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Nunzio in Ecuador: la Pasqua anche al tempo del Coronavirus ha la sua grazia

Intervista di Vatican News al nunzio apostolico in Ecuador, l’arcivescovo Andrés Carrascosa Coso. Parla dell’emergenza Covid-19 in uno dei Paesi latinoamericani più colpiti e ricorda chi, già stremato dalla povertà, ora rischia di morire di fame. Da questa Pasqua, dice, viene un invito all'interiorità e ai piccoli gesti che conducono alla Risurrezione di Cristo

Giada Aquilino - Città del Vaticano

Il “dramma” di una popolazione che in alcune zone dell’Ecuador “mangia grazie a quello che guadagna uscendo per le strade a vendere qualcosa” in modo informale e che ora, nel pieno dell’emergenza da Coronavirus, rischia di “morire di fame”. A parlarne a Vatican News è il nunzio apostolico a Quito, l’arcivescovo Andrés Carrascosa Coso, quando in Ecuador, uno dei Paesi latinoamericani più colpiti dal Covid-19, i casi di contagio sono oltre 7 mila, con più di 300 vittime.

Il caso di Guayaquil

A Guayaquil, il capoluogo della provincia di Guayas sull'Oceano Pacifico, si registra il più alto numero di infezioni e di decessi, circa il 70%: gli ospedali e le camere mortuarie sono al collasso e tante famiglie sono costrette a tenere in casa i corpi dei loro cari. Molte imprese funebri hanno interrotto il servizio per paura del contagio, senza distinzioni tra chi è deceduto per il virus e chi per altre patologie. Istituita una squadra speciale formata da polizia e forze armate per portare via i corpi, con l’ordine del presidente Lenín Moreno di rimuovere i cadaveri il più rapidamente possibile.

Le benedizioni in elicottero

Ma la profonda ferita della pandemia non ferma la celebrazione della Pasqua in Ecuador: i riti, come in tutta la Settimana Santa, vengono diffusi via streaming per il divieto di assembramenti. Commozione e speranza hanno accompagnato la benedizione del Giovedì Santo, che i vescovi hanno impartito sorvolando in elicottero il Paese: è successo sulla costa, proprio a Guayaquil, come sulle Ande, a Cuenca.

La testimonianza del nunzio apostolico

A benedire col Santissimo Sacramento le città di Quito, Ibarra, Latacunga, Ambato e Riobamba è stato proprio il nunzio apostolico, l’arcivescovo Carrascosa Coso. Nella sua riflessione spiega come questa Pasqua sia “totalmente diversa” ma non “meno vissuta” delle precedenti: “se siamo uniti con Cristo in Croce - aggiunge - possiamo essere uniti con Cristo che risorge”.

L'intervista a monsignor Carrascosa Coso

R. - È un dramma. È vero che tutto il mondo si è trovato impreparato, stiamo vedendo delle società come quelle in Italia, Spagna, Stati Uniti che sono in gravissima crisi, ma dobbiamo immaginare un Paese in cui la sanità è quella che è: per quanto siano stati fatti degli sforzi negli ultimi anni e siano stati costruiti alcuni ospedali, il numero di posti in terapia intensiva è molto limitato. Quindi il Coronavirus ha significato uno choc, perché quando il governo ha chiesto alla gente di rimanere a casa si sono creati tantissimi altri problemi: in alcune zone il 60% delle persone vive nell’informalità e mangia grazie a quello che guadagna uscendo per le strade a vendere qualcosa.

Cosa sta succedendo a Guayaquil?

R. - Devo dire che quella di Guayaquil è una situazione veramente sfortunata. Il primo caso di Coronavirus è arrivato dalla Spagna: una signora che era venuta in Ecuador a passare il carnevale con la sua famiglia d’origine; è arrivata senza sintomi, poi quando sono comparsi è stata curata con paracetamolo o poco più e solo alla terza volta che si è recata dal medico, dopo 15 giorni, le sono state riscontrate le manifestazioni del virus, ma nel frattempo aveva infettato tutta la sua famiglia e il vicinato. Questo è stato il punto dove ci sono stati più contagi, anche perché la gente vive in strada. Guayaquil è una zona costiera, molto calda. Allora questo ha moltiplicato i contagi in maniera vertiginosa. Poi ovviamente la città ha tante difficoltà perché questa situazione di vendita ambulante è molto comune e non è facile che le persone rimangano a casa. Bisogna anche capire una cosa: l’altro giorno ho sentito un signore che diceva che è vero che si rischia di morire col Covid-19, ma è pure vero che se lui non uscirà a vendere qualche cosa i suoi figli moriranno di fame. È un dramma terribile.

Qual è il conforto della Chiesa per queste persone, soprattutto per i più vulnerabili?

R. - La Chiesa si è attivata attraverso la pastorale sociale, la Caritas, il Banco alimentare. E non ha voluto agire da sola. Una cosa bella un po' in tutto l’Ecuador è che si è cercato di fare delle sinergie. Per esempio, il ministero di Inclusione economica e sociale che ha degli alimenti da distribuire, i proprietari di supermarket che vogliono contribuire, altri semplici privati che collaborano: tutte queste forze si sono unite e la Chiesa sta cercando non solo di essere un componente di questa realtà ma di aiutare a creare tali sinergie. E penso che sia una cosa che possa rimanere anche per il futuro.

La situazione è resa più pesante dai contraccolpi delle proteste dello scorso ottobre, innescate dalla decisione delle autorità di revocare i sussidi per il carburante?

R. - Sì, perché da ottobre in poi il Paese è andato molto indietro economicamente. Quella decisione di revocare un sussidio per i carburanti di per sé non va nella linea della dottrina sociale della Chiesa. Il problema è stato che non si sono previste sostituzioni per i casi più complessi e più difficili, come il trasporto pubblico. Poi ci sono state le proteste e si è innescata una tormenta, anche con diversi altri fattori che si sono uniti. Alla fine si è creata una situazione che ha generato un caos e ha fatto perdere al Paese molto di più di quello che si immaginava. Questi contraccolpi ovviamente si pagano anche adesso.

Il Papa in quelle settimane aveva pregato per la pace sociale, con particolare attenzione proprio alle popolazioni più vulnerabili e ai poveri. In questi giorni sono ascoltate le preghiere del Pontefice per chi soffre al tempo del Coronavirus?

R. - Il Santo Padre ha un ascolto enorme qui. Il venerdì che ha fatto la Benedizione Urbi et Orbi penso che in pochi Paesi ci siano state collegate tante televisioni come in Ecuador: praticamente tutto l'arco televisivo stava trasmettendo in diretta quel momento. Ha avuto un'enorme importanza: ne ho avuta eco sia da parte ecclesiale sia da parte civile. E il Papa ha ben presente la nostra situazione: l’altro giorno mi è arrivato un messaggio, con una sua benedizione per questa Chiesa e per questo Paese. Allora, prendendo spunto da Francesco, con i vescovi e con un gruppo di laici ci è venuta l'idea di dare la benedizione col Santissimo Sacramento sorvolando in elicottero Quito e altre quattro diocesi, alcune anche molto distanti: Ibarra, Latacunga, Ambato e Riobamba. L’abbiamo realizzata il Giovedì Santo, giorno dell'istituzione dell'Eucaristia, e come rappresentante del Papa in Ecuador sono andato io, con il Santissimo Sacramento, sull’elicottero messo a disposizione da privati cattolici. Con grande emozione, unito alla sensibilità del Santo Padre, ho potuto benedire queste città e mettere nelle mani del Signore tutta la popolazione che sta tanto soffrendo. Ho insistito su una cosa: questo è un atto di fede, perché crediamo che il Gesù Cristo che sta nell'Eucaristia è lo stesso che camminava per le strade di Gerusalemme e della Terra Santa. E averLo portato, anche se dall’alto, averLo avvicinato a questo mondo sofferente mi è sembrato il meglio che potessimo fare per la popolazione.

Cosa significa celebrare la Pasqua oggi in Ecuador?

R. - In pochi Paesi penso che la Settimana Santa sia così sentita come in Ecuador. Il Santo Padre, quando è venuto nel 2015, è rimasto colpito dalla enorme e profonda religiosità di queste persone. La Pasqua qui è sempre stata una celebrazione molto esteriore, con grandi processioni, come quella del Jesus del Gran Poder a Quito, con diverse centinaia di migliaia di persone, o quella del Cristo del Consuelo a Guayaquil, con un milione di persone: quest’anno non si sono potute realizzare perché già dall'inizio della pandemia il governo aveva espresso grande preoccupazione per i rischi di contagio. Quindi c’è stata una celebrazione diversa della Settimana Santa che pure ha avuto una sua grazia, cioè un invito all'interiorità, ad andare in profondità. E i sacerdoti con tanta creatività hanno trovato non soltanto il modo di trasmettere le celebrazioni attraverso le reti sociali, ma anche l’occasione di creare gruppi a livello parrocchiale e diocesano. Penso che le persone abbiano partecipato in un'altra maniera. Con piccoli gesti, come quello di seguire la benedizione dall’elicottero affacciandosi in finestra, in balcone, in terrazza, magari esponendo un drappo bianco. Proprio con tali gesti si è invitato il popolo a non rimanere come spettatore ma a partecipare direttamente. Tante radio locali, radio cattoliche hanno poi trasmesso i riti di Pasqua. Dunque è una Pasqua totalmente diversa ma non meno vissuta.

La sua riflessione in questo giorno di Pasqua qual è?

R. - La mia riflessione è che se siamo uniti con Cristo in Croce possiamo essere uniti con Cristo che risorge. Non si arriva alla Risurrezione senza passare dalla Croce. L’invito è a partecipare alla sofferenza di questo popolo, farla nostra per poter portare una parola di Risurrezione, di speranza, in un mondo che dobbiamo costruire in tante cose su basi assolutamente nuove, anche a livello di evangelizzazione. Mi tornano alla mente le parole di San Giovanni Paolo II sulla nuova evangelizzazione: Papa Wojtyla parlava tra l’altro di nuovi metodi. Ecco, magari questi nuovi metodi non li stavamo usando e il Signore ce li ha fatti scoprire in questi giorni. Per cui niente cambia di fondamentale, ma cambia molto la maniera di come questo si fa e si dovrà continuare a fare.

12 aprile 2020, 08:00