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La conferenza stampa con il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, e il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu La conferenza stampa con il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, e il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu  (ANSA)

Turchia e Usa: “collaborazione” sulla crisi in Siria

Il segretario di Stato americano Tillerson e il ministro degli Esteri turco Cavusoglu hanno parlato di un'azione comune per superare gli elementi di contrasto sulla crisi siriana.

Marco Guerra – Città del Vaticano

Stati Uniti e Turchia hanno concordato la creazione di “gruppi di lavoro comuni” per affrontare gli elementi di contrasto sulla crisi siriana, a partire dal sostegno americano ai curdi-siriani dell'Ypg, che il governo turco considera terroristi e sta assediando nell'enclave di Afrin. Lo hanno annunciato, questa mattina, in una conferenza stampa congiunta ad Ankara il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, e il suo omologo turco, Mevlut Cavusoglu.

Usa e Turchia: stessi obiettivi sulla Siria

“D'ora in poi agiremo insieme attraverso meccanismi comuni” ha assicurato Tillerson. I due hanno quindi spiegato che tra  le priorità ci sarà la questione di Manbij, regione del nord della Siria controllata dai curdi che la Turchia minaccia di attaccare nonostante la presenza delle truppe americane.

L’esponente dell’amministrazione Trump ha detto anche che i due Paesi condividono gli stessi obiettivi in Siria: sconfiggere lo stato islamico, stabilizzare il Paese, assicurare un processo democratico e l'integrità  territoriale. Cavusoglu ha però ribadito che i rapporti tra Turchia e Usa sono in una “fase critica” e che Ankara si aspetta che Washington “mantenga la promessa fatta da Obama” sul ritiro delle milizie curdo-siriane a est del fiume Eufrate, abbandonando anche Manbij. Nel comunicato congiunto diffuso al termine del colloqui si chiarisce anche che Stati Uniti e Turchia si opporranno con forza a “qualsiasi tentativo di creare una situazione di 'fatto compiuto' e cambiamenti demografici in Siria”.

Nuove violenze ad Afrin e Idlib

Intanto, lo Stato Maggiore delle Forze Armate turche ha reso noto che sono 1551 i "terroristi neutralizzati" nella regione di Afrin, nella Siria nordoccidentale, dal 20 gennaio, quando la Turchia ha annunciato formalmente l'avvio dell'offensiva militare nell'area. Il bilancio si riferisce alle operazioni contro il Pkk, il Pyd, le milizie Ypg e il sedicente Stato islamico. Con il termine “neutralizzati” i militari turchi si riferiscono alla cattura o alla morte dei terroristi. Riguardo a questa offensiva, l'Osservatorio siriano per i diritti umani riferisce  invece di 34 i soldati turchi e 177 i ribelli filo Ankara uccisi.

Si registrano nuove violenze anche nella provincia di Idlib, dove ieri raid aerei hanno colpito una struttura sanitaria, che secondo gli attivisti dalla Rete siriana per i diritti umani (Snhr) è stata gravemente danneggiata ed è fuori uso. Sempre da Idlib, fonti locali riferiscono che le forze militari turche hanno eretto una sesta postazione di osservazione nella regione, che è fuori dal controllo governativo. Nel frattempo una fossa comune con i resti di 34 persone è  stata trovata dalle forze di Damasco nella provincia di Raqqa. Si tratta, secondo l'agenzia di stampa ufficiale  siriana Sana, di persone uccise dai jihadisti dell'Is. Infine La testata online del tg della tv di Stato russa, vesti.ru, ha pubblicato nella notte e poi subito cancellato la notizia secondo cui centinaia di mercenari russi sarebbero stati uccisi o feriti in un raid aereo Usa in Siria il 7 febbraio. Il collettivo Conflict Intelligence Team (Cit) ha finora identificato nove mercenari russi del gruppo Wagner che sarebbero morti nell'attacco.

Potenze straniere mantengono influenza

La Siria vede quindi un territorio diviso per zone di influenza con truppe stranire e fazioni interne che continuano a combattersi. Riguardo l’incontro di questa mattina tra il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, e il suo omologo turco, Mevlut Cavusoglu, abbiamo raccolto il commento del prof Germano Dottori, docente di Studi Strategici alla Luiss, secondo il quale l’America “non può rinunciare alla difesa dei curdi siriani, che sono di fatto il loro migliore alleato sul terreno”. Per questo motivo “gli americani hanno potuto accettare, senza particolari riserve, il colpo di mano che i turchi hanno fatto ad Afrin; ma non possono fare altrimenti nella zona che attualmente interessa i turchi, e che fa parte di quello che i curdi siriani considerano il loro ‘Rojava’, dove gli americani hanno schierato dei propri commandos per difendere i curdi siriani da un eventuale attacco turco”.

Nel complesso, il prof. Dottori rileva che sembra “essere tornata di nuovo una situazione di grande trambusto”. Questo perché “la Turchia sembra in qualche modo voler riaprire la partita e non considerarsi più sconfitta nella guerra civile che è stata combattuta fino adesso”. In pratica, conclude Dottori, “ognuno sta cercando di ricavarsi una piccola sfera di influenza all’interno della Siria, che è diventata il crocevia in cui dovranno essere realizzati e composti i nuovi equilibri di potenza di tutto il Medio Oriente”.

 

Ascolta e scarica l'intervista al prof. Germano Dottori
16 febbraio 2018, 14:46