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Proteste contro Israele e Stati Uniti Proteste contro Israele e Stati Uniti 

Le reazioni del mondo alla decisione di Trump. Onu: scelta unilaterale

Entro 6 mesi l'Ambasciata USA a Gerusalemme. Esulta Israele per la "decisione storica" del Presidente Trump, ma il resto del mondo si infiamma.

di Cecilia Seppia

"Gerusalemme è la capitale di Israele e entro 6 mesi sposteremo l’ambasciata Usa da Tel Aviv, per questo è il passo necessario per la pace".  Le parole del Presidente Trump aprono il vaso di Pandora in Medio Oriente e lasciano attonito il resto del mondo, eccetto il premier israeliano Netanyahu che esulta parlando di decisione storica.  

“Deplorevole” la definisce invece il presidente francese, Macron;“irresponsabile” quello turco, Erdogan, secondo il quale andrà tutto a beneficio dei terroristi.  La Giordania bolla la scelta di Washington illegale, e l’Iran aggiunge: "Gerusalemme appartiene all’Islam e ai palestinesi", mentre l’Unione Europea, si mostra gravemente preoccupata. Per i Ventotto la posizione resta però immutata: nessuno dei Paesi Ue, Londra compresa, sposterà le proprie rappresentanze da Tel Aviv.

Su Trump si abbatte l’ira dell’Onu con il Segretario Guterres che dice No ad ogni soluzione unilaterale sui negoziati. Perplessità anche da Mosca, mentre Hamas  replica: “sono state aperte le porte dell'Inferno. Il regime degli ayatollah innescherà una nuova Intifada”. Per padre Patton, Custode di Terra Santa questa decisione non fa che provocare danni irreparabili e aggiungere violenze, per questo come il Papa, Patton  lancia l’appello a rispettare lo status quo a Gerusalemme. Intanto a Gaza infiammano le proteste, alcune bandiere americane sono state date alle fiamme. Otto Paesi, tra cui anche l'Italia, chiedono una riunione di emergenza dell'Onu, intanto a Gaza bruciano le bandiere americane. 

Nella sua analisi, Dario Fabbri, analista di Limes, ci svela i retroscena di questa mossa:, parlando di almeno due messaggi concreti e due strumentali che il Capo della Casa Bianca ha voluto dare in questo modo.

"Anzitutto, il messaggio concreto iniziale è quello riguardante la politica domestica degli Stati Uniti: ovvero Trump, incapace oppure contrario ad estendere la propria base elettorale, tende allora a renderla più profonda e fedele, regalando  alla destra religiosa statunitense evangelica, storicamente legata ad Israele e al suo concetto religioso, un risultato simbolico come questo che non potrà che essere gradito. L’altro messaggio reale che Trump lancia con questa decisione ai suoi antagonistiper smascherarne la fragilità, alle prese con una narrazione internazionale che racconta un Medio Oriente ormai nella disponibilità di Russia e Iran anzitutto: Trump ha voluto segnalare con questa sua decisione così unilaterale, autoreferenziale e insulare, l’impossibilità delle potenze antagoniste di influenzarne o  neutralizzarne l’azione.

Non dimentichiamo che, soltanto 24 ore prima il discorso di Trump, Abu Mazen aveva chiamato Putin chiedendogli di difendere lo status di Gerusalemme, di fatto mettendo in grande imbarazzo il presidente russo. Questi sono i due messaggi fattuali: sul lato maggiormente propagandistico e strumentale, Trump così vuole promettere ad Israele che le relazioni bilaterali tra Israele e Stati Uniti torneranno al livello di assoluta preminenza che avevano fino a qualche anno fa, nella consapevolezza che questo non sarà possibile né oggi né domani, semplicemente perché il Medi Oriente è scaduto di rilevanza nei calcoli americani. E da ultimo, con questa decisione, altrettanto in maniera propagandistica, Trump vuole segnalare ai palestinesi che, ottenuto un risultato così simbolico ma comunque importante nell’interpretazione israeliana, adesso il governo Netanyahu dovrebbe essere pronto a concedere soddisfazione ai palestinesi in vista di un negoziato di pace, che però rimane del tutto aleatorio".

In ultimo la dichiarazione di Trump potrebbe essere letta in direzione di una spinta anche alla ripresa dei negoziati di pace tra israeliani e palestinesi? "Trump - sostiene Fabbri - lo ha segnalato apertamente ieri nel suo discorso: ha specificato che, a suo avviso, questa sua decisine non rappresenta il termine ultimo dei negoziati, ma anche, al contrario, l’avvio degli stessi. Immaginare però, in questa fase, che una decisione così controversa e anche provocatoria agli occhi dei palestinesi - ma se volessimo allargare lo sguardo del cosiddetto intero mondo arabo -, che questa decisione possa essere positiva in vista di un negoziato, beh, ci vuole una discreta fantasia… Resta il fatto che Trump punta anche molto sui sauditi, che in questo momento sono ultra-dipendenti dagli Stati Unitivista la loro fragilità intrinseca, per evitare grandi manifestazioni di massa nel Medio Oriente, e poi appunto rilanciare un processo di pace che però – ripeto – resta poco più di un’idea in questo momento. 

 

Ascolta e scarica il podcast con l'intervista integrale a Dario Fabbri:

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07 dicembre 2017, 15:01