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Violenze in Sud-Sudan Violenze in Sud-Sudan  (AFP or licensors)

Sud Sudan. Appello delle Chiese: basta violenze nel Paese

Un nuovo richiamo, condiviso da tanti leader religiosi, perché l’intesa del 2018 sia applicata alla lettera e per risollevare il Paese dalla violenza, ma anche dalla perdurante crisi economica

Lisa Zengarini – Città del Vaticano

Un rinnovato appello alla rapida implementazione dell’"Accordo Rivitalizzato sulla Risoluzione del Conflitto in Sud Sudan” firmato nel 2018, dopo quasi cinque anni di guerra civile. A lanciarlo il Consiglio del Chiese delle Chiese del Sud Sudan (Sscc) in una dichiarazione congiunta, pubblicata in occasione della Giornata internazionale della pace celebrata il 21 settembre. “L’attuazione di questo accordo significa mettere a tacere le armi, porre fine alla violenza sessuale e di genere, dormire in comunità pacifiche senza la paura di essere uccisi o derubati, proteggere bambini e donne e consentire la ripresa dell’economia e lo sviluppo delle infrastrutture”, scrivono i leader delle Chiese sud-sudanesi che hanno celebrato la Giornata Onu all’insegna del motto: "Porre fine alla violenza e plasmare la pace insieme".

Passi avanti ma non basta

La dichiarazione riconosce alcuni progressi nell’applicazione dell’accordo siglato il 12 settembre 2018 ad Addis Abeba dal governo del presidente Salva Kiir e dal partito di opposizione guidato dal rivale Riek Machar. I leader cristiani citano in particolare la creazione, lo scorso febbraio, del nuovo governo di transizione di unità nazionale (che ha in parte ripristinato la formazione del 2011, con Machar come vice-presidente), l’accordo raggiunto sul numero di Stati che comporranno il Sud Sudan pacificato, la nomina dei loro governatori e i passi avanti compiuti nella formazione di un esercito unificato. Al contempo, le Chiese cristiane sud-sudanesi sono preoccupate dalle perduranti violazioni del cessate-il-fuoco, mentre imperversano vendette intercomunitarie e razzie di bestiame che continuano a destabilizzare il Paese ai danni dei cittadini. A preoccupare è anche l’aggravarsi della situazione economica, con la svalutazione della moneta nazionale che rende sempre più caro il costo della vita dei sud-sudanesi.

Dare voce a chi non ha voce

I leader cristiani chiedono quindi ai firmatari del “Revitalised Agreement” un maggiore impegno per accelerare la sua implementazione. L’appello è esteso anche a quei gruppi dell’opposizione che non hanno firmato la cosiddetta “Dichiarazione di Roma” per il cessate-il-fuoco, sottoscritta a gennaio, con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio, dai delegati del governo e dai leader del Ssoma (organizzazione che riunisce tutti i movimenti di opposizione che non avevano aderito all’accordo di Addis Abeba). Da parte sua, il Consiglio delle Chiese sud-sudanesi ribadisce il suo impegno per la pace e per “dare voce a chi non ha voce” attraverso il suo Piano di azione per la pace “mirante a cambiare la narrazione della violenza in una narrazione di pace”.

Un appello condiviso

E un appello a tutti gli attori politici a lavorare insieme per costruire la pace e la democrazia in Sud-Sudan è giunto anche da altre organizzazioni cristiane e membri della Rete ecumenica per il Sud Sudan che in una dichiarazione congiunta hanno chiesto alla comunità internazionale di “continuare a monitorare e partecipare al processo di pacificazione”. Tra i firmatari dell’appello Bread for the World, l’organizzazione cristiana impegnata nella lotta alla fame nel mondo e Christian Aid. Scoppiata nel 2013, appena due anni dopo la proclamazione dell’indipendenza da Khartum, la guerra civile in Sud Sudan ha causato quasi 400 mila vittime civili e 1,6 milioni di sfollati, costringendo 2,6 milioni di sud-sudanesi a lasciare il Paese e lasciando 7,5 milioni di persone bisognose di aiuti umanitari.

24 settembre 2020, 10:38