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Convegno su crisi matrimoniali: fra le cause l'individualismo

Oggi a Roma un convegno per riflettere sulla relazione fra coniugi, sulla crisi e gli orizzonti di soluzione. Fra i relatori il prof. José Granados, che sottolinea come la famiglia debba essere considerata soggetto nella società e nella pastorale, e il prof. Sergio Belardinelli che si sofferma sull'individualismo a cui tende sempre di più la nostra società

Debora Donnini-Città del Vaticano

L'individualismo crescente e il rischio di considerare la famiglia come oggetto e non come soggetto sono fra i punti critici nel panorama della società attuale. Attorno a questi aspetti si sofferma oggi il convegno alla Pontificia Università Santa Croce dal titolo: "La relazione coniugale, crisi attuale e orizzonti di soluzione". Una questione affrontata sotto il profilo sociologico, giuridico, antropolgico e pastorale, con relatori di alto profilo. Per Sergio Belardinelli, professore ordinario di Sociologia dei processi Culturali e comunicativi dell'Università di Bologna, c'è anche il problema di una società che non favorisce le relazioni familiari:

 R. – Le cause sono molte, nel senso che hanno a che fare con quello che alla fine del Secolo XIX Simmel individuava proprio come “movimento verso l’individualità”: l’individualizzazione crescente sicuramente ha intaccato la stabilità delle relazioni familiari, del vincolo matrimoniale. E insieme a questo poi c’è anche una struttura della società che certamente non favorisce la relazione coniugale stabile. Gli individui oggi devono rispondere ad esigenze del mondo del lavoro che esigono flessibilità, disponibilità a muoversi molto. Insomma, una relazione come quella familiare di tutte queste cose certamente risente.

Eppure la famiglia è il primo ammortizzatore sociale, ad esempio in Italia, ed ha quindi una funzione sociale enorme…

R. – È sempre più evidente - le ricerche dei sociologi lo dicono con chiarezza - che chi ha avuto la fortuna di sperimentare relazioni famigliari degne del nome, costui ha innumerevoli più chance di realizzare se stesso di quante non ne abbiano coloro che magari una famiglia non l’hanno mai sperimentata...

Lei sostiene che nell’individuo che magari non ha avuto una famiglia, ci sia una maggiore fragilità?

R. – Sì. La maggior parte delle fragilità con le quali dobbiamo fare i conti oggi, sono da ricondurre a situazioni famigliari problematiche: dal bullismo dei ragazzi fino al senso di inadeguatezza degli adolescenti, dei giovani, e poi anche degli adulti. Il disagio sociale, di cui oggi parliamo, in gran parte è imputabile proprio all’erosione progressiva che abbiamo riscontrato in questi anni di relazioni sociali e famigliari forti. Io non ho niente contro la società contemporanea, sono convinto che sia una fonte incredibile di opportunità, solo che per cogliere queste opportunità, c’è bisogno di radicarsi da qualche parte, di essere cresciuti in un certo modo, di essersi costruiti una personalità che sia in grado, appunto, di affrontare i problemi, perché altrimenti lo sradicamento, il senso di disagio e di impotenza pervadono tutto quello che abbiamo intorno. E poi, un maggiore impegno su relazioni come possono essere quelle familiari, non è soltanto fatica: è qualcosa che ripaga, sia in termini di soddisfazione nella relazione coniugale, sia di soddisfazione nella relazione con i figli.

Ascolta l'intervista a Belardinelli:

Anche secondo il professor José Granados, vicepreside del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II, le cause della crisi fra i coniugi e nella famiglia, sono in parte da rintracciare nel crescente individualismo. La famiglia, invece, deve essere soggetto anche in senso pastorale, sottolinea: 

R. - Oggi viviamo una situazione sociale in cui la famiglia non è considerata soggetto. Per la società i soggetti sono gli individui. La famiglia come tale è – per così dire – invisibile; per la società non è importante il fatto che siamo padri, madri, sposi, figli … Importa che siamo individui. Penso che questo sia ciò che il Sinodo sulla famiglia abbia voluto recuperare, cioè la dimensione della famiglia come un soggetto pastorale, un soggetto ecclesiale e sociale. Nella mia relazione vorrei vedere un po’ come le relazioni possono arricchire sia la pastorale familiare della Chiesa sia la vita della società. È un'altra visione della persona. La persona non è un individuo autonomo che fa cose, ma è qualcuno che ha ricevuto la vita ed è chiamata a far fiorire questo dono ricevuto affinché questa diventi grande, bella e feconda. È un cambiamento di prospettiva.

Di cui la società occidentale oggi ha bisogno molto …


R. - Sì, ricordo che all’Istituto Giovanni Paolo II qualche volta riceviamo la nostra sezione dell’India. Loro ci dicono: “Anche voi contate gli individui. Quando si parla di una parrocchia, voi contate gli individui che sono in parrocchia. Noi in India siamo più abituati a contare la famiglia. Parliamo delle famiglie che sono in parrocchia”. Penso che questo sia un cambiamento di prospettiva. Questo vuol dire anche - perché il convegno parla della giustizia - vedere che la famiglia è soggetto di diritti e un soggetto sociale. Mi sembra che per la pastorale della Chiesa - perché toccare il tema della pastorale è decisivo – la famiglia non è solo oggetto del nostro agire, ma deve diventare anche protagonista della pastorale familiare. Questo vuol dire che i genitori hanno un ruolo pastorale come educatori dei figli, il ruolo primario dell’educazione dei figli, e in questo senso il futuro è nelle loro mani.

Ascolta l'intervista al professor Granados
19 aprile 2018, 12:19