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Movimento per la Vita: la pandemia non generi l’eutanasia

Intervista al presidente, Marina Casini-Bandini: “Le possibili scelte dolorose su chi curare e chi no durante l’emergenza non possono essere il pretesto futuro per sdoganare ‘la dolce morte’. Tutte le vite vanno salvate investendo sulla sanità”

Federico Piana -Città del Vaticano

All’apice della pandemia, quando i posti in terapia intensiva erano insufficienti per lo tsunami di malati gravi che si era riversato con drammaticità negli ospedali italiani, chissà a quanti medici sarà passato per la mente un dilemma doloroso, dirompente: quale vita salvare se si fosse costretti a scegliere tra un paziente giovane ed uno anziano ormai arrivato al culmine dell’esistenza? Nei giorni immediatamente successivi all’impennata dei contagi, un documento della Siaarti, la Società italiana di anestesia-analgesia-rianimazione e terapia intensiva, metteva in evidenza come può rendersi necessario porre un limite di età all'ingresso in terapia intensiva: ”Non si tratta - recita il testo- di compiere scelte meramente di valore, ma di riservare risorse che potrebbero essere scarsissime a chi ha in primis più probabilità di sopravvivenza e secondariamente a chi può avere più anni di vita salvata, in un’ottica di massimizzazione dei benefici per il maggior numero di persone”. Ora che l’emergenza sta lentamente rientrando e sulle terapie intensive cala la pressione, c’è chi ha il timore, fondato, che ciò che si sarebbe potuto fare in una situazione di criticità possa essere promosso a comportamento standard, sdoganando, di fatto, l’eutanasia. Marina Casini Bandini, presidente del Movimento per la Vita, è convinta che questo pericolo sia reale: “Tutti gli esseri umani - afferma - sono sempre portatori di una dignità che non può essere sottoposta ad alcuna gradazione”:

Ascolta l'intervista a Marina Casini-Bandini

Eppure la pandemia ci ha messo davanti al dilemma straziante di chi salvare…

R.- Il principio dell’inviolabilità della vita rimane intatto. Poi, però, bisogna comprendere cosa è accaduto. La scarsità di mezzi ha posto dei dilemmi crudeli ed angosciosi: decidere chi deve essere curato e chi no. Allora, bisogna distinguere due piani: quello in cui prevale lo stato di necessità e quello in cui si stabiliscono a tavolino dei criteri valoriali che riguardano la vita umana. E’ su quest’ultimo piano che si innesta la mentalità eutanasica, che produce la cultura dello scarto. Qualcuno potrebbe pensare che, al di là della pandemia, non valga la pena salvare la vita degli anziani o dei disabili.

Molti hanno il timore che ciò che è stato possibile nell’emergenza possa trasformarsi nella normalità: nell’introduzione strisciante dell’eutanasia. E’ d’accordo?

R.- E’ un timore fondato. Già si è presentato con la diffusione delle raccomandazioni ambigue della Siaarti su come gestire la scarsità di mezzi a disposizione dei medici per salvare vite umane. E’ una possibilità che dobbiamo scongiurare soprattutto investendo di più nella sanità affinché tutti i malati possano essere salvati. Tutto ciò che purtroppo sta accadendo, o potrebbe ancora accadere, nella triste fase della pandemia non deve essere portato come eredità nel prossimo futuro.

La pandemia, secondo lei, ha cancellato il dibattito sull’eutanasia?

R.- Io penso che riprenderà presto. E non è escluso che, per convincere l’opinione pubblica, si faccia leva sui criteri adottati durante l’emergenza. Bisogna tenere alta la guardia per tornare a combattere.

25 aprile 2020, 18:16