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Disegni dei bambini per i medici e infermieri lasciati davanti al Policlinico di Milano Disegni dei bambini per i medici e infermieri lasciati davanti al Policlinico di Milano  (ANSA) La storia

Quella rete di carità che può sostenere tutti

“Tu lo sai, mio Dio, che per amarti sulla terra non ho altro che l'oggi!”. Si richiama a queste parole di Santa Teresina di Lisieux uno dei cappellani del Policlinico di Milano, don Giuseppe Scalvini. Il sacerdote racconta la sua esperienza e ricorda che, nella tempesta di questi giorni, la rotta giusta è quella di amare, una ad una, le persone che incontriamo

Debora Donnini – Città del Vaticano

Cuore dell’emergenza Coronavirus in Italia è senz’altro la Lombardia. In particolare, ieri, la provincia dove si sono registrati più casi di nuovi positivi è stata quella di Milano. Un dato da mettere anche in relazione con l’aumento del numero di tamponi fatti nella Regione. A cercare di recare conforto al dolore quotidiano e alla paura, che sta vivendo in modo particolare questa zona dell’Italia, anche tanti sacerdoti, come don Giuseppe Scalvini, uno dei cappellani del Policlinico di Milano. In questa diocesi sono venuti a mancare, in questo periodo, 8 sacerdoti, fra cui 7 diocesani e 1 salesiano. Fra loro, anche suo un amico, ci racconta don Giuseppe nell’intervista in cui sottolinea quell’eroismo per abitudine che contraddistingue la vita di quanti, specialmente negli ospedali, si prendono cura dei malati:

Ascolta l'intervista a don Giuseppe:

R. - Questo è l'ospedale del centro di Milano. Qui vedo una grande dedizione, un grande impegno da parte di tutti e si coglie un eroismo per abitudine. Forse adesso è più sottolineato, però questa è gente che tutti i giorni si dà da fare in questo modo per prendersi cura delle persone. Adesso, ovviamente, questa cosa è amplificata perché tutti gli schemi precedenti sono saltati. C’è una disponibilità infinita a lavorare, ad assistere, a curare, ad accompagnare, a contattare anche i familiari. Tante volte vedo, passando per i viali dell'ospedale, questi medici e infermieri stanchi ma che continuano ad essere al loro posto di lavoro con fiducia. Insieme a loro, tutte le altre persone che fanno andare avanti l'ospedale: dal personale amministrativo fino alle persone delle pulizie e a coloro che cucinano. 

Voi cappellani al Policlinico come aiutate i pazienti non potendo stare loro vicini fisicamente?

R. - Quello che cerchiamo di fare è continuare ad essere una presenza di Gesù in mezzo alla gente: Gesù che riconosce Gesù nella persona ammalata. È chiaro che non abbiamo la possibilità di entrare nei reparti. Però celebriamo l’Eucaristia, tutti i giorni, preghiamo per tutti.  L'altro giorno l'arcivescovo, che è anche parroco del Policlinico, è venuto e abbiamo portato Gesù Eucaristia per i viali del Policlinico fermandoci a benedire. Cerchiamo in questo modo di essere loro vicini, magari anche attraverso piccoli gesti. C'è capitato di recapitare una corona del Rosario a una dottoressa ricoverata che lo chiedeva. Oggi, ad esempio, una famiglia mi ha telefonato dicendomi che era il compleanno del papà e chiedendomi se potevo fargli avere gli auguri e, attraverso la disponibilità veramente generosa di medici e infermieri, siamo riusciti a fargli avere gli auguri: piccole cose che cerchiamo di fare con tutto l'amore possibile, con tutta la disponibilità possibile.

Qual è la preghiera che lei oggi  ha nel suo cuore?

R. - Oggi mi sono svegliato con questo pensiero di Teresina di Lisieux: Tu lo sai Gesù che per amarti non ho che l’oggi, non ho che adesso. Credo che concentrarsi sul momento presente sia la realtà fondamentale, sentire che il Signore ci ama in questo momento e fare di tutto per amare le persone che incontriamo, una ad una, in questo momento, perché se tutti facciamo così, quella rete che è di fatto la carità cristiana continua a sostenere tutti: coloro che sono ammalati, coloro che assistono, i familiari a casa, chi ha perso un congiunto e che non ha neanche potuto salutarlo o accompagnarlo. Amare nel momento presente: questo è quello che ci tiene in piedi e che ci fa essere uomini e donne del Vangelo, così come Signore ci chiede di essere.

Nella diocesi di Milano sono venuti a mancare anche diversi sacerdoti, lei li conosceva?

R .- Con uno di questi sacerdoti, in particolare, c'era un'amicizia che durava da tempo e abbiamo avuto la possibilità di vederci a fine gennaio, quando ancora tutto questo non succedeva, e quindi porto nel cuore un ricordo molto bello di un uomo totalmente dedicato alla sua comunità. Mi aveva invitato nella sua parrocchia a parlare della mia esperienza in ospedale e custodisco nel cuore questo incontro come qualche cosa di bello, nell'attesa che, quando sarà il momento, ci rivedremo là.

27 marzo 2020, 15:09