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Sudan: lavorare per separare Stato e religione

È tempo di lavorare affinché la separazione della religione dallo Stato sia completata: così, in sintesi, parla Monsignor Yunan Tombe Trille Kuku Andali, vescovo di El Obeid e presidente della Conferenza episcopale del Sudan e Sud Sudan (Scbc), commentando la dichiarazione, firmata il 3 settembre scorso, tra Abdalla Hamdok, primo ministro sudanese, e Abdel al-Hilu, leader del gruppo ribelle Sudan People's Liberation-North.

Isabella Piro - Città del Vaticano

Siglata nella capitale etiope Addis Abeba, la dichiarazione mira a conciliare due posizioni opposte: i ribelli, infatti, non vogliono la separazione tra Stato e religione, a cui punta, invece, il governo. Per questo, Monsignor Trille Kuku  afferma: “L’accordo è solo l’inizio di un lungo dialogo”. Errate, dunque, le informazioni riportate da alcuni media nazionali, per i quali in Sudan è stata abolita la Sharia: “Si tratta di una previsione che anticipa qualcosa che non ha ancora avuto luogo” e per la quale bisogna ancora lavorare.

Aprire i dialoghi

Ciò che i firmatari hanno concordato, spiega il presule, “sono i principî basilari: poiché la legge islamica è stata una delle cause primarie del conflitto nazionale, il governo ed i ribelli hanno riconosciuto la necessità di dialogare su questo punto”. “Affinché il Sudan diventi un Paese democratico in cui siano sanciti i diritti di tutti i cittadini – aggiunge il presidente dei vescovi sudanesi e sud sudanesi – la Costituzione dovrebbe basarsi sul principio della separazione tra Stato e religione, in assenza del quale deve essere rispettato il diritto all’autodeterminazione”.

Continuare a vivere in una nazione unita

Il vescovo di El Obeid ricorda, inoltre, che fino al 1983, anno in cui sono state istituzionalizzate le leggi islamiche, il Sudan non era uno Stato confessionale: “Possiamo quindi tornare al punto in cui eravamo negli anni ‘70”, ha auspicato, “e continuare a vivere come una nazione unita e non divisa in musulmani e cristiani, religiosi e non religiosi”. “Siamo in grado di farlo – ribadisce il presidente della Scbc – e penso sia possibile tornare indietro a qualcosa che c’è già stato”. Dal presule anche la sottolineatura della necessità di un cambiamento nell’atteggiamento: “La cosa migliore su cui lavorare è pensare che le persone si considerano, semplicemente, sudanesi e non necessariamente musulmano o cristiani”. “Lasciamo quindi – conclude – che i cittadini abbiano le loro leggi in quanto persone e che le religioni si occupino, separatamente, della sfera spirituale”. Da ricordare che il Sudan People’s Liberation Movement-North, insieme al Sudan Liberation Movement, non è stato tra i firmatari dell’Accordo di pace, raggiunto il 5 ottobre a Juba, tra il governo di Khartoum e diversi gruppi ribelli riuniti nel Fronte Rivoluzionario Sudanese. L’intesa ha riguardato le regioni del Darfur, del Nilo Blu e del Kordofan meridionale ed ha previsto questioni-chiave relative a sicurezza, assegnazione della proprietà della terra, risarcimenti, divisione dei poteri, ritorno degli sfollati, nonché lo smantellamento delle forze ribelli e la loro integrazione nell'esercito nazionale.

08 ottobre 2020, 16:05