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Amatrice: il nuovo anno pastorale in attesa della ricostruzione

Anche nella cittadina semidistrutta dal sisma del 2016 ricominciano le attività pastorali. Alla parrocchia Sant’Agostino si lavora per coinvolgere sempre più i laici nelle attività ridotte dall’emergenza Covid-19, che ha rallentato anche la ricostruzione post-terremoto. La diocesi farà del Complesso Don Minozzi la Casa Futuro – Centro Studi Laudato si’

Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Si è aperto il nuovo anno pastorale ad Amatrice, il quarto dopo il sisma di magnitudo 6.0 di quattro anni fa, che ha colpito Lazio, Abruzzo, Marche e Umbria provocando 299 vittime. Le attività della parrocchia di Sant’Agostino, ospitata in una struttura prefabbricata, già ridotte a causa delle condizioni in cui versa il territorio in attesa della ricostruzione, sono diminuite ulteriormente a causa dell’emergenza Covid-19, ma ora sono state adattate alle misure sanitarie. Dopo lo stop imposto dalla pandemia, i fedeli sono tornati a Messa, distanziati, i sacerdoti hanno ricominciato a celebrare fra le “Soluzioni abitative in emergenza” (Sae), anche se qualche caso di coronavirus ha reso necessarie nuove precauzioni, mentre dalle macerie riemergono ancora suppellettili, oggetti sacri e paramenti liturgici dell’antica parrocchia quattrocentesca in gran parte crollata.

Le attività pastorali ad Amatrice

Ma pur nelle difficoltà ad Amatrice non ci si arrende. E così, anche quest’anno è partito il catechismo per i ragazzi (12) che si preparano alla Cresima, si stanno organizzando le classi dei bambini (60) che riceveranno la Prima Comunione, si pensano proposte per i giovani (che in gran parte frequentano scuole in altre città) e si studiano nuove modalità per i corsi prematrimoniali. La parrocchia di Sant’Agostino è affidata alla cura pastorale della Famiglia dei Discepoli, la congregazione maschile voluta da don Giovanni Minozzi accanto all’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, fondata proprio ad Amatrice. Nella canonica provvisoria vivono don Adolfo Izaguirre - che ha la cura delle anime di Amatrice e Sant’Angelo da circa un anno - e don Giuseppe Marrone, parroco di Torrita e Scai. Al loro fianco le Ancelle del Signore, la congregazione femminile che don Minozzi associò alla sua Opera. Oggi, nella cittadina nota in particolare per le sue specialità gastronomiche, le religiose sono soltanto due: si occupano della chiesa, accompagnano i sacerdoti nelle visite ai fedeli e non lasciano soli gli anziani.

La vita nelle frazioni del comune

Don Giuseppe si muove ogni mattina per raggiungere i suoi 40 fedeli di Torrita e Scai, l’età media va dai 50 anni in su. Li segue nella loro vita quotidiana, li incoraggia ad andare avanti. Loro chiedono di non essere lasciati soli, il coronavirus ha portato nuove paure e non è stato facile affrontarle con il bagaglio di dolore che pesa, fra il ricordo di chi non c’è più e le macerie che suscitano rabbia e rammarico. Eppure i Sacramenti si celebrano e sono anche segno di speranza. Lo dice con gli occhi che si illuminano don Giuseppe: ha officiato due battesimi di recente, il 3 ottobre ce ne sarà un altro, e lo scorso anno ha presieduto un matrimonio. Una vita di stenti quella nel cratere del sisma, per tutti, ma dove la diocesi di Rieti non ha mai smesso di essere presente. Il vescovo, monsignor Domenico Pompili, ha mantenuto i contatti con i sacerdoti, li incontra ogni 15 giorni per ascoltarli, aiutarli e sostenerli.

Ascolta l’intervista a don Giuseppe Marrone

La parrocchia di Amatrice e la Casa Futuro

Il parroco, di Sant’Agostino, don Adolfo, per i suoi fedeli ha tante idee: vorrebbe sviluppare una pastorale giovanile, coinvolgere di più i laici nella catechesi, far partire gli incontri della Comunità Laudato si’ costituita il 13 agosto scorso per educare alla cura del creato. Ad Amatrice l’idea della diocesi di Rieti e di Slow Food - che hanno avviato in tutta Italia una rete di comunità sotto forma di associazioni libere e spontanee di cittadini, senza limitazioni o restrizioni di credo, orientamento politico, nazionalità ed estrazione sociale, perché operino nello spirito dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco - è più ambiziosa. Il progetto è quello di trasformare il Complesso Don Minozzi, danneggiato dal terremoto, in un luogo di rinascita e innovazione, con un centro studi internazionale: la Casa Futuro – Centro Studi Laudato si’, una grande struttura che sarà luogo di accoglienza e formazione sulle tematiche ambientali e le loro ricadute sociali, aperto alle nuove generazioni per offrire opportunità capaci di unire sostenibilità, biodiversità, forestazione e lavoro innovativo. Sarà sede di stage, summer school e percorsi di riflessione e scambio e ospiterà eventi. Ma don Adolfo adesso deve affrontare l’oggi: cercare di coinvolgere i giovani in nuove iniziative, programmare appuntamenti ricreativi, infondergli l’amore per le loro montagne perché le preservino, educare i più piccoli ai valori cristiani aiutandoli a guardare con equilibrio al benessere, assistere chi è nel bisogno e raggiungere quanti hanno più difficoltà e non ce la fanno ad arrivare a fine mese, sostenere gli anziani soli. Comincia un nuovo anno pastorale, ma don Alfonso sa che il desiderio più grande dei suoi fedeli è vedere Amatrice ricostruita e per questo nelle sue omelie insiste perché si faccia comunità, perché unità e fratellanza sostengano il futuro.  

L’impegno della Caritas e il Progetto Missione impresa sociale

Accanto alla parrocchia di Amatrice prosegue l’impegno della Caritas, con gli aiuti e l’assistenza ai più disagiati, ma anche con nuove attività. Ad affiancarla, da due anni, c’è il "Progetto Missione" impresa sociale, ProMis, che ha dato lavoro a 18 persone. Nata su impulso della diocesi di Rieti, gestisce svariati servizi assistenziali, organizza centri estivi per bambini e ragazzi, cerca di ricucire il tessuto sociale disgregato dal terremoto. È una realtà che opera nel territorio della provincia di Rieti, spiega Claudia Quaranta, volontaria del Centro di ascolto della Caritas e operatrice di ProMis, e ha la duplice finalità di offrire occupazione ai residenti nel cratere del sisma del 2016 e di mettersi a servizio delle persone e delle categorie più deboli. Claudia, 30 anni, 2 figli, c’era quel 24 agosto di quattro anni fa. Con il marito ha scelto di vivere ad Amatrice dopo essersi innamorata delle sue montagne e ci è rimasta anche dopo il terremoto. Quella notte ha vissuto il terrore quando al buio e fra le macerie della sua casa i suoi bambini non le rispondevano. Poi le loro flebili voci e il sospiro di sollievo nel riabbracciarli. Conosce la solidarietà, la vede con i propri occhi, la sperimenta sulla propria pelle: arriva tanta gente a prestare aiuto, a fare del bene. E decide lei stessa di donarsi per gli altri; nella Caritas prima e nel ProMis poi.

Ascolta l’intervista a Claudia Quaranta, volontaria Caritas

R. Io sono residente ad Amatrice e mi sono messa sin da subito, dopo il terremoto, a disposizione e a servizio, per quel che potevo, insieme alla Chiesa di Rieti, per la popolazione del cratere. Dopo un periodo di volontariato, affiancando la Caritas nell’accompagnamento della popolazione in momenti veramente difficili in cui i bisogni erano molteplici, si è costituita questa realtà, che ha richiesto un impegno anche professionale, e occupandomi io di progettazione sociale ho potuto mettere a disposizione anche le mie competenze professionali.

Che cosa ti ha spinto a donarti come volontaria?

R - La grande fiducia che ho maturato nelle persone. Perché, all’indomani del sisma, mi sono resa conto che viviamo in un mondo molto più aperto è disponibile di quello che credevo; mi sono resa conto che ci sono tante persone buone e tante persone che sono disponibili a mettersi a servizio dell’altro facendo la differenza. Io ho ricevuto tantissima solidarietà, come tutti gli amatriciani, e ho ricevuto un grandissimo insegnamento da questa solidarietà. Ho capito che la forza delle relazioni può aiutare a superare anche i momenti più difficili, che la vita ha un senso se ci si mette a disposizione, ci si mette in gioco, perché altrimenti non è una vita vissuta appieno. Quindi voglio dedicare la mia vita agli altri. Ho ricevuto questa forza da tutti quelli che qui sono venuti per tenderci una mano.

Hai 30 anni, due figli e la volontà di restare ad Amatrice, perché?

R - Perché ho la fiducia e la speranza che avremo la possibilità di ricominciare a vivere una vita sana, bella, equilibrata e celebrando tutti i giorni la bellezza del creato in queste meravigliose montagne che ci circondano. E perché so che la Chiesa è vicina, ce l'ha dimostrato e ci ha dato sempre la forza di continuare ad andare avanti con determinazione e impegno.

Che cosa volete voi giovani di Amatrice?

R - Il desiderio, da quello che ho potuto sintetizzare ascoltando tanti giovani della mia età, ma anche più piccoli, è quello di condividere. Uno degli aspetti che più manca di Amatrice prima del sisma è che era molto frequentata da turisti che venivano perché possidenti di seconde case o venivano per le varie iniziative che durante l’anno si svolgevano, tutte molto legate al cibo. Quindi bisogna impegnarsi per far sì che questo territorio torni ad essere attraente e che venga valorizzato per quello che ancora ha. Sicuramente la ricchezza del patrimonio naturalistico è il punto di forza di questo territorio, che spero, anche attraverso il progetto delle Comunità Laudato si’ e della Casa Futuro, venga promosso al meglio.

Il Progetto Casa Futuro è della diocesi di Rieti, quanto la diocesi vi è stata al fianco?

R - La diocesi di Rieti è stata la realtà per cui questa comunità è rimasta qui e ha permesso a questi luoghi di non essere abbandonati. All’indomani del sisma le soluzioni abitative non erano ancora disponibili e la diocesi di Rieti, insieme alla Caritas italiana, si è adoperata al massimo per fronteggiare le esigenze di tantissime famiglie, mettendo dapprima a disposizione dei moduli abitativi che hanno appunto permesso alle famiglie di rimanere qui, nel territorio, e poi, attraverso diversi percorsi di assistenza e di accompagnamento alle realtà artigiane, agli agricoltori e agli allevatori. È stata veramente una presenza fondamentale. Quello che ha caratterizzato di più l’accompagnamento che la diocesi di Rieti e la Caritas italiana hanno garantito è stato che, oltre a fornire gli aiuti economici, hanno sempre messo al primo posto la relazione. Quindi, tutte le persone che, per la diocesi di Rieti e per la Caritas italiana, sono state qui hanno fatto la differenza, dando, oltre che è un aiuto concreto, amore. E questo amore ha dato la forza alle persone di ricominciare e di riacquisire la speranza per il futuro.

Qual è il tuo auspicio il futuro?

R - Il mio auspicio è che tutto il dolore che è stato provato dalla comunità di Amatrice, di Accumoli e di tutti i comuni colpiti dal sisma, possa essere comunque fronteggiato. Perché il dolore ci sarà sempre e farà parte delle nostre vite, però spero che tutte le persone che hanno sofferto per questa immane tragedia, abbiano presto il diritto e la possibilità di ricominciare a vivere in un luogo sereno, bello, curato e ricco di servizi e di posti di lavoro che possano permettere di vivere un’esistenza serena e tranquilla.

La gente di Amatrice e le sue storie

Ad Amatrice sono tante le storie da ascoltare, e da ognuna c’è molto da imparare. La parrocchia, piccolo punto di riferimento della comunità terremotata, ne raccoglie diverse, fra chi collabora nelle attività pastorali, chi si presta nell’assistenza caritativa e chi è pronto a rimboccarsi le maniche per ogni cosa da fare. Come Gabriele Capriotti, che ha appena sistemato accanto la chiesa “prefabbricata” di Sant’Agostino la statua di Padre Pio recuperata da poco fra le macerie. Gabriele è di Poggio Castellano, la sua casa ha subito pochi danni dopo il terremoto del 24 agosto 2016. Così, lavorando nell’edilizia, in breve tempo l’ha rimessa a posto. Ma le successive scosse di ottobre l’anno resa inagibile e con la sua famiglia è stato costretto a vivere per 12 mesi in una roulotte, con l’acqua per l’igiene personale, a volte, durante l’inverno, ricavata dalla neve, raccolta e fatta sciogliere davanti a una stufa. Poi sono arrivate le Sae. Racconta di non essersi mai scoraggiato, “perché la vita, nonostante il terremoto, è rimasta sempre bella”. A sostenerlo è stata la sua fede, salda e incrollabile. “Qui è o la disperazione o la speranza - dice - ma la disperazione ti porta al baratro. Senza la fede la vita è sterile. Dio è tutto, Cristo è il perno attorno al quale tutto gira”. Provato dalle difficoltà vissute da bambino, con la madre dalla salute cagionevole, fervida credente che lo ha educato cristianamente, e il padre cieco e sordo per trent’anni, ha trovato la sua forza in Dio. “Il terremoto mette paura - prosegue -, tanta paura. Certo ci vuole un po' per riprendersi, ma poi occorre ripartire, senza adagiarsi. Più volte mi sono chiesto chi mi ha dato la forza, perché non è la mia. Sono un uomo pieno di difetti, commetto errori, però ho sempre ricevuto questa forza e sono convinto che sia Dio a donarmela”.

Essere solidali e fare comunità per affrontare il futuro

Uomo semplice e dal cuore grande, pieno di buona volontà, Gabriele per diversi anni si è speso anche nelle comunità romane delle Suore Missionarie della Carità, attratto da quella loro attenzione verso gli ultimi che abbraccia bisognosi e senzatetto. Ha anche conosciuto Madre Teresa di Calcutta. “Se la vita ti dà delle prove, perché non accettarle?” afferma facendo un bilancio di questi anni. “Ho superato le difficoltà più grandi sempre credendo. Per me la cosa migliore è il sorriso, se si smette di sorridere che vita è” aggiunge. E su Amatrice e la sua ricostruzione riflette sul fatto che se ne parla soprattutto nel periodo dell’anniversario del sisma, e che poi in autunno e in inverno i riflettori si spengono, la gente si ritira nelle proprie dimore e si chiude in sé stessa. “Dopo il terremoto eravamo tutti molto vicini, poi sono arrivati gli aiuti, abbiamo avuto il necessario, ma abbiamo un po' perso il senso della comunità. Siamo un po' disgregati, attenti più a valutare cosa possiede uno e cosa un altro, quanto ha ricevuto uno e quanto ha perso un altro”. Per Gabriele, invece, occorre essere solidali, più vicini l’un l’altro. “Io penso che la parrocchia ci avvicini - conclude - qui le porte sono sempre aperte”. Poi mostra un rosario in legno, consunto. Era di Madre Teresa. Accompagna le sue preghiere, insieme ad un testo trascritto della “piccola matita di Dio”. “Tieni sempre presente” è il titolo, Gabriele ne ha fatto la sua regola di vita:

Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi, i giorni si trasformano in anni.
Però ciò che è importante non cambia;
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.
Dietro ogni linea di arrivo c’è una linea di partenza.
Dietro ogni successo c’è un’altra delusione.
Fino a quando sei vivo, sentiti vivo.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo.
Non vivere di foto ingiallite…
Insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c’è in te.
Fai in modo che invece di compassione, ti portino rispetto.
Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.
Quando non potrai camminare, usa il bastone.
Però non trattenerti mai!

Madre Teresa di Calcutta

01 ottobre 2020, 12:01