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Conflitto in Etiopia, appello JRS: garantire aiuti umanitari nella regione del Tigray

Razzi sulla capitale dell'Eritrea. Si amplia il conflitto in corso nella vicina Etiopia dove dal 4 novembre si fronteggiano le forze del governo federale e il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (Tplf) a settentrione. Quattordicimila circa gli sfollati in Sudan per i quali interviene il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Africa Orientale

Isabella Piro e Gabriella Ceraso- Città del Vaticano

Garantire l’accesso agli aiuti umanitari nella regione del Tigray, in Etiopia, che da undici giorni sta vivendo un violento conflitto tra le forze del Governo Federale e il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (Tplf). A chiederlo è il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (Jrs) in Africa Orientale, attraverso il suo direttore generale, Andre Atsu. “Come organizzazione umanitaria – spiega il responsabile, citato dall’agenzia Aci Africa – lanciamo un appello affinché venga garantito un corridoio umanitario, così che si possano raggiungere le persone colpite dal conflitto con i beni essenziali”. Gli scontri armati, infatti, hanno costretto alla chiusura di “banche, esercizi commerciali e vie di accesso” alle principali città; c’è quindi il rischio concreto che “se i combattimenti proseguono, gli operatori umanitari, i rifugiati e i membri delle diverse comunità si ritrovino presto senza cibo ed altri generi di prima necessità”.

La cronaca: razzi su Asmara

Intanto la situazione sul terreno peggiora anche se le informazioni che trapelano sono scarse e incerte visto che le comunicazioni sono state interrotte. Il governatore della regione del Tigray che punta all'autonomia, Debretsion Gebremichael, ha rivendicato il lancio di razzi contro l'aeroporto della capitale eritrea, Asmara, da dove decollano anche forze etiopi e mezzi usati nei raid contro la regione settentrionale. Minacciati anche il ministero dell'Interno e il porto. Secondo fonti sanitarie etiopi ci sarebbero due morti e 15 feriti tra i soldati. Non si contano invece gli sfollati dal Tigray, un vero dramma umanitario che sta maturando e che ha come meta finale il Sudan. Tanti i bambini  e donne che stanno camminando da giorni e che raccontano di veri massacri. Il premier etiope, Abiy Ahmed, in più di un'occasione ha parlato di operazioni brevi e mirate di uno Stato sovrano capace di gestire i suoi affari interni. Inutili finora gi appelli internazionali anche da parte dell'Onu.

Ma le violenze non si fermano a questa regione e rischiano di coinvolgere oltre all'Eritrea anche il vicino Sudan. Nle pomeriggio persone armate hanno fermato un pullman e ucciso almeno 34 persone che erano a bordo nella regione di Benishangul-Gumuz, nell'ovest dell'Etiopia, dove nelle ultime settimane sta montando la violenza interetnica. Lo ha denunciato la Commissione etiopica per i diritti umani e le accuse del premier Abiy si sono rivolte al Sudan colpevole di presunti addestramenti e protezione dei terroristi. Nessun legame, assicura il leader però, tra il massacro e il conflitto in corso nella regione autonoma di Tigray. 

Un appello alla pace condiviso

Alla voce della Chiesa, quella dei Gesuiti per aiuti umanitari si sono unite finora quelle di altri esponenti della Chiesa che si sono spesi per la riconciliazione in Etiopia: in primo luogo, la Conferenza episcopale locale che, in una dichiarazione del 4 novembre stesso, firmata dal cardinale Berhaneyesus Souraphiel, arcivescovo di Addis Abeba, ribadiva: “Se i fratelli si uccidono, l'Etiopia non guadagnerà nulla, ma è destinata al fallimento”, perché “nessuna ragione o obiettivo può giustificare uno spargimento di sangue”. Di qui, l’appello a tutti i cattolici a pregare, anche insieme ai fedeli altre religioni “per la pace e la riconciliazione”. 

Le parole del Pontefice

Lo stesso Papa Francesco, all’Angelus di domenica scorsa, 8 novembre, aveva detto: “Seguo con preoccupazione le notizie che giungono dall’Etiopia. Mentre esorto a respingere la tentazione dello scontro armato, invito tutti alla preghiera e al rispetto fraterno, al dialogo e alla ricomposizione pacifica delle discordie”. Infine, nella giornata di ieri, anche l’Amecea (Associazione dei membri delle Conferenze episcopali dell’Africa Orientale) ha chiesto ad entrambe le parti in causa di trovare una soluzione pacifica al conflitto, poiché si corre il rischio di “una guerra civile”.

15 novembre 2020, 08:00