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La protesta dei membri della comunità Dalit marginalizzata in India La protesta dei membri della comunità Dalit marginalizzata in India 

India, Dalit cristiani fuori dalle quote elettorali. La delusione dei vescovi

L’11 febbraio il ministro della Giustizia e delle Tecnologie dell’informazione, Ravi Shankar Prasad, ha dichiarato al Parlamento che il Governo non intende modificare le regole in vigore che penalizzano i Dalit. Per i presuli del Paese è deplorevole che il governo persista in questa posizione

Lisa Zengarini - Città del Vaticano

Nuovo colpo ai diritti dei cristiani in India. Nei giorni scorsi, il Governo del primo ministro Narendra Modi ha ribadito il rifiuto di concedere ai Dalit convertiti al cristianesimo e all'islam, la possibilità di beneficiare delle quote elettorali riservate ai fuori casta e alle comunità indigene (le cosiddette Scheduled Castes and Scheduled Tribes), infrangendo ancora una volta le speranze delle comunità più emarginate del Paese.

La legge elettorale indiana riserva 84 seggi ai 200 milioni di Dalit del Paese e 47 ai 104 milioni di persone appartenenti alle comunità indigene, ma un ordine presidenziale del 1950 ha privato di questo diritto e di altri benefici statali previsti dalla legge i Dalit non indù. L’ordine è stato successivamente emendato a favore dei Dalit buddisti e sikh, ma ha mantenuto l’esclusione dei cristiani e musulmani con il pretesto che le loro religioni non riconoscono il sistema castale indiano, peraltro formalmente abolito.

Gli sforzi e la delusione della Chiesa cattolica

Da anni i leader cristiani, con in testa la Chiesa cattolica, chiedono di modificare la misura e hanno anche presentato ricorso alla Corte Suprema. Nei giorni scorsi la nuova doccia fredda: l’11 febbraio il Ministro della Giustizia e delle Tecnologie dell’informazione, Ravi Shankar Prasad, ha dichiarato al Parlamento che il Governo non intende modificare le regole in vigore.

Grande il disappunto dei vescovi. “È deplorevole che il governo persista in questa posizione", ha dichiarato monsignor Sarat Chandra Nayak, vescovo di Berhampur e presidente della Commissione per i Dalit e le caste inferiori della Conferenza episcopale indiana (Cbci). “A meno che non si raggiunga un ampio consenso politico, non sarà possibile annullare le storiche ingiustizie commesse ai cristiani e ai musulmani Dalit ", ha lamentato presule all’agenzia Ucanews. Una possibilità attualmente remota, considerate le posizioni ultranazionaliste del partito di Governo, il Banata Janata Party (Bjp), che da sempre considera il cristianesimo e l’Islam come “religioni straniere”. “La Corte Suprema può porre fine a questa discriminazione basata sulla religione, ma adesso che il Governo ha chiarito la sua posizione, è improbabile. Non abbiamo alcuna speranza di avere giustizia nell’immediato ", ha aggiunto monsignor Nayak.

Più sfumata le posizione di R. L. Francis, presidente del Movimento di liberazione dei cristiani poveri (Pclm), impegnato nella difesa dei diritti dei cristiani Dalit, che vorrebbe che la Chiesa abbandonasse l'idea delle quote riservate e si impegnasse di più per "una Chiesa senza casta". "Chiedere quote riservate può solo portare a divisioni di caste all'interno della Chiesa", ha affermato.  Per monsignor Nayak tuttavia "approfittare dei benefici concessi dal governo non significa che la Chiesa sostenga il sistema delle caste".

Secondo i leader cristiani Dalit, l'80%, dei 30 milioni di cristiani in India (pari a circa il 2,3% della popolazione) provengono dalle fila dei fuoricasta, anche se le statistiche ufficiali affermano che essi rappresentano solo un terzo dei cristiani.

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20 febbraio 2021, 13:31