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Sako: la Chiesa caldea si unisce al Rosario della Cei perché si fermi il Coronavirus

In Iraq, giovedì sera, nella festa di San Giuseppe, i caldei di tutto il Paese reciteranno il Rosario, aderendo all’iniziativa della Conferenza episcopale italiana. Intervista al cardinale Louis Raphaël I Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei

Giada Aquilino – Città del Vaticano

Anche la Chiesa cattolica caldea si unisce spiritualmente alla recita del Rosario lanciata dalla Conferenza episcopale italiana per giovedì 19 marzo alle 21, che sarà accompagnata nella preghiera da Papa Francesco, come lo stesso Pontefice ha riferito all’udienza generale. Dall’Iraq, è stato il cardinale Louis Raphaël I Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei, a esortare i fedeli a meditare i Misteri della Luce, nel giorno della festa di San Giuseppe, custode della Santa Famiglia.

Coronavirus e crisi interna

A Vatican News, il patriarca Sako parla dell’emergenza Coronavirus nel suo Paese, quando i casi registrati hanno superato quota 120; del vuoto istituzionale degli ultimi mesi che ha visto ieri la designazione di un premier incaricato, Adnan Zurfi; delle proteste popolari in corso dall’ottobre scorso e delle speranze di rinascita di tutto l’Iraq.

L'intervista al cardinale Louis Raphaël I Sako

Sua Beatitudine Sako, perché la Chiesa cattolica caldea ha deciso di aderire all’iniziativa della Cei per la recita del Rosario il giorno di San Giuseppe?

R. – Innanzitutto perché ovunque siamo, costituiamo una sola Chiesa, un solo corpo. Inoltre noi cristiani iracheni siamo molto grati agli italiani, alla loro Chiesa, alla Conferenza episcopale italiana e anche ai singoli fedeli che ci hanno aiutato quando siamo stati costretti all’esodo, alla fuga dall’Isis, nel 2014. Così domani mattina alle 8 ora locale, quando in Italia saranno le 6, celebreremo una Messa, che sarà anche trasmessa perché c’è il coprifuoco e non possiamo uscire per via del Coronavirus. La sera poi reciteremo il Rosario in unione con tutti i cristiani italiani e di altre parti del mondo, rispondendo all'appello del Santo Padre: perché solo Dio può fare il miracolo e fermare questo male.

Come la recita del Rosario e l'affidamento a Maria, come ha ricordato il Papa, possono essere luce per l’Iraq in questo momento di emergenza da Coronavirus?

R. – In tutte le parrocchie di Baghdad ci saranno delle candele accese. E i sacerdoti - perché non ci sarà gente, è proibito - attraverso i social media reciteranno il Rosario. Nella nostra cattedrale, dedicata a San Giuseppe, verrà esposta una grande candela davanti all’icona e alla statua dello sposo di Maria.

Che messaggio si vuole lanciare con la recita del Rosario?

R. – Noi siamo figli della speranza. Non dobbiamo avere paura e prendere tutte le misure per essere protetti rispetto a questo virus. E poi puntare a vivere nella pace perché abbiamo fiducia nel Signore. Ma soprattutto questo è il momento della comunione fra noi cristiani, ovunque siamo, anche come uomini: siamo fratelli e sorelle e per questo pensiamo a tutti, non soltanto ai cristiani. Per noi è un momento forte per la solidarietà e la vicinanza, tramite la preghiera.

L’Iraq da ottobre è percorso da manifestazioni di piazza. Da poche ore ha un premier incaricato, dopo tre mesi e mezzo di vuoto istituzionale. Come gli abitanti del Paese stanno affrontando la pandemia?

R. – Non sono preparati a questo evento che è molto grave, la diffusione del coronavirus. E poi noi abbiamo un altro virus: non abbiamo un governo, c’è settarismo, c'è la corruzione, ci sono i manifestanti in piazza da 5 mesi e dunque c’è un vuoto, non c'è ordine. Ieri noi capi religiosi di tutte le Chiese abbiamo avuto un incontro e abbiamo fatto un appello alla classe politica affinché si pensi davvero al bene del Paese, al futuro dell’Iraq, con un governo forte capace di assicurare giustizia e uguaglianza, garantendo condizioni per una degna vita umana.

Che Pasqua sarà questa del 2020 in Iraq?

R. – E’ un momento molto triste anche in Iraq. La Pasqua per noi è la festa più grande, con i riti della Settimana Santa. Non sappiamo ancora se potremo celebrare pubblicamente questa festa o saremo chiusi nelle nostre case. Ma nonostante tutte queste sfide e difficoltà, dobbiamo aprire gli occhi per la complementarità della vita, tutta la vita, non soltanto fisica. La vita non finisce con la morte: è una Via Crucis per noi, speriamo che finirà da una parte con la pace e dall’altra con la fine del Coronavirus.

18 marzo 2020, 16:12