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"Un mese con Maria", Massimiliano Kolbe e la devozione alla Vergine

"Solo l'amore crea": le parole di questo giovane sacerdote polacco che, ad Auschwitz, offrì la sua vita per salvare un padre di famiglia sono l'emblema di una vita spesa nel segno della dedizione e della cura per gli altri. Il cardinale Angelo Comastri ne ripercorre le tappe nella sua meditazione che fa parte di un ciclo di 31 puntate realizzate da Telepace e rilanciate da Vatican News per scoprire la devozione alla Vergine nel mese a lei dedicato

Eugenio Bonanata e Daniele D'Elia - Città del Vaticano

San Massimiliano Kolbe, prima di morire ad Auschwitz, il 14 agosto del 1941, pronuncia le sue ultime parole: “Ave Maria”. Prigioniero al campo di concentramento, si offrì di morire al posto di un padre di famiglia. Cosi, insieme ad altri condannati, fu spostato al “blocco 14” dove si moriva di fame, lentamente. La lenta agonia dei reclusi nel bunker fu addolcita dalla presenza, tra loro, del sacerdote polacco, che li guidò nella preghiera. La loro morte fu accelerata con un'iniezione di fenolo. Questo martire chiudeva la sua vita terrena lodando la Vergine Maria e affidandosi a Lei nell'ora del trapasso. Il giorno della sua canonizzazione, Giovanni Paolo II ricordò che l'Immacolata aveva ispirato tutta la vita del sacerdote e a Lei “affidava il suo amore per Cristo e il suo desiderio di martirio”.

"Un mese con Maria" - 28.ma meditazione

Nella puntata di oggi, il cardinale ricorda la vita di Rajmund Kolbe che, entrato nell'ordine dei francescani nel periodo del secondo conflitto mondiale, poi prese il nome di Massimiliano. La sua vocazione risale agli anni della giovinezza quando, mentre era in preghiera, gli apparve la Vergine Maria che gli offriva gigli e rose rosse, simboli rispettivamente di verginità e di martirio. Nel 1917, mentre era ancora in formazione, fondò insieme ad altri compagni di studio la “Milizia di Maria Immacolata” con lo scopo di rinnovare il mondo con il sostegno di Maria. Ordinato sacerdote, a Roma, cominciò a soffrire di tubercolosi. Malgrado le sue precarie condizioni di salute si adoperò instancabilmente tra Europa e Giappone per la diffusione dello spirito della milizia. Quando scoppio la Seconda Guerra Mondiale, il convento di Niepokalanów da lui fondato vicino Varsavia era una realtà fiorente. I nazisti lo chiusero e dispersero quasi tutti i religiosi li presenti per il mondo. Quelli che restarono, tra questi Kolbe, si prestarono ad accogliere malati, profughi e perseguitati in questa struttura denominata “Città dell'Immacolata”. Subì, assieme ad altri confratelli, varie angherie e fu arrestato diverse volte. Trasferito infine ad Auschwitz ricevette il numero di matricola 16670. Fu visto “porgere lui stesso il braccio al suo assassino” senza perdere la serenità e mantenendo un volto raggiante. Al carnefice, ricorda Comastri, rivolse le parole proverbiali: “Lei non ha capito nulla della vita. L'odio non serve a niente, solo l'amore crea”.

 

28 maggio 2021, 14:00