Cerca

Vatican News
Ospedale da campo costruito all'interno della fiera di Bergamo Ospedale da campo costruito all'interno della fiera di Bergamo  (ANSA)

Il teologo Chiodi: nella malattia ho imparato ad affidarmi

Don Maurizio Chiodi, teologo morale, membro della Pontificia Accademia per la Vita, racconta la sua esperienza come malato di Coronavirus. “Come Gesù in croce chi è nella malattia è istruito dal male sofferto e dal bene ricevuto”

Fabio Colagrande – Città del Vaticano

Lasciarsi istruire da ciò che si è patito, ripartire dalla consapevolezza della fallibilità della scienza, dell’imprescindibilità dei legami di fraternità e delle contraddizioni della globalizzazione. Nei giorni di un’attesa a volte insperata convalescenza, don Maurizio Chiodi, teologo morale, membro della Pontificia Accademia per la Vita, riflette con noi sulla sua esperienza di malato di Covid-19. Una sensazione di solitudine radicale, la gratitudine per gli operatori sanitari e la fede come compagna per attraversare il dolore, non per evitarlo. Rispondendo al telefono da Bergamo, dove vive, don Maurizio racconta prima di tutto cosa significhi per un religioso la prova di una malattia sconosciuta e potenzialmente mortale.

Ascolta l'intervista a don Maurizio Chiodi

R.- L'esperienza della malattia del Covid-19 è quella di un tempo indimenticabile, innanzitutto per i luoghi dove vieni curato. Ricordo lo Spallanzani, il primario, il dottor Petrosillo, con tutti gli infermieri e gli operatori socio sanitari, il personale della pulizia, anche se incontrati solo attraverso la mascherina. È un tempo indimenticabile perché è un tempo difficile, un tempo di prova e di solitudine radicale. Questa malattia ti costringe subito all'isolamento: sei solo con te stesso, con l'accompagnamento di chi si prende cura di te. È una malattia che ti espone al rischio di morte: non sai mai quando guarirai  e se guarirai. La prova credo consista soprattutto in questa sensazione di alternanza, di alti e bassi, di oscurità e di luce, un po' un senso di intermittenza. E la domanda più radicale riguarda proprio la fede in Dio. Dove sono i suoi benefici? La malattia ti costringe a fare i conti con la morte e ti mette di fronte alle grandi domande della vita.

Quindi un'esperienza che mette in crisi la fede?

R.- La mette in crisi non nel senso che provoca delle domande teoriche riguardo a Dio, ma nel senso etimologico. La parola crisi in greco descrive quel momento in cui sei costretto a deciderti, a giudicare. E questa è una malattia che come tutte le altre - ma forse in modo particolare - ti chiede ancora una volta di fidarti. L'affidamento al Signore non è mai scontato. Anche perché la fede non è che risolva tutti i problemi, tutte le questioni teoriche. La fede è una scelta che ti introduce in un cammino e ti sostiene nell'attraversamento delle fatiche e delle prove. In questo senso ti consente di attraversare la crisi non di evitarla, di fuggirla.

È possibile rileggere questa sua esperienza personale in chiave pasquale?

R.- Mi limito a un solo aspetto dei tanti che si potrebbero toccare. Gesù, nella Lettera agli Ebrei, al Capitolo 5, versetto 8, dice che “Pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza da ciò che patì”. Credo che il Covid-19 in chiave pasquale sia una specie di invito a lasciarsi istruire da ciò che patiamo. Per chi è stato malato è importante lasciarsi istruire da questo patire: non dimenticarlo, non metterlo via come se non fosse avvenuto, come se avessimo chiuso una parentesi per poi ripartire a fare le cose di prima. E che cosa vuol dire questo? Ricordare il bene ricevuto e il male attraversato, sofferto. In fondo questa è la Pasqua di Gesù che muore lasciandosi istruire da ciò che patisce e a quel punto si apre la speranza di un oltre che nasce dal dono di Dio: l'oltre della Pasqua.

Dopo Auschwitz l’uomo si è chiesto dov’era Dio. Oggi, di fronte a questa pandemia, verrebbe spontaneo porsi la stessa domanda…

R.-  Direi che è importante domandarsi di quale Dio parliamo. Dio non è colui che risolve i tuoi guai, tappando i tuoi buchi, evitandoti le difficoltà. In fondo questa è la domanda della moglie di Giobbe a Giobbe: “Dov'è il tuo Dio? Tu che ti sei tanto fidato di lui adesso guarda un po' come sei ridotto”. Giobbe ingaggia con Dio una lotta, un dialogo dove non gli risparmia proteste, domande. Arriva ad accusare Dio, a chiamarlo in causa. È come se Giobbe ci dicesse che il dolore, il Covid-19 nel nostro caso, ponga davvero la domanda radicale: perché il dolore? E questa domanda fa nascere la questione della fede: questo Dio è affidabile? Alla fine Dio risponde a Giobbe ponendogli lui delle domande. Gli chiede di alzare gli occhi e di guardare il mondo: le sue bellezze affascinanti e anche ciò che provoca inquietudine. Giobbe si mette la mano sulla bocca, capisce cioè che avrebbe dovuto tacere. Credo che la sorprendente risposta di Dio a Giobbe sia la risposta di Gesù. La risposta di Dio al dolore e alla morte è quel corpo lì sulla croce, il corpo di Gesù che è Dio. Un Dio che soffre con noi e per noi, ama sino alla fine e apre una luce di speranza nella Pasqua.

Papa Francesco ha affermato che nella prova che stiamo attraversando ci siamo ritrovati fragili. Questa consapevolezza può essere un punto di ripartenza?

R.- Credo che questa pandemia abbia messo in crisi tre miti della società occidentale e della nostra cultura in particolare. Prima di tutto quello della potenza invincibile della tecnica e della scienza, perché la scienza non ci ha salvaguardato da questa pandemia e non poteva farlo. Il mito dell’incrollabilità del sapere tecnico-scientifico è stato sicuramente messo alla prova. Ma ha messo in crisi un’altra idea facilmente diffusa nella nostra cultura: quella che l’io, l’Ego, basti a se stesso. Questa malattia mostra invece in modo efficace il nostro legame con gli altri: quando prendiamo il contagio o quando sono gli altri che si prendono cura di noi, quando patiamo la solitudine. Infine questa malattia ha messo un po' in rilievo le ambiguità della globalizzazione. Ciò che ci sembrava così lontano - un virus partito dalla Cina - lo abbiamo scoperto tra di noi solo quando già da tempo si era infiltrato come un nemico invisibile. Credo che proprio da qui possiamo ripartire: dal non dimenticare questa fragilità, dal lasciarci istruire, proprio come Gesù, da ciò che abbiamo patito.

Anche la Chiesa può uscire rinnovata da questa crisi?

D.- Il principio della Carità direi che è la testimonianza che noi cristiani possiamo dare in questo tempo così difficile di fragilità. Mostrare cioè come la forza dei legami tra di noi, la capacità di perdonarci, andare aldilà dei conflitti, la cura reciproca, sia la strada sulla quale camminare come Chiesa e anche come società civile. Il superamento di una visione molto autocentrata, in cui ciascuno pensa di risolvere le cose da solo. Ritrovare la forza dei legami è in fondo quello che Gesù chiede alla comunità cristiana: amatevi gli uni gli altri come, e perché, io ho amato voi.

23 aprile 2020, 12:01