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Italiani nel mondo: oltre stereotipi e pregiudizi

Presentato durante il Festival della Migrazione in corso il "Rim Junior 2020”, una pubblicazione della Fondazione Migrantes dedicata ai ragazzi per offrire un racconto, con immagini e un linguaggio semplice, sulle migrazioni italiane nel mondo. Con noi Daniela Maniscalco, curatrice del Rapporto: l’idea base è di offrire degli strumenti per non fermarsi davanti alle etichette

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

Comprendere cosa sono i pregiudizi e cercare di vincerli. È questo lo scopo di “Rim Junior 2020. Il racconto delle migrazioni italiane nel mondo”, una pubblicazione della Fondazione Migrantes dedicata ai ragazzi, che utilizza un linguaggio semplice e accattivante,per descrivere il fenomeno della mobilità umana. Il rapporto è stato presentato oggi nell’ambito della VI edizione del Festival della migrazione, quest’anno on line a causa della pandemia e incentrata sul tema: “E subito riprende il viaggio. Giovani generazioni, nuove energie per superare le fragilità”. 

Rim Junior 2020

Italiani nel mondo

Sono quasi 5,5 milioni i cittadini italiani residenti all’estero. Una volta, racconta nel volume Delfina Licata, caporedattrice e curatrice del Rapporto italiani nel mondo della Fondazione Migrantes, “gli italiani si rifugiavano in Europa o oltreoceano perché fuggivano dalla fame, dalla guerra, dall’ignoranza, ma nelle terre dove arrivarono non vennero accolti, ma sopportati a fatica e tacciati con stereotipi infamanti, per cui la loro povertà è diventata sinonimo di ignoranza, di sporcizia, di abitudini vicine a quelle degli animali”. Però in alcuni contesti, prosegue, “gli italiani emigrati si sono presi la loro rivalsa, diventando protagonisti e fautori del bello, soggetti attivi di positività, leader da imitare”. Nel rapporto Rim Junior 2020 – scrive nell’introduzione don Gianni De Robertis, direttore generale Migrantes – sono raccolte “tante notizie e molte storie”. “Alcune - sottolinea - ci sorprenderanno, altre ci faranno sorridere, altre ancora ci lasceranno con l’amaro in bocca. Scopriremo quante volte la cattiveria e l’odio sono stati rivolti a noi italiani, ai nostri avi partiti sin dal Novecento o ai nostri parenti che li hanno seguiti nel terzo millennio, per il semplice fatto di essere immigrati in terra straniera”.

Un giro intorno al mondo per sfatare stereotipi

Il volume “Rim Junior 2020” porta il lettore a compiere “un giro intorno al mondo per sfatare gli stereotipi” con storie a volte allegre o romantiche, oppure tristi o persino drammatiche. A Vatican News l'autrice del rapporto, Daniela Maniscalco, sottolinea che "nessuno è a riparo da stereotipi, pregiudizi e categorizzazioni":

Ascolta l'intervista a Daniela Maniscalco

R. - L’idea base di questo racconto degli italiani nel mondo è di offrire degli strumenti per interrogarsi sulla realtà e per imparare a vederla nelle sue mille sfaccettature e per non fermarsi davanti alle etichette. Non fermarsi davanti a concetti che possono anche imprigionare, bloccare e costruire dei muri. Ma si deve fare in modo che le parole possano costituire dei ponti per comunicare.

Come vengono sfatati gli stereotipi?

R. – Vengono sfatati con la conoscenza e imparando a cercare di vedere come nascono pregiudizi e stereotipi. Che cosa comporta vedere il mondo in una realtà tutta a categorie? In fin dei conti - questo viene spiegato nel libro - lo stereotipo ci aiuta ad avere quella categorizzazione che ci serve per affrontare il mondo. È una specie di mappa, anche virtuale, per orientarci. Il problema nasce quando ci irrigidiamo nelle nostre posizioni e vediamo il mondo soltanto tramite categorizzazioni e non vediamo la realtà, la ricchezza che c’è in ognuno di noi. Non vediamo la singola persona, ma l’italiano, il nero, lo zingaro e così via. È importante sottolineare che nessuno è a riparo da stereotipi, pregiudizi e categorizzazioni. È importante quindi cercare di uscire da questa griglia interpretativa che poi alla fine è una prigione.

Nessuno è a riparo dai pregiudizi. E i pregiudizi hanno una loro gradualità: si può passare dalla barzelletta fino al genocidio nei casi più estremi…

R. - Questa è una cosa molto importante da sottolineare. Si pensa per esempio che le barzellette razziste siano solo per ridere e che abbiano un messaggio “simpatico”. E si pensa non sia “sportivo” non ridere quando viene raccontata una battuta o una barzelletta di questo genere. Anche questo tipo di barzelletta invece, pur sembrando ingenue e semplici, è un modo di sdoganare contenuti razzisti. Di solito si saggia il terreno con la barzelletta razzista. E se funziona si continua, si accelera. E comunque la barzelletta veicola un modo di vedere la realtà che può fermarsi solo a questo ma passare poi a diventare la strada spianata per i pregiudizi. Pregiudizi che poi diventano anche discriminazioni e in casi più estremi si è arrivati a dei veri e propri genocidi, linciaggi, eliminazioni di massa.

Come sta cambiando all’estero il modo di raccontare gli italiani? Sono ancora un popolo “pizza e mandolino”?

R. - Questo sta cambiando: negli ultimi tempi è successo che tanti elementi della nostra italianità sono stati rivalutati in positivo. Uno di questi è l’idea dell’italiano passionale. Una volta l’italiano passionale era quello che usava il coltello. Adesso, invece, la passionalità è diventata una componente positiva dell’italianità: quella passione che poi gli italiani riversano su ambiti come moda, design, cucina. E le pubblicità riflettono anche questo modo con cui sono visti gli italiani. Per esempio una pubblicità della Fiat 500, uscita negli Stati Uniti qualche anno fa, mostra una famiglia americana che compra questa automobile e si trasforma: questa famiglia diventa molto loquace, ama il buon cibo etc. Quindi, effettivamente, sta cambiando ed è cambiata l’immagine degli italiani all’estero.  Rimangono però degli stereotipi un po’ striscianti. E quasi non si capisce che sono dei pregiudizi. Per esempio questa idea che gli italiani siano tutti “mammoni”. La parola mammone è una parola abbastanza conosciuta anche nelle altre lingue. Una pubblicità uscita in Norvegia nel 2012 faceva vedere che gli italiani vivono a casa delle loro mamme e si fanno viziare in maniera indecorosa. E tutto questo, sembrerebbe, soltanto per mancanza di volontà da parte degli italiani. Ci sono ancora questi stereotipi e pregiudizi striscianti.

27 novembre 2020, 11:53