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I bambini di Bangui chiedono pace, nel corso del viaggio di Papa Francesco del 2015 I bambini di Bangui chiedono pace, nel corso del viaggio di Papa Francesco del 2015 

Il vicario di Bangui: la pace in Centrafrica è ancora possibile

L’appoggio della Comunità internazionale, l’impegno del governo, la risposta autentica di tutti i cittadini chiamati ad agire per il bene comune: don Mathieu Bondobo tratteggia le vie possibili di una pacificazione nel Paese, dopo l'appello dei vescovi, ma denuncia: i cristiani sono ancora oggetto di violenza e persecuzione

Cecilia Seppia – Città del Vaticano

Una Chiesa giovane, presente e dinamica ma al tempo stesso fragile, minacciata e chiamata a fare i conti con un contesto difficile, drammatico, segnato da una guerra che, nonostante gli accordi politici, non ha mai sedato i suoi venti: così don Mathieu Bondobo, vicario dell’arcidiocesi di Bangui, parroco della cattedrale, che accompagnò Papa Francesco nel corso del viaggio del novembre 2015, descrive la Chiesa centrafricana all’indomani dell’Assemblea plenaria dei vescovi, svoltasi nell’ambito delle celebrazioni per i 125 anni dell’evangelizzazione del Paese. Don Bondobo, che ha preso parte all’assise, dal 6 al 12 gennaio, commentando l’appello diffuso dai presuli alla fine dei lavori, si fa portavoce di un clima di rinnovata fiducia e speranza, affermando che la pace in Centrafrica è possibile, ma è un processo “artigianale”, che si costruisce passo dopo passo, con il contributo di tutti.

Ascolta l'intervista a don Mathieu Bondobo

R. - La Chiesa in Centrafrica è sempre presente e l’opera dell’evangelizzazione continua ogni giorno: vediamo sempre una Chiesa giovane, ma anche dinamica, con la partecipazione numerosa dei fedeli alle celebrazioni eucaristiche. Ci sono tanti movimenti, fraternità, confraternite che operano sul terreno e che cercano di vivere la spiritualità di un santo o di una santa a cui si ispirano; ci sono tanti battesimi celebrati, tanti sacramenti vissuti e amministrati nelle diocesi, vediamo anche tanti cristiani che ovunque si trovano, con la forza dello Spirito, cercano di seminare il bene. Al tempo stesso però è anche una Chiesa fragile, che oggi deve fare fronte ad una situazione drammatica.

I vescovi hanno inviato il loro messaggio agli operatori pastorali, alle comunità cristiane, ai giovani, ai politici, ai gruppi armati e alla Comunità internazionale e ancora una volta chiedono a tutti di lavorare per la riconciliazione e la pace, perché la popolazione vive ancora in un contesto di insicurezza e paura… Qual è la situazione sul terreno?

R. – Sì, i vescovi hanno parlato a tutti coloro che hanno ricevuto il Battesimo chiedendo di essere testimoni, di essere una luce capace di illuminare i vari ambiti. Anche quelli che sono impegnati nella politica devono testimoniare la loro fede (è grave – dicono i vescovi - lo scollamento che c'è tra la vita professionale e la vita spirituale di molti cristiani, n.d.r.). Quelli che sono nella Chiesa devono portare la luce, con opere di bene e non solo perché sappiamo che la situazione in Centrafrica non è facile. Siamo di fronte ad un perenne conflitto armato dove i cristiani sono spesso oggetto di violenza, molti hanno perso la vita e devono essere forti per vivere la loro fede perché sono sempre minacciati, uccisi, le loro case bruciate ecc. Ma è proprio lì che devono vivere la loro fede e di certo non è una cosa facile. Perché quando c’è la guerra, in quanto esseri umani a volte, possiamo essree spinti alla vendetta se uccidono un mio fratello, mia madre, mio padre. Ed è qui che i vescovi sono intervenuti, con il loro messaggio, dicendo: ‘attenzione non dobbiamo mai perdere la speranza che è in noi' e che la guerra mai avrà il sopravvento. La vittoria è solo in Cristo, è Lui che ha vinto il mondo e che ha portato la pace, dunque dobbiamo portare Cristo nella nostra vita e non avere paura di quelli che uccidono il corpo.

Sorprende infatti proprio il messaggio ai cristiani, ai quali i vescovi chiedono di andare a votare per mettere fine al favoritismo, al tribalismo, all’intolleranza fra gruppi etnici e politici, alla corruzione, tutti mali purtroppo molto presenti in Centrafrica…

R. - Un buon cristiano è anche un buon cittadino, che deve compiere il suo dovere e il suo ministero nell’ambito sociale e quindi andare a votare: è un dovere primario del cristiano. E’ per questo che i vescovi hanno chiesto al governo di rispettare il calendario elettorale e hanno lanciato anche questo appello alla Comunità internazionale: lavorare in modo tale che ci siano buoni presupposti e vere condizioni per andare a votare. Ma ci sono alcune zone che per prima cosa hanno bisogno di essere pacificate, soprattutto dove si rifugiano i ribelli. C’è già un lavoro che si sta facendo per pacificare il Paese, anche se la cosa è difficile, ma siamo comunque fiduciosi che, con l’appoggio della Comunità internazionale e del governo e anche con il buon senso di tutti, si possa arrivare a questo.

Sul fronte dell’Accordo politico per la pace siglato coi ribelli cosa può dirci? Viene rispettato o subisce violazioni?

R. - Sì, subisce violazioni. Ma sappiamo che arrivare a questa pace è anche un processo. E’ difficile dire che tutto si può fare in un giorno. Quello che abbiamo vissuto come Paese è una crisi grave profonda, con la guerra civile mai veramente finita, e quindi bisogna compiere un passo alla volta. Quando il Santo Padre è venuto in Centrafrica, ci ha detto e ripetuto che ‘la pace è artigianale’. Cioè è una cosa fatta a mano e tutti siamo chiamati a mettere la mano in questo lavoro, in questa costruzione. Siamo certi che, passo dopo passo, arriveremo a questa pace desiderata e voluta da tutto il popolo centrafricano.

14 gennaio 2020, 13:17