Cerca

Vatican News
Il presidente sud sudanese Salva Kiir e il vice Riek Machar Il presidente sud sudanese Salva Kiir e il vice Riek Machar  (AFP or licensors)

Sud Sudan, ad un anno dall' unità nazionale servono ancora pace e sicurezza

Dal momento dell'intesa tra governo e ribelli, Chiesa e società civile insieme in una nota denunciano una situazione preoccupante e chiedono ciò di cui la popolazione ha disperatamente bisogno

Isabella Piro - Città del Vaticano 

Un anno fa, il 22 febbraio 2020, il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, e il leader dei ribelli Riek Machar annunciavano un'intesa per formare un governo di unità nazionale (Transitional Government of National Unity). A 365 giorni da quella data, il Consiglio delle Chiese del Paese (Sscc), insieme al Forum nazionale della società civile (Sscsf) e alla Coalizione delle donne sud sudanesi per la pace (Sswcp) hanno diffuso un appello congiunto al governo affinché ripristini la pace, la sicurezza e la stabilità, ponendo fine “ad ogni spargimento di sangue”. In particolare, i firmatari della nota denunciano “le devastanti violenze intercomunitarie, gli sfollamenti di civili, le violenze sessuali e di genere, i blocchi stradali per estorcere denaro a viaggiatori e operatori umanitari”, insieme ad “un’economia che vacilla con tassi di inflazione vertiginosi”. Inoltre, si ricorda che “i rapporti delle agenzie umanitarie indicano costantemente un aumento del numero di persone che hanno bisogno di aiuto nel Paese”.

I firmatari ribadiscono anche che “non è la prima volta che facciamo appello agli stessi leader affinché adempiano alle loro responsabilità nei confronti della nazione e dei suoi cittadini”. Di fronte ad una “insopportabile situazione di sofferenza umana”, per di più “crescente”, i tre organismi si dicono quindi “spinti a dare voce alla richiesta del popolo di porre fine ai conflitti violenti e all'insicurezza, agli spostamenti dei civili e alla continua creazione di orfani e vedove”. Per questo, essi esortano congiuntamente “tutti i rappresentanti e i leader religiosi, le donne, i giovani e gli esponenti della società civile ad unirsi, alzare la voce e chiedere ciò di cui la popolazione ha disperatamente bisogno, ovvero pace, sicurezza e stabilità”.

Servono ancora cambiamenti significativi

“Mentre riconosciamo il calo degli scontri militari tra le parti in causa”, così come “i passi positivi” compiuti per riconoscere i responsabili “dei crimini contro i civili” e per promuovere il lavoro dell’esecutivo, prosegue la nota, “rimaniamo profondamente preoccupati del fatto che la situazione generale non sia migliorata in modo convincente”. I firmatari evidenziano, infatti, che nonostante i numerosi appelli lanciati nel corso dell’ultimo anno, non si è verificato alcun “cambiamento significativo di fronte alla crisi” che attanaglia il Paese e “alla sofferenza umana” dei cittadini. Per questo, essi si impegnano a reiterare il proprio appello “fino a quando tutti i leader nazionali lo ascolteranno e porteranno pace, giustizia, libertà e prosperità a tutti i cittadini del Sud Sudan”. La nota congiunta si conclude con l’hashtag #SouthSudanIsCalling (Il Sud Sudan sta chiamando).

Da ricordare che il Sscc è un organismo ecumenico che comprende diverse Chiese membri, nonché Chiese associate e che opera in favore della riconciliazione nazionale. La Coalizione delle donne e il Forum della società civile lavorano, invece, sulla ricerca della pace.

 

 

22 febbraio 2021, 12:51