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Padre Joseph Shih insieme al prefetto Paolo Ruffini Padre Joseph Shih insieme al prefetto Paolo Ruffini 

Lombardi: padre Shih, pienamente cinese e pienamente romano

i sono svolti sabato a Roma, presso la Curia generalizia della Compagnia di Gesù, i funerali di padre Joseph Shih, morto il 2 settembre, per trent’anni (dal 1978 al 2008) conduttore dei programmi nella Sezione cinese della Radio Vaticana

di Federico Lombardi

«Bene, servo buono e fedele, prendi parte alla gioia del tuo padrone!» Stiamo umilmente davanti a Dio pregando per il nostro caro confratello padre Joseph Shih e domandiamo per lui misericordia, grazia e salvezza. Lo facciamo con fiducia e serenità, e ci sembra di sentire nello sfondo la voce del Padre buono che lo accoglie al termine del suo lungo cammino, come servo fedele, che ha amministrato bene i suoi talenti e ora, compiuta la sua missione, è invitato a partecipare alla gioia del suo padrone. Io credo che padre Shih avesse pensato di morire in Cina, dove aveva passato gran parte dei suoi ultimi anni, ma dall’ultima volta che era tornato a Roma, alla fine del  2019, era rimasto trattenuto dal covid, che ha cambiato tanti nostri programmi e alla fine anche i suoi. Così ora siamo noi qui ad accompagnarlo davanti a Dio, ma sentiamo presenti i suoi parenti e tanti cristiani, sacerdoti e suore di Shanghai, fra i quali si sentiva accolto e amato non meno che qui fra noi.

Novantacinque anni di vita, settantasette nella Compagnia di Gesù. Il padre Shih era figlio della fede cristiana solida e radicata nella Chiesa cinese, anche se minoritaria. Una Chiesa che nell’ultimo secolo — quello appunto della vita del padre Shih — ha passato molte traversie, ma continua a guardare in avanti con fiducia, restando sempre nel cuore e nella mente del Papa, della Chiesa universale, e della Compagnia di Gesù fin dai tempi di Francesco Saverio e Matteo Ricci.

Sappiamo che il padre Shih ha insegnato a lungo alla Gregoriana catechetica missionaria, religione e filosofia cinese, ma poi è venuto alla Casa Scrittori (adesso San Pietro Canisio) per la conduzione del programma cinese della Radio Vaticana, dove ha servito per trent’anni, dalla fine del 1978 al 2008. Per molti di noi egli è stato, per lunghi anni, la Cina presente quotidianamente con noi, nella sua saggezza e cortesia, nel suo sorriso contenuto ma sincero, nella sua discrezione e nella sua laboriosità quotidiana. Lo ricordo venire fedelmente ogni giorno a Palazzo Pio, a trascorrervi la gran parte della giornata negli uffici della Sezione cinese, dove, come ben sanno i nostri antichi colleghi, si parlava poco, non si perdeva mai tempo e si lavorava moltissimo per tradurre, redigere, prepararsi per andare al microfono. Io credo che non molti si rendano conto di che cosa voleva dire la preparazione quotidiana dei testi per una trasmissione di quarantadue minuti di parlato in cinese, testi tutti tradotti o scritti in base a fonti in altre lingue molto diverse. Ogni giorno, per decenni, senza saltare mai un giorno. Penso che rendere omaggio oggi al padre Shih e al suo lavoro per la Chiesa in Cina sia allo stesso tempo rendere omaggio spirituale ai suoi collaboratori fedeli, senza dei quali non avrebbe potuto condurre il suo servizio. Servo fedele, al lavoro con servi fedeli.

Nella sua discrezione il padre Shih era molto consapevole dell’evolversi della comunicazione, e nella sua età anziana passava molto tempo davanti al computer. Fu tra i primi fra noi a insistere sull’importanza di mettere a disposizione i testi scritti sul sito internet, e nel corso di pochi anni sul sito della Radio Vaticana si erano accumulate migliaia e migliaia di pagine in cinese, non solo per l’informazione, ma per la formazione religiosa, per il servizio pastorale da parte dei sacerdoti e così via. Poche settimane fa abbiamo dato il saluto al padre Vanhoye. Ricordo quante volte il padre Shih parlava con fierezza della traduzione in cinese di opere biblico-pastorali del padre Vanhoye, o di dottrina sociale del padre Carrier, e così via, messe a disposizione di tutti tramite internet. Sempre per il servizio della fede e della Chiesa.

Come diceva San Paolo: «Come potranno credere senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? [...] Ora io dico: per tutta la terra è corsa la loro voce e fino ai confini del mondo le loro parole». Le circostanze della storia hanno condotto il padre Shih a passare la maggior parte della sua vita in Europa e concretamente a Roma, dove mi pare che si sia sentito serenamente a casa, perché Roma nella Chiesa cattolica è la casa di tutti. Ai nostri giorni siamo abituati a parlare della Cina sotto i diversi punti di vista — economico, culturale, politico, religioso — sempre un po’ drammaticamente. Grandissimi numeri, grandi paure, grandi sviluppi, grandi tensioni. Il padre Shih era una persona che lasciava trasparire tranquilla saggezza e grande equilibrio. Sembrava al disopra delle parti, più attento all’esperienza e alla realtà che alle grandi parole delle ideologie. Non si presentava mai come “quello che ha capito tutto”, non si metteva mai in vista, ma i suoi pareri e le sue considerazioni meritavano di essere ascoltati da chi si occupava di questioni della Chiesa in Cina, e hanno certamente contribuito a fare passi avanti nel dialogo. Egli era veramente, nella sua persona stessa, nella sua mente e nel suo cuore, un ponte di dialogo.

Vorrei dire che il padre Shih era allo stesso tempo pienamente cinese e pienamente romano, viveva con naturalezza la profonda devozione per il Santo Padre radicata nella grande tradizione cattolica cinese. Ma alla fine ho sinceramente ammirato la sua volontà di tornare a Shanghai al termine del suo servizio alla Radio Vaticana, quando aveva già più di 80 anni. Quello era il suo popolo, quella la sua parte di Chiesa. Là poteva essere più utile con il suo ministero sacerdotale e con la sua presenza amica e solidale, con il suo consiglio spiritualmente autorevole. Tornava regolarmente a Roma, per conservare e coltivare rapporti utili, ma la sua missione continuava a guardare là, perché anche nel tumultuoso cammino del più numeroso popolo della terra continui a risonare l’annuncio: «Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo».

Il padre Shih ha confessato con la bocca e ha creduto con il cuore, perciò, ci dice San Paolo, «non sarà deluso». Lo accompagniamo con fiducia, grati per aver potuto godere della sua amicizia camminando verso il Signore, e continueremo a pregare con lui per il popolo e la Chiesa della Cina.

06 settembre 2021, 15:44