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Don Luigi Giussani con alcuni studenti a Portofino Don Luigi Giussani con alcuni studenti a Portofino 

Don Luigi Giussani: il suo sguardo penetrava l’anima

Celebrazioni in tutto il mondo in memoria del carismatico fondatore di Comunione e Liberazione, innovativo educatore, instancabile animatore sociale, scomparso 15 anni fa a Milano. Il ricordo di don Julián Carrón, presidente della Fraternità di CL e successore di don. Luigi Giussani alla guida del movimento.

Roberta Gisotti – Città del Vaticano

“Cercava la bellezza e ha trovato Cristo” e da questo incontro ha tratto la linfa vitale per entusiasmare generazioni di giovani dal dopoguerra ad oggi, a 15 anni dalla sua morte a Milano, arrivata dopo una lunga e sofferta malattia, il 22 febbraio del 2005, all’età di 83 anni. Nato a Desio, nella Brianza, a nord di Milano, figlio di Beniamino disegnatore e intagliatore, socialista e di Angelina, operaia tessile, cattolica; a soli 11 anni, Luigi Giovanni Giussani, entra nel Seminario minore di Venegono. Sacerdote a 23 anni, chiede di insegnare religione al liceo statale Berchet, lo fa per 13 anni, poi diviene ordinario di Teologia all’Università cattolica di Milano, cattedra che mantiene fino al 1990.

Il rapporto vitale con gli studenti

E’ nel clima studentesco, a cavallo degli anni ’50-’60 pieno di fervori, che il giovane don Luigi getta le basi per la nascita del movimento di Comunione e Liberazione, proprio nelle scuole superiori, dove già operava - collegata all’Azione cattolica - Gioventù Studentesca, che prende slancio dagli insegnamenti del giovane sacerdote sul senso religioso e la ragionevolezza della fede, sulla pedagogia di Gesù nel rivelarsi e sulla natura della Chiesa come continuità di presenza di Cristo nella storia. Sono anni di rinnovato attivismo dei giovani cattolici, che impatteranno poi nella contestazione sessantottina, che indurrà diversi di loro ad abbandonare l’esperienza cristiana per aderire al Movimento studentesco.

Nasce Comunione e Liberazione

I tempi sono maturi per rilanciare l’impegno originale dei giovani cattolici in una proposta educativa incentrata sulla fede cristiana, che prosegue durante l’intero arco della vita, non si esaurisce ma si rinnova sempre nell’ascolto del Vangelo e si approfondisce in ogni ambito della vita quotidiana. Con questo intento nasce nel 1969 il nome di Comunione e Liberazione, movimento che si diffonderà ben presto in tutti gli spazi sociali, scuola, università, parrocchie, fabbriche e altri luoghi di lavoro, spesso sfidando contesti culturalmente e politicamente ostili.

L’espansione tumultuosa del movimento

Un cammino segnato negli anni ’70-‘80 da un’espansione tumultuosa del movimento in Italia e all’estero. Oggi CL è presente in una novantina di Paesi nei cinque continenti, senza che sia richiesta ai membri alcuna adesione formale. “Ho giocato tutto sulla libertà”, ricordava spesso don Luigi, che pure non ignorava i rischi e le derive possibili per il Movimento, in senso intellettuale, organizzativo, politico, richiamando continuamente la ‘vera natura’ di CL: la fede vissuta nella comunione quale fondamento dell’autentica liberazione dell’uomo.

Valorizzare il vero, il bello, il buono, il giusto

Illuminanti le sue parole, l’anno prima della morte, quando chiariva come avesse inteso il suo ruolo di ‘educatore al cristianesimo’: “Non solo non ho mai inteso ‘fondare’ niente, ma ritengo che il genio del Movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l'urgenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta. E forse proprio questo ha destato possibilità imprevedibili di incontro con personalità del mondo ebraico, musulmano, buddista, protestante e ortodosso, dagli Stati Uniti fino alla Russia, in un impeto di abbraccio e di valorizzazione di tutto ciò che di vero, di bello, di buono e di giusto rimane in chiunque viva un'appartenenza”.

La Scuola di Comunità e la Fraternità

Tra le realtà più rilevanti nate intorno al Movimento, sono la Scuola di comunità e la Fraternità di Comunione Liberazione, Associazione riconosciuta dalla Chiesa universale nel 1982, che vede l’impegno dei membri a vivere la fede come cammino nella santità, secondo il metodo trasmesso da don Giussani. Oggi conta oltre 65 mila fedeli nel mondo.

Il Meeting di Rimini e il Banco Alimentare

Grande popolarità in Italia hanno riscosso due iniziative che vedono il coinvolgimento di centinaia di migliaia di volontari che animano il Meeting di Rimini, dedicato ogni anno al dibattito pubblico su tematiche di attualità che interpellano la società civile e la comunità ecclesiale e il Banco Alimentare che raccoglie generi alimentari e recupera le eccedenze della produzione agricola e industriale per distribuirle a strutture caritative sparse sul territorio.

L’entusiasmo e l’inesauribile carisma del fondatore

Una vita intensa di preghiera, di impegni sociali, di viaggi, di incontri in tutto il mondo, di inesauribile carisma ed entusiasmo per ogni espressione dell’arte. A soli sette anni dalla scomparsa, nel 2012 si è aperta causa di beatificazione e canonizzazione di don Luigi Giussani, la cui tomba nel Cimitero monumentale di Milano è meta di devozione e preghiera da parte di tantissimi che lo hanno conosciuto, hanno apprezzato la sua opera pastorale ed hanno beneficiato delle sue innegabili doti umane e spirituali. Tra questi è don Julián Carrón, il suo successore alla guida del movimento di Comunione e Liberazione, presidente della Fraternità di CL, docente di teologia all’Università cattolica di Milano. 

Ascolta l'intervista a don Julián Carrón

A 15 anni dalla morte di don Giussani, di questo straordinario e carismatico sacerdote, quale eredità più grande resta del suo carisma?

R. – L’eredità più grande che resta è di averci introdotto ad un'esperienza della fede e della vita cristiana, che ha affascinato tutti noi che l’abbiamo incontrato e continua ad affascinarci. Più viviamo il suo carisma in questi tempi, così a volte drammatici e confusi, più siamo grati per la modalità educativa a cui lui ci ha introdotto, perché è come se avesse anticipato la situazione multiculturale in cui viviamo, per cui l'unica possibilità per le persone di poter essere interessate alla fede è aver trovato qualcosa che le affascini per vivere più intensamente. Per questo più passa il tempo più siamo grati di questa grazia che abbiamo ricevuto.

Don Giussani si trovò a ‘seminare’ per il movimento in anni difficili di forti cambiamenti sfociati poi nella rivoluzione politica e culturale del ’68. Quale lezione si può trarre per fronteggiare le sfide di oggi per la cristianità, per motivare i giovani cattolici all'impegno sociale?

R. – Fondamentalmente quello che lui fece negli anni drammatici – da lei rievocati - che portarono al ’68, fu ciò che facciamo adesso in un altro contesto, non omogeneo com’era ancora a quel tempo, ma molto più multiculturale, dove c’è costantemente una interrelazione tra personalità, dai background completamente diversi, che vengono da tutte le culture, da tutte le religioni. La sfida resta di poter trovare una modalità di vivere la fede, che sia in grado di essere intercettata dalle persone. Questa mi sembra sia la cosa più grande che si può fare, perché come continua a ripetere il Papa, il cristianesimo si comunica non per proselitismo ma per attrazione. La questione quindi è che si possa trovare qualcosa che attrae con sufficiente potenza e sufficiente bellezza per poter trovare nella fede quello che la fede è: un’esperienza in cui la vita diventa 100 volte più bella e più intensa.

Il movimento di Comunione e Liberazione è diffuso oggi in tutto il mondo: in quali Paesi lei vede una maggiore vitalità per rilanciare la buona novella, il cuore del messaggio cristiano, la bellezza del vivere?

R. - In diversi Paesi ma soprattutto, oltre che in Italia dove la presenza del movimento è molto diffusa, penso al Brasile, agli Stati Uniti, alla Spagna, dove questa vitalità si vede in modo particolarmente esaltante. Ad esempio negli Stati Uniti, dove sono stato in questi giorni, vi è una società che potrebbe essere meno disposta a interessarsi a noi, ma si trovano invece degli spazi e delle modalità di interloquire, di vivere delle persone che a noi ha stupito; siamo rimasti senza parole per quanto possono essere interessati ad una proposta della fede come un avvenimento che cambia la vita.

Quindi non essere timidi nella proposta cristiana perché a volte abbiamo questo sentimento di sfiducia che oggi il cristianesimo non sia più in grado di proporsi come dovrebbe...

R.  – Assolutamente, nessuna timidezza, l’unica questione è che se si concepisce il cristianesimo semplicemente come un moralismo per ‘bastonare’ con concetti su concetti e solo come una dottrina, allora sì, bisognerebbe essere timidi, perché questo non convince più nessuno. Invece se quello con cui si sfidano le persone è una bellezza, un’attrattiva, una modalità di vita che sfida la mediocrità del vivere, come il sopravvivere semplicemente, allora non occorre essere timidi ma occorre essere audaci perché le persone possano intercettare una vita ‘piena’, che purtroppo non è così spesso; allora viviamo con consapevolezza la natura propria del cristianesimo come un avvenimento che cambia la vita e più la gente ha la capacità di intercettare uno sguardo, un modalità di stare nel reale che affascina.

Lei è stato molto vicino a Don Giussani: c'è in particolare un qualcosa che lei porta nel cuore di questa vicinanza che ha avuto la gioia di avere?

R. - Soprattutto lo sguardo. Se c’è una cosa in cui si potrebbe riassumere la personalità di Giussani è la modalità con cui guardava, con cui penetrava fino alle viscere la persona che incontrava, tanto ci teneva a stare presente per la persona che incontrava, come se fosse l'unica al mondo, per valorizzare tutto quello che la persona era, tanto da essere disponibile a dare la vita per quella persona. E questo, chiunque lo ha incrociato pur per un breve momento, non può dimenticarlo; lo porta addosso, nel cuore, è come riconoscere Gesù. Adesso più che mai, in questo momento diciamo di paura, di sconforto, abbiamo bisogno di trovare uno sguardo così.

22 febbraio 2020, 10:20