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Nuova Zelanda, vince il sì all'eutanasia. Vescovi:crinale pericoloso

Una volta entrata in vigore, nel 2021 la legge sul fine vita approvata dopo il referendum nazionale dei giorni scorsi, renderà possibile l'eutanasia per le persone dai 18 anni in su, affette da malattia terminale o che si pensa abbiano sei mesi o meno di vita, e che si trovano in uno stato avanzato di declino irreversibile. Dura e preoccupata anche per il futuro, la reazione della Chiesa

Isabella Piro - Città del Vaticano 

Con il 65 per cento dei voti a favore, la Nuova Zelanda dice sì alla legalizzazione dell’eutanasia. Sono stati diffusi oggi, infatti, i risultati preliminari del referendum svoltosi il 17 ottobre e relativo alla legge sul “fine-vita” (End of Life Choice Act 2019 – Eolc). Una volta entrata in vigore, nel 2021, essa renderà possibile l'eutanasia per le persone, dai 18 anni in su, affette da malattia terminale o che si pensa abbiano sei mesi o meno di vita, e che si trovano in uno stato avanzato di declino irreversibile, sperimentando – afferma la normativa - "una sofferenza insopportabile che non può essere alleviata in un modo che il malato considera tollerabile". Gli esiti definitivi ufficiali del referendum verranno resi noti il 6 novembre, ma da quelli preliminari emerge comunque la maggioranza del sì. Immediata la reazione della Chiesa cattolica locale, che si era battuta a lungo contro l’approvazione della normativa: in una nota, il dottor John Kleinsman, direttore del “Centro di bioetica Nathaniel”, afferente alla Conferenza episcopale locale, sottolinea come l’Eolc “metta le persone vulnerabili in difficoltà e in pericolo” perché “la presenza dell’opzione eutanasica metterà pressione su molti malati e sulle loro famiglie”.

L'impatto dei risultati su tutto il settore sanitario

Non solo: la legalizzazione della morte assistita “avrà un impatto enorme su tutti coloro che lavorano con i moribondi prendendosene cura, ovvero medici, infermieri, operatori sanitari, cappellani, sacerdoti e ministri laici”. Dal dottor Kleinsman anche il richiamo al fatto che “con l’approvazione di questo referendum, la Nuova Zelanda ha superato un punto di non ritorno” perché “la legge non riguarderà pochi casi, quelli più difficili”, bensì “renderà facile, per chiunque abbia una diagnosi di malattia terminale, scegliere l’eutanasia”. La normativa, infatti, “non prevede l’obbligo di cure palliative, non richiede requisiti specifici per i testimoni e manca di procedure efficaci per rilevare se le persone vogliono optare per la morte assistita a causa di pressioni esterne o per la sensazione di essere un peso” per gli altri.  

Il rischio futuro è l'ampliamento delle legge

Questo risultato, continua direttore del “Centro di bioetica Nathaniel”, "va contro la tendenza dell'opinione pubblica mondiale, con 33 giurisdizioni in tutto il mondo che hanno respinto leggi simili negli ultimi cinque anni, tra cui il Regno Unito e la Scozia, a causa dei rischi per le persone vulnerabili”. Il medico conclude: “Sarà solo questione di tempo prima che i nostri parlamentari siano spinti ad ampliare ancora di più la legge, come è successo in altre nazioni. Questa normativa ci mette su una strada molto pericolosa e siamo solo all’inizio".

Da ricordare che oggi sono stati diffusi anche i risultati preliminari di un altro referendum, svoltosi sempre il 17 ottobre, relativo alla legalizzazione della cannabis a scopro ricreativo. In questo caso, i neozelandesi si sono detti contrari: il no, infatti, ha vinto con il 53,1 per cento. Ascoltata, dunque, la voce della Chiesa cattolica che, in diverse dichiarazioni, aveva lanciato l’allarme sulle conseguenze negative di tale sostanza sui giovani, in particolare sui più vulnerabili. "Pensiamo che la popolazione abbia bisogno di riflettere seriamente sulla questione – avevano affermato i presuli - e ci auguriamo che il voto venga utilizzato in modo da considerare l'impatto della cannabis sui giovani e sulle persone più fragili delle nostre comunità”.

31 ottobre 2020, 12:21