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Filippine. La Chiesa chiede chiarezza sulla morte di nove leader

Non convince la versione ufficiale sulla recente uccisione da parte delle forze di sicurezza di nove leader indigeni Tumandok. Con una lettera pastorale, il neo-cardinale Jose Advincula e altri sette vescovi chiedono indagini approfondite da parte di un’autorità indipendente, ribadiscono la loro solidarietà e vicinanza “ai fratelli e sorelle della tribù" colpita e denunciano il clima di paura che si sta instaurando

Lisa Zengarini - Città del Vaticana

I fatti risalgono al 30 dicembre scorso durante una retata per catturare 28 persone accusate di essere membri del New People’s Army, il braccio armato del Partito Comunista filippino.

I dubbi della Chiesa

Secondo le autorità i sospettati avevano cercato di resistere all’arresto. Su questa versione anche diversi esponenti della Chiesa locale hanno da subito espresso forti dubbi condannando l’uccisione. Posizione ribadita in una lettera pastorale pubblicata in questi giorni e firmata dal neo-cardinale Jose Advincula, arcivescovo di Capiz insieme ad altri sette vescovi locali.

La richiesta dei vescovi

La lettera - riporta l’agenzia Ucanews - chiede un'indagine approfondita da parte di un’autorità indipendente che accerti la verità sull’accaduto. Secondo quanto riportato da diversi testimoni oculari, infatti, le vittime non erano armate e non hanno opposto resistenza. Anche per i vescovi i nove leader sono stati assassinati. La loro uccisione sarebbe riconducibile all’ostinata resistenza delle tribù Tumandok alla costruzione di una mega-diga sulle loro terre. Non è infatti raro che le autorità filippine accusino i leader indigeni che lottano per i loro diritti di essere membri o sostenitori dei guerriglieri comunisti.

Un clima di paura

I vescovi delle Visayas occidentali affermano che le atrocità commesse hanno creato un clima di paura e incertezze nelle comunità Tumandok: “La paura ha costretto molti a lasciare le loro comunità e a migrare verso luoghi più sicuri", affermano. Alcuni sono stati addirittura costretti a confessare di essere membri del Partito Comunista. I presuli ribadiscono quindi la loro solidarietà e vicinanza “ai fratelli e sorelle della tribù Tumandok”: “Condividiamo il loro dolore e ansie. Ci immedesimiamo con la paura e l’insicurezza di coloro che sono stati sfollati a causa della violenza e condanniamo fermamente tutte le uccisioni ", scrivono.

Una lunga scia di omicidi

L’assassinio dei leader indigeni di Capiz si aggiunge alla lunga scia omicidi extra-giudiziali verificatisi nelle Filippine in questi ultimi tempi e che vede tra le vittime leader sociali, compresi quelli legati alla Chiesa, anch’essi non di rado accusati di simpatizzare per i ribelli comunisti. Nella loro lettera, i vescovi delle isole Visayas occidentali chiedono dunque che la polizia e l'esercito “seguano scrupolosamente gli standard etici fissati dalle regole di ingaggio durante le loro operazioni”, anche portando telecamere in tutte le operazioni per tutelarsi da false accuse e per proteggere i civili” da ogni abuso.

19 gennaio 2021, 09:14