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Sport strumento di dialogo interculturale: la storia di Nasim Eshqi

E' la protagonista del documentario “Climbing Iran”, diretto da Francesca Borghetti. Una donna e una sportiva iraniana che ha scelto la montagna come luogo delle sue sfide

Luisa Urbani – Città del Vaticano

In Iran, l’arrampicata all’aperto è uno sport poco diffuso, soprattutto tra le donne: solo qualche centinaio di loro lo pratica. Si allenano soltanto nelle palestre, in spazi ed orari dedicati esclusivamente a loro. Hanno l’obbligo di indossare il velo anche per praticare sport. Una ragazza, però, non ha resistito al richiamo della natura ed è diventata una pioniera dell’arrampicata sportiva all’aperto. La sua storia sarà protagonista di un documentario, “Climbing Iran”, diretto dalla regista Francesca Borghetti.

La storia di Nasim

Nasim Eshqi, 36 anni, ha cominciato a dedicarsi all’arrampicata tredici anni fa. Oggi è l’unica donna che ha fatto del climbing una professione. Ma prima di arrivare a tanto ha dovuto scalare la montagna più difficile, quella dei pregiudizi e dei vincoli del suo Paese. A Teheran lo sport è considerato una perdita di tempo, soprattutto per le donne.
Nel free climbing è fondamentale la presenza di un compagno di cordata, ed è difficile per Nasim trovare la persona giusta con cui allenarsi al proprio livello. Gli uomini più esperti non sono facilmente disponibili. Le ragazze, al momento, non sono esperte quanto lei. “In Iran - racconta Nasim nel film-documentario - non ci sono molte persone con cui posso arrampicare. Ci sono molti bravi climber all’interno delle palestre ma non all’aperto”.

Il potere del colore rosa

Nasim scala sempre con lo smalto alle unghie. “Molte persone - racconta - mi chiedono spesso perché metto lo smalto che poi va via. Ma io penso che lo smalto mi dia un potere, il potere del colore, il potere del rosa. Sono felice di vederlo quando arrampico”.

Un film documentario di Francesca Borghetti

“Ho intercettato - racconta Francesca Borghetti - la storia di Nasim su un giornale italiano, le immagini che la ritraevano nello sforzo di salire la montagna senza velo hanno avuto una forte presa su di me e cominciato a muovere una curiosità verso questo ragazza”.

Un contesto attuale

“Si tratta - prosegue la regista - di una storia di una donna in un contesto apparentemente lontano dal nostro ma che risuona fortemente come modello tra chi in verità ha sotto gli occhi la cronaca quotidiana della violenza subita ancor oggi dalle donne nella nostra società. Il suo è un percorso di autodeterminazione realizzato attraverso la chiave dello sport e in verità attraverso l’empatia profonda con la natura. La vastità della natura e la maestosità terrificante della montagna sono il rifugio in cui ritrovare se stessi e prepararsi alle battaglie della vita vera”.

La montagna culturale

La montagna da scalare, dunque, non è solo fisica, ma è fatta anche di barriere culturali. La montagna è l’ambiente in cui si compie l’azione cruciale, è il luogo in cui la vera fatica, la sfida, diventa luogo di libertà. Una dimensione che riposiziona l’uomo di fronte ai suoi limiti e relativizza la sua smania di controllo e l’onnipotenza delle sue ideologie. “Scalare le montagne - illustra Francesca Borghetti - ha di per sé il valore simbolico della sfida personale per superare i propri limiti. La mia personale curiosità verso questo Paese, che da poco lancia segnali di apertura verso l’esterno, è animata dalla mia formazione di base nell’antropologia sociale e dalle tematiche in cui più mi rifletto come persona, l’impatto con l’intimità di una storia umana, in particolare di una donna che persegue i suoi obiettivi anche scontrandosi con le regole circostanti. 

Guardare oltre le vette

“Come donna, autrice e regista di questo progetto - spiega Francesca Borghetti - colgo la sfida di guardare oltre la montagna che ci separa da un Paese di cui si sa troppo poco e dove in verità esistono storie come quella di Nasim in cui possiamo trovare elementi per ritornare a guardare noi stessi, nelle nostre sfide personali, davanti alle montagne che ci si stagliano davanti”.

Lo scopo del progetto

“Con questo lavoro, vorrei contribuire alla crescita del dialogo interculturale tra Italia e Iran e rivelare qualcosa che il normale 'discorso' sull’Iran non trasmette: l’energia positiva delle sue persone, un Paese dinamico e complesso”.
 

13 giugno 2018, 18:00