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Pasqua, Padre Jallouf: il Covid-19 a Idlib causerebbe un massacro

A causa della guerra, in Siria si può contare solo sul 50% degli ospedali pubblici e sul 47% dei centri sanitari. Nella zona di Idlib, al confine con la Turchia, non esistono “ospedali specializzati”, solo “dispensari un po’ più grandi” del normale, dice a Vatican News padre Hanna Jallouf, parroco latino di Knaye. Il francescano parla anche della prossima Pasqua, occasione per comprendere che “dopo la morte c’è sempre la vita”

Giada Aquilino - Città del Vaticano

Un Paese entrato nel decimo anno di guerra, dove i combattimenti dal marzo 2011 ad oggi si stima abbiano provocato almeno 380 mila morti. Un bilancio impossibile da verificare in maniera indipendente, che parla anche di oltre 6 milioni di sfollati interni. Questa è la Siria oggi, dove ai contraccolpi del conflitto si aggiunge l’emergenza Coronavirus, con una ventina di casi confermati e due decessi. Nel quadro delle misure di contenimento, le autorità hanno imposto un coprifuoco parziale nelle aree sotto il controllo di Damasco, dichiarando zona rossa anche il principale luogo santo sciita del Paese: si tratta del santuario di Sayyida Zaynab, alla periferia sud della capitale.

L’allarme dell’Oms

L’Organizzazione mondiale della sanità, già nelle scorse settimane, aveva definito “preoccupante” l’emergere del virus in Paesi con sistemi sanitari “fragili”: in Siria al momento si può contare solo sul 50% degli ospedali pubblici e sul 47% dei centri sanitari. L’Oms aveva pure definito il governatorato di Idlib l’area “meno preparata” in Siria per affrontare una pandemia da Covid-19. Proprio in questa zona, è in corso da marzo la tregua siglata da Russia e Turchia per un cessate il fuoco in tutta la provincia.

La testimonianza

Qui opera padre Hanna Jallouf, francescano della Custodia di Terra Santa e parroco latino di Knaye, nella Valle dell’Oronte, che con le 300 famiglie cristiane locali si prepara a celebrare la Pasqua. Nella sua zona al momento non sono rilevati casi di Covid-19 ma, dice a Vatican News, sarebbe veramente un “massacro” se arrivasse il Coronavirus, “perché non abbiamo ospedali specializzati per affrontare problemi di questo tipo”, col “rischio di una epidemia peggiore di quella che sta toccando l’Europa e il resto del mondo”.

L'intervista a padre Hanna Jallouf

R. - Noi siamo nella zona del nord ovest di Idlib, a 6 km dalla frontiera turca. In tre villaggi cristiani, Knaye, Yakubiyah e Gidaideh, ci sono quasi 300 famiglie, circa 600 persone. La zona è controllata da una formazione jihadista ribelle di Al Qaeda, la Jabhat al-Nusra, alleata della Turchia.

Qual è la situazione tra la popolazione?

R. - La gente è stremata da tanti anni di guerra. È ancora più povera, perché qui ci manca tutto. Manca l’elettricità, manca l'acqua, il costo della vita è molto alto, qualche pezzo di pane riusciamo a prenderlo quasi a un dollaro, poi ci sono da acquistare il gasolio, la benzina. E non c’è lavoro. Inoltre nella nostra zona, dove c’erano 12 milioni di alberi da frutta e ulivi, ne sono stati tagliati 4 milioni, destinati alla Turchia o venduti come legna da ardere.

Nella vostra zona ci sono combattimenti in questo momento?

R. - Sì, c’è qualche combattimento. Ma ora c’è una tregua tra la Russia e la Turchia. Abbiamo avuto tante storie: per esempio qui nel mio convento, ci sono stati 47 missili caduti vicino a me! Per il momento c’è calma, almeno fino al 14 di aprile, quando finirà questa tregua. Poi vedremo, anche se temo che non si arrivi a una pace, perché ognuno è fermo sulla propria posizione, ognuno vuole vincere sull’altro. E questo è un guaio.

Qual è la situazione nei campi profughi?

R. – Ce ne sono molti. Perché specialmente nei mesi scorsi, quando c’erano intensi combattimenti, abbiamo avuto tanta gente sfollata verso la frontiera con la Turchia. Quindi intorno ai nostri villaggi è pieno di tende di profughi. Negli ultimi due, tre mesi sono arrivati a 300 mila presenze. Sono persone che non possono attraversare la frontiera con la Turchia, perché è chiusa. Comunque qualcuno è rientrato nelle proprie case ora che c’è la tregua.

Come vive chi è rimasto ancora nei campi?

R. - Ci sono tante organizzazioni umanitarie che operano sul terreno. Però purtroppo molti aiuti vengono rubati e venduti al mercato nero. È davvero povera gente che subisce la povertà e vive nella miseria.

Come l'emergenza che si è creata per il Coronavirus aggrava la situazione nelle vostre zone?

R. - Dato che Jabhat al-Nusra, che controlla la zona, ha chiuso tutte le strade e le frontiere, siamo quasi dentro una isola. Non abbiamo nessun contaminato dal Coronavirus al momento. Per questo in zona le chiese sono ancora aperte a Knaye e a Yakubiyah. Però abbiamo preso delle misure precauzionali, abbiamo tolto per esempio l'acqua santa e il segno della pace. Abbiamo seguito in televisione la preghiera del Santo Padre e abbiamo pregato con lui affinché veramente questo male passi al più presto possibile.

Se ci dovesse essere un'emergenza ancora più grande per il Coronavirus come si potrebbe affrontare nei vostri villaggi?

R. – Nella nostra zona non abbiamo alcun mezzo per provvedere nel caso in cui qualcuno venisse contagiato. Sarebbe veramente un massacro se arrivasse il Covid-19 anche qui. Perché non abbiamo ospedali specializzati per affrontare problemi di questo tipo. Allora c’è davvero il rischio di una epidemia peggiore di quella che sta toccando l’Europa e il resto del mondo.

Gli ospedali sono in funzione?

R. – Sono ospedali fatti alla buona, più che altro dispensari un po’ più grandi. Ma se dovesse capitare qualche caso forse i malati verrebbero trasferiti in Turchia.

Il Papa si è associato all'appello dell'Onu e ha chiesto di fermare ogni forma di ostilità bellica. Che ripercussione hanno avuto questi appelli?

R. – Il Santo Padre non dimentica la Siria e gli altri Paesi. Il problema è che sono gli altri che non ci pensano. Ma noi abbiamo fiducia nel Signore affinché illumini i cuori verso la pace.

Nelle altre zone della Siria si combatte?

R. - La gente pensa al Coronavirus e deve correre per cercare da mangiare non per combattere.

Lei ha detto che le chiese nella vostra zona, che non è sotto il controllo governativo, sono ancora aperte. Che Pasqua è quella che si sta per celebrare?

R. – Nel resto della Siria è tutto chiuso, anche le chiese. Nella mia zona siamo rimasti in due francescani. E per le due chiese latine di Knaye e Yakubiyah seguiamo quanto deciso dalla Santa Sede per i riti pasquali: senza la lavanda dei piedi, il bacio della Croce, ma le altre preghiere si fanno. Ai fedeli che hanno sintomi influenzali abbiamo chiesto di rimanere in casa e non venire in chiesa. Nella Domenica delle Palme ho detto alla gente: “E’ vero che siamo nel più oscuro punto del mondo nella nostra situazione, ma il Signore vuole che siamo una luce di speranza per tutti”.

Che senso ha celebrare la Pasqua in Siria dopo 9 anni di guerra e con l'emergenza Coronavirus che minaccia il Paese?

R. – Noi speriamo nel risorgere del Paese alla vita, come il Signore è risorto della morte. Speriamo che questa Pasqua sia l'ultima che si viva in guerra. Per questo preghiamo il Signore della pace. Dopo la morte c’è sempre la vita. E ci auguriamo anche che tutto il mondo vinca il Coronavirus, affinché veramente dal male venga il bene universale, con la gente che torna alla sua fede, alla sua speranza, alla sua carità.

07 aprile 2020, 07:23