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Santi Marcellino e Pietro al Laterano, crocevia di fede

La chiesa conserva la memoria dei santi martiri ma non le loro spoglie mortali. Le reliquie si trovano in alcune chiese in Germania e in Italia a dimostrazione della loro grande popolarità e di una profonda devozione, tanto che i loro nomi compaiono in una delle preghiere eucaristiche più antiche, quella risalente al pontificato di papa Vigilio, tra il 537 e il 555

Maria Milvia Morciano -  Città del Vaticano

Esattamente all’incrocio tra via Labicana e via Merulana, a un livello leggermente inferiore rispetto al piano stradale attuale, si eleva la chiesa dei Santi Marcellino e Pietro.

Questo è un punto sempre molto trafficato del Rione Monti, proprio al centro del rettifilo aperto da papa Gregorio XIII e completato da Sisto V alla fine del Cinquecento, che mette in comunicazione le due basiliche di Santa Maria Maggiore e San Giovanni in Laterano. E infatti la chiesa si trova proprio al centro di una croce ideale formata dalle due basiliche maggiori, il Colosseo e Porta Maggiore.
Le sue forme barocche appena movimentate da lesene, così equilibrate e semplici, custodiscono, come sempre a Roma, una storia ben più antica.

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Un’iscrizione rinvenuta nelle fondamenta ne attesterebbe la costruzione nel IV secolo ad opera di papa Siricio. Ancora nel 590 è nominata come titulus di san Marcellino e Pietro. La prima notizia certa si trova nel  Liber Pontificalis riferita a papa Gregorio III  che recita: Fecit etiam de novo ecclesiam sanctorum Marcellini et Petri prope Lateranum, “Costruì anche a nuovo la chiesa dei santi Marcellino e Pietro vicino al Laterano”, quindi, l'edificio fu costruito ex novo e nell’operazione sarebbe stata demolita la chiesa precedente.
In quel tempo la zona era già un nodo viario nevralgico testimoniato anche dai molti pellegrini che sostavano presso l’annesso ospizio chiamato "del San Salvatore".

La chiesa fu restaurata per volere di Papa Alessandro IV nel 1256, come recita a destra dell’ingresso, un’iscrizione in latino, decorata in basso dalle figure di Marcellino e Pietro.

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Vent'anni dopo, l'ospizio e la chiesa furono affidati alla Confraternita del Salvatore dimostrando che l'ospizio era ancora in funzione.

Nel 1707 Papa Clemente XI cedette il complesso all'ordine monastico dei Maroniti aleppini antoniani, che vi stabilì un monastero, ma dopo cinquant’anni la chiesa versava in un tale stato di degrado che,  nel 1753, i monaci si trasferirono a Sant'Antonio Abate dei Maroniti, dove tuttora risiedono. Già alcuni anni prima, nel 1751, la chiesa fu radicalmente ricostruita per volere di  papa Benedetto XIV e realizzata da Girolamo Theodoli, architetto di nobile lignaggio attivo a Roma.

La chiesa

L’esterno a forma di dado si riflette all’interno nella pianta a croce greca. Lo stile, diverso dal barocco fastoso cui siamo abituati, anticipa in modo chiaro un'evoluzione verso le forme più essenziali del neoclassicismo. La facciata è scandita da paraste ioniche e sormontata da un timpano con l’iscrizione dedicatoria che corre sull’architrave per tutta la larghezza. La cupola invece è a gradoni e risente dell’influenza esercitata dal Borromini in quegli anni.

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All’interno, sull’altare maggiore sormontato da un’abside bianca, innervata di costolature, vi è una pala con il martirio dei santi titolari, opera di Gaetano Lapis.

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Una cappella laterale, alla quale si accede tramite un portone, è dedicata a Nostra Signora di Lourdes. Il soffitto è stato realizzato nel 1903 insieme ai quadri laterali con le raffigurazioni del santuario di Lourdes e la visione di Santa Bernadette.

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Durante le violente manifestazioni dei "Black block", nell’ottobre del 2011, una croce fu sfregiata e la statua di una Madonnina portata sul sagrato e distrutta.  

I luoghi di Marcellino e Pietro

La fede cristiana si stava diffondendo sempre più, le comunità si moltiplicavano e il potere centrale era terrorizzato da una religione che parlava di uguaglianza e di amore. Una rivoluzione impossibile da arginare. Nel 304 Diocleziano ordinò una delle persecuzioni più cruente. Papa Damaso I, che all’epoca era ancora molto giovane, riferisce il racconto diretto che gli fece il carnefice di Marcellino, presbitero, e di Pietro, esorcista, e sottolinea di poter raccontare per aver ascoltato lui direttamente le parole del carnefice. I due santi rimasero segregati in carcere, poi trascinati in un bosco chiamato Selva Nera, nella zona dell’odierna Pignattara, sottoposti a torture, umiliazioni e infine giustiziati per decapitazione. I corpi furono però ritrovati e recuperati dalla matrona romana Lucilla e sepolti nel cimitero chiamato Ad duas lauros sulla via Casilina, nel quartiere Prenestino-Labicano. Costantino nel 330 fece quindi costruire la chiesa detta dei Santi Marcellino e Pietro ad duas Lauros vicino al Mausoleo di Elena, madre dell’imperatore.

Una devozione che si irradia

La grande popolarità dei due martiri si riflette nella dispersione delle loro reliquie. Papa Gregorio IV le inviò in Francia dove Eginardo, consigliere di Carlo Magno, le avrebbe traslate nell'abbazia di Seligenstadt sul Meno, presso Magonza. Eginardo scrisse il De Translatione et miraculis sanctorum Marcellini et Petri, "La traslazione e i miracoli dei santi Marcellino e Pietro". Altri frammenti ossei si trovano in diverse chiese italiane, come in Abruzzo, a Montedorisio nella chiesa di San Giovanni Battista e nella chiesa di Santa Maria Maggiore in Campania, a Piedimonte Matese, dove i santi sono patroni della città.

11 marzo 2021, 11:54