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Il Senegal, esempio di dialogo tra le religioni, alla luce del documento di Abu Dhabi

L’applicazione della Dichiarazione sulla Fratellanza umana, il dialogo islamo-cristiano e la cultura della pace in Senegal. Se ne parla oggi pomeriggio, in un importante convegno organizzato dall’Ambasciata del Senegal presso la Santa Sede e dalla Comunità di Sant’Egidio

Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

La costruzione di una patria comune è sempre stata, in Senegal, una visione che ha unito, sin dall’indipendenza dalla Francia, tutte le religioni, in un Paese per la maggior parte di fede islamica e, in minima parte, composto da cristiani e animisti. Il dialogo religioso è un vissuto importante e, ancora oggi, è una forte tradizione, radicata nel messaggio di un personaggio come Léopold Sédar Senghor, politico, poeta e primo presidente del Senegal, dopo l’uscita di scena di Parigi, un cristiano votato dalla stragrande maggioranza dei cittadini, musulmani compresi, colui che incoraggiò una fraternità vissuta, e non soltanto proclamata, che ancora oggi è nel Dna dei senegalesi. Don Angelo Romano, esperto conoscitore del Paese africano, e organizzatore, come Comunità di Sant’Egidio dell’odierno convegno, assieme all’ambasciata del Senegal presso la Santa Sede, spiega così l’importanza di questo appuntamento, una “occasione felice per riflettere sul tema del documento sulla Fratellanza Umana e, in generale, per riflettere sull’importanza del dialogo religioso per la costruzione della pace” e al quale prendono parte tra i principali protagonisti del documento di Abu Dhabi, il cardinale Miguel Angel Ayuso, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso e Mohamed Abdel Salam, segretario generale del Comitato Superiore della Fratellanza umana.

Ascolta l'intervista con don Angelo Romano

Le sfide del Senegal e la Dichiarazione sulla Fratellanza

Il documento di Abu Dhabi sostiene e rilancia il lavoro comune tra cristiani e musulmani per il bene comune di un Paese che davanti a sé ha tante sfide, spiega don Angelo, “da quella di uno sviluppo sostenibile, a quella del posto delle giovani generazioni all’interno della società, sfide che i credenti dovranno affrontare insieme”. Soltanto due mesi fa il Paese si è trovato ad affrontare una forte situazione di violenza, momenti di grave tensione, generati dall’arresto del capo dell’opposizione ma causati, anche, dalla complicata situazione economica, esacerbata dagli effetti della pandemia di Covid e dal malcontento dei giovani. Un momento difficile, che ha visto anche la morte di alcuni ragazzi, e rientrato grazie anche all’intervento dei leader religiosi, da parte cattolica, con la Conferenza episcopale del Paese, così come del califfo generale dei Muridi, importante confraternita musulmana, e delle altre autorità islamiche senegalesi.

Il Senegal ed il suo rapporto con i Papi

Una figura importante come simbolo del dialogo islamo-cristiano in Senegal, è sicuramente quella del cardinale Hyachinthe Thiandoum, arcivescovo di Dakar, uno dei primi porporati africani, al quale il convegno dedica una delle relazioni, così come un altro momento del pomeriggio è rivolto all’ ‘Universalismo dell’azione della Fondazione Giovani Paolo II per il Sahel: un segno della sollecitudine di Giovanni Paolo II verso tutte le religioni’. Quando Papa Wojtyła arrivò in Senegal, ed era il 1992, disse di andare “incontro ad un popolo in cui si professano varie religioni, ma che sa accettare le sue differenze e avere fiducia nel dialogo”, inoltre sottolineò la “stima internazionale” per “l’amore per la coesistenza armoniosa fra membri di fedi differenti”.

È una lunga storia quella che lega il Senegal ai Papi, spiega ancora don Romano, “Giovanni XXIII accolse Senghor, quando ancora non era presidente, insieme ad altri scrittori africani in occasione del secondo convegno di artisti e scrittori africani a Roma, nel 1959. Senghor, inoltre, era uno degli autori più citati da Paolo VI nelle sue riflessioni sull' Africa, ed è stato uno dei presidenti da lui più ricevuti, per ben quattro volte”. Seghor, così come Julius Nyerere della Tanzania e Félix Houphoet-Boigny della Costa d’Avorio, sono stati leader cristiani che “nella prima stagione dell’indipendenza, hanno saputo dare un'identità a Paesi di coabitazione islamo-cristiana”, una forte responsabilità supportata dai Papi, un rapporto che negli anni è cresciuto, conclude don Romano, “e che certamente rappresenta un esempio felice”.

11 maggio 2021, 15:56