente di contenere l’epidemia e ridurre la mortalità”.

Le vaccinazioni “ad anello”

Nel corso dell’epidemia, dichiarata ufficialmente l’8 maggio, gli operatori del ministero della Salute congolese supportati da Msf hanno fornito assistenza a 38 pazienti confermati: 24 sono sopravvissuti e sono tornati nelle loro case, mentre purtroppo 14 sono morti. Monitorati inoltre 120 pazienti, poi risultati negativi al virus. “Abbiamo potuto mettere in atto per la prima volta in Congo - aggiunge Roberta Petrucci - la vaccinazione contro l’Ebola. Una vaccinazione che permette di coinvolgere le persone che sono state direttamente a contatto con dei malati e i contatti di questi contatti: viene definita una vaccinazione ‘ad anello’ per permettere di vaccinare le persone vicine a quelle malate e quindi ridurre il più possibile la diffusione dell’epidemia”.

Allarme per il colera

Se non dovessero esserci nuovi casi confermati, l’epidemia verrà ufficialmente dichiarata finita dalle autorità di Kinshasa il 22 luglio, 42 giorni (due volte il periodo massimo di incubazione dell’Ebola) più uno dopo la sepoltura sicura dell’ultimo paziente deceduto per gli effetti del virus. Ma l’impegno di Msf in Repubblica Democratica del Congo non finisce. Fin dallo scoppio di questa epidemia di Ebola, la nona da quando nel 1976 il virus venne identificato nell'allora Zaire, gli operatori sottolineano come nel Paese africano le persone siano a rischio anche per malaria, morbillo, colera e conseguenze di sfollamenti causati dalle violenze. “Nella fase acuta dell’epidemia - spiega il medico di Msf - ci si concentra sul riuscire a contenere la malattia. Però purtroppo la popolazione muore soprattutto di quelle malattie che richiamano meno l’attenzione. Quindi, insieme a tutti i pilastri della risposta all’epidemia, cerchiamo sempre di poter garantire l’accesso alle cure per malattie come la malaria, la gastroenterite. In questo momento, ad esempio, nel Kasai stiamo rispondendo ad una epidemia di colera. E come sempre ci sono grosse zone che sono in conflitto, la cui popolazione ha bisogno di accesso alle cure di base legate a queste problematiche”.

03 luglio 2018, 12:21