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Il terremoto di Aleppo Il terremoto di Aleppo

Baturi: in Siria e Libano un pellegrinaggio tra un'umanità sofferente

L’arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei, di ritorno da un viaggio nei due Paesi del Medio Oriente, descrive una situazione drammatica, in cui le popolazioni colpite dal terremoto sono stanche e bisognose di aiuto. Sui migranti: “Necessaria l'accoglienza per chi bussa alle nostre porte, in Italia o in Europa”

Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

La popolazione siriana è stremata, messa in ginocchio economicamente da guerra, pandemie e ora dal terremoto. I cristiani tutti sono chiamati a farsi carico di una azione a sostegno di chi chiede di non essere dimenticato. Monsignor Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario della Conferenza episcopale italiana, rientrato il 5 marzo da una visita in Siria e Libano, racconta a Vatican News il suo viaggio da lui definito “un pellegrinaggio all’interno di una umanità sofferente, ma con luci di consolazione”:

Ascolta l'intervista con monsignor Giuseppe Baturi

Monsignor Baturi, come racconta questo suo viaggio?

Ho visto la distruzione che è stata provocata sia dal terremoto, sia da tutti gli eventi che in Siria hanno provato questo popolo che oggi appare davvero stremato: la lunga guerra che si è protratta in modo sanguinoso dal 2011, parliamo di circa mezzo milione di morti, di cui 26 mila minori; l'epidemia del coronavirus, anche con casi di colera; la crisi finanziaria determinata anche da quella libanese. E adesso il terremoto. Abbiamo visto una popolazione davvero stanca e provata e bisognosa di aiuto e di vicinanza. Abbiamo visto anche la comunità cristiana, nelle sue diverse articolazioni, farsi responsabile di un'azione di contenimento della povertà, ma anche di un'azione educativa verso i più poveri senza confini, di accoglienza, di amore anche dal punto di vista ospedaliero e sanitario. Quindi, è stato quasi un pellegrinaggio all'interno di una umanità sofferente, ma con delle luci di consolazione dovute alla presenza di uomini di fede di grande grande testimonianza.

Cosa le hanno chiesto le persone che ha incontrato?

Anzitutto dicevano grazie della nostra presenza e del nostro aiuto, perché la Chiesa italiana, grazie ai i fondi dell'8x1000, nella zona di Aleppo ha stanziato, in questi anni, quasi 3 milioni e mezzo di euro, e così anche a Damasco, per azioni contro la povertà, per permettere l'accoglienza negli ospedali, per azioni educative. Quindi abbiamo ricevuto il loro grazie perché hanno riconosciuto nella Chiesa italiana una mano tesa verso di loro. Chiedevano poi di non essere dimenticati, la Siria in fondo è finita in un cono d'ombra perché altre emergenze internazionali hanno preso il sopravvento. Ci chiedono quindi di essere vicini a loro, solidali, di preoccuparci del loro futuro. Una richiesta specifica che viene dai pastori della Chiesa è un ripensamento del sistema delle sanzioni internazionali, che non colpisce semplicemente il governo centrale, ma colpisce la popolazione, a pagarne le spese sono certamente i più poveri.

Il 26 marzo è stata indetta una colletta nazionale in tutte le chiese italiane, proprio in solidarietà con chi è stato colpito dal sisma. Come verranno utilizzati questi soldi? A chi saranno destinati?

Sono andato in Siria anche a dire questo, che la nostra vicinanza si esprime in modo così capillare anche con questa grande colletta che vedrà impegnate tutte le comunità cristiane in Italia che si radunano quel giorno nelle chiese. Saranno dei fondi destinati sia alla Turchia che alla Siria, secondo programmi molto certi e molto chiari. Nell'incontro con i vescovi, per esempio ad Aleppo con tutti i vescovi dei riti cattolici e anche con due ortodossi, si è definita una linea di azione, di concerto, in modo che i fondi vengano destinati effettivamente, all’interno di una sinergia operativa, ai bisogni di povertà più importanti, che sono quelli abitativi, quelli alimentari, quelli necessari alle persone, alle famiglie per riprendere una vita non dico normale, ma una vita degna di questo nome.

Eccellenza, in che modo la Chiesa italiana sta sostenendo queste popolazioni?

Soprattutto, per esempio, nelle strutture sia dei francescani di Aleppo, sia dei salesiani ad Aleppo, sia in una scuola che abbiamo visitato, però sempre gestita da nostri collaboratori e da organizzazioni che noi aiutiamo, le persone vengono aiutate, sfamate, vengono aiutate anche a ripensare al possibile reinserimento nelle loro case e anche a recuperare una serenità, perché c'è un elemento imponderabile, che non è misurabile, ma che è straordinariamente incidente, e che è la paura, e la paura blocca, porta a non rientrare nelle case, a non riaffrontare certi percorsi di vita quotidiana. E poi negli ospedali abbiamo visto gli ammalati, i feriti e abbiamo visto anche la difficoltà delle strutture statali a dare questo supporto. Tutto questo racconta la maggiore importanza dell'azione della Chiesa in quei luoghi, in collaborazione con le persone che lì si fanno carico della vita degli altri. Questo lo dico perché, anche in relazione alla colletta, è bene che tutti ci si senta corresponsabili, un lavoro ben fatto, un lavoro ben motivato, qui in Italia, salva vite di persone a distanza così rilevante da noi.

Le persone che fuggono da Paesi come la Siria sono poi coloro che spesso, purtroppo, diventano vittime delle traversate del Mediterraneo, come coloro che sono rimasti uccisi nel naufragio nei pressi delle coste della Calabria…

Il problema della fuga è dovuto alla mancanza di alternative. Non c'è libertà di restare quando mancano la casa e il lavoro, quando si rischia la vita, quando non ci sono supporti. E tanti si sentono costretti a cercare un futuro migliore emigrando, questo significa per noi la necessità dell'accoglienza per chi bussa alle nostre porte qui in Italia o in Europa, e la necessità anche di pensare a una possibilità diversa lì, nei loro luoghi di origine, significa anche la necessità di farci carico globalmente di popoli che guardano all'Europa con speranza e guardano all'Italia attendendo segni di fiducia. Quindi, l'accoglienza per chi va via da una parte e la disposizione ad aiutare chi rimane lì dall’altra, perché abbia una vita importante, capace di generare un futuro e un riscatto per i propri figli.

Oltre un milione e mezzo di profughi siriani sono arrivati nel vicino Libano, altro Paese da lei visitato e altro Paese in drammatica difficoltà…

Il Libano è in una situazione grave a causa di una crisi finanziaria che si è aggravata dopo lo scoppio nel porto del 4 agosto 2020, che ha creato una svalutazione che ha reso impossibile la vita di tanti, compresi tanti dipendenti pubblici, e che ha portato a condizioni veramente insostenibili. C'è anche una crisi politica, di stallo, dovuta alla mancata elezione ancora del presidente e, ancora una volta, una situazione di povertà, anche aggravata dai siriani che si trovano in quella zona, e a cui i libanesi da soli non possono provvedere. Anche qui abbiamo visto l'operosità della comunità cristiana e anche la richiesta di aiuto perché i cristiani possano restare e aiutare tutti gli altri… Due povertà certamente sono destinate ad abbracciarsi, ma ad aggravare la situazione di tutti. Non dimentichiamo queste zone, abbiamo una responsabilità storica e come cristiani non possiamo non sentire il loro peso come il nostro peso, le loro speranze come la ragione della nostra carità. L'ultimo pensiero vorrei dedicarlo alla nostra visita a Beirut, siamo andati al Santuario di Nostra Signora del Libano. Lì abbiamo visto tanti giovani pregare e pregare in silenzio. Vorrei che le storie che abbiamo incontrato, i volti che abbiamo visto, i racconti che ci sono stati fatti, siano tutti consegnati nel cuore della Madonna, che ispiri a tutti noi pensieri buoni per questa gente.

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08 marzo 2023, 17:24