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La religiosa Anne Lécu, alle giovani dico: non fatevi clonare

Anne Lécu, domenicana e medico nel più grande carcere d'Europa, racconta la sua esperienza di religiosa e donna tra le mura di uno dei "luoghi emblematici della disperazione umana". L'intervista che pubblichiamo in versione integrale, è una delle tre contenute nel nuovo numero di gennaio di "Donne Chiesa Mondo", il mensile dell'Osservatore Romano

Marie Cionzynska - Città del Vaticano

Parla da Parigi dove lavora nel carcere di massima sicurezza di Fleury-Mérogis, il più grande d’Europa situato a 30 chilometri dalla capitale francese. Nei cinque blocchi - disposti a raggiera intorno ad un edifico centrale - sono ospitati fino a 900 prigionieri. Anne Lécu è una religiosa domenicana e lavora come medico in questa roccaforte considerata inespugnabile.

Come ha capito di avere la vocazione religiosa?

R: - Non so esattamente cos’è una “vocazione religiosa”... È paragonabile a quello che scrive Michel de Certeau a proposito del poeta. «Il poeta non può fare altro che scrivere poesia». Se può fare altro, è perché non è un poeta. Anche il religioso non può fare altro che essere religioso. È paradossale in quanto la scelta della vita religiosa è una delle tante opzioni di un cammino di felicità possibile e al tempo stesso non è possibile fare altrimenti. Così, quando ho incontrato la famiglia domenicana, ho capito che ero a casa mia. E ho voluto provare a vivere questa vita.

Come concepisce la sua missione di medico penitenziario?

R: - Io sono inviata dalla mia comunità per annunciare il Vangelo e sono pagata dall’ospedale pubblico per svolgere il mio lavoro di medico penitenziario. Il fatto di lavorare in carcere, dove l’annuncio esplicito è fuori questione, mi permette di leggere la Bibbia e di vivere la mia fede in modo diverso. È a partire da ciò che vivo lì che posso annunciare il Vangelo all’esterno, con un tono che è diventato il mio grazie al carcere. Lavorando in un luogo così, si è obbligati a prendere posizione e io mi sono schierata con i colpevoli. La figura che m’ispira è quella di Cristo crocifisso tra i due ladroni. Se si passa davanti a Lui, non si sa a priori che è più innocente degli altri due… Pierre Claverie, che è stato assassinato un mese prima che professassi i miei primi voti, aveva scritto, poco prima di morire, che la Chiesa non poteva essere la Chiesa di Cristo se non ai piedi della Croce, senza la qual cosa sarebbe un’illusione mondana. Ci devono essere tra noi persone presenti in luoghi emblematici della disperazione umana, per far sentire che una vita è possibile. Si tratta prima di tutto di annunciare alla gente che ha il diritto di vivere. Annunciare Cristo è forse prima di tutto annunciare alla gente che ha il diritto di vivere.

È perché non credono più?

R: - Fra quanti frequento in carcere spesso è così. La condanna più grande è di pensare che non si ha diritto di esistere, che si è di troppo in questo mondo e che sarebbe stato meglio non esserci. Ma non accade solo in carcere. Possono provarlo anche persone che non hanno necessariamente una vita catastrofica, come capita anche a noi, nella vita religiosa. Come ricordiamo a noi stesse, tra di noi, che la nostra vita non è impropria?

Ci sono malattie specifiche in carcere?

R: - Direi piuttosto che ci sono motivi di consulti particolari, legati alla reclusione. Io lavoro essenzialmente con donne e, per esempio, tante smettono di avere il ciclo mestruale. Ci sono inoltre molti problemi di pelle: eritemi, pruriti. La pelle è l’organo più esteso. Una donna che aveva una forte eruzione cutanea mi ha spiegato che il suo corpo che trasudava non era altro che la sua anima che piangeva le lacrime che lei non riusciva a versare. Alcune donne che erano state ridotte allo stato di sacco, a inghiottire dosi di cocaina per contrabbandare la droga, sono ingrassate tantissimo. Il corpo ha preso la forma di ciò che gli è capitato.

Qual è la cosa peggiore in carcere?

R: - La cosa peggiore è l’essere abbandonati, il non aver risposte alle domande che si fanno. Una signora latinoamericana mi ha spiegato che da due mesi non poteva chiamare la famiglia perché c’era un problema con il modulo da compilare e che nessuno si preoccupava di chiamare un traduttore. Non poteva chiamare la sua famiglia per Natale.

Il carcere le ha dato un tono particolare nell’annuncio del Vangelo…

R: - Non saprei, è una cosa che mi hanno riferito. La vita in carcere ti spoglia della langue de bois, del linguaggio ingannevole. A volte posso essere brutale, nella vita di tutti i giorni, il che non è necessariamente la cosa migliore da fare, ma vado dritta al punto. Gli scontri tra ambienti diversi producono cose interessanti. È per questo che penso che la vita religiosa debba rispettare le differenze: stare con i ricchi e con i poveri, stare con gli innocenti e con i colpevoli. È in questa tensione che qualcosa può emergere.

Il fatto di essere religiosa ha un impatto sulla sua missione?

R: - Solo chi è stato carcerato può conoscere la vulnerabilità dei detenuti…. E non è il mio caso. Ma conosco la vulnerabilità di vivere in un istituto che invecchia, che non sa cosa l’aspetta tra dieci anni e se la vita in comune sarà ancora possibile. Questa insicurezza di fondo mi consente di comprendere una forma di vulnerabilità che non è la mia, quella dei detenuti. Mi pone in una posizione in cui non si tratta di fornire risposte, ma di sapere ascoltare i lamenti. Personalmente trovo molto più difficile sopportare il lamento delle mie consorelle di quello dei detenuti, perché quel lamento mi è più vicino: è anche il mio.

Come spiega il calo delle vocazioni religiose femminili?

R: - C’è una dispersione delle forze vive legata alla molteplicità degli istituti, che non conferisce lo stesso dinamismo né la stessa attrattiva che hanno gli istituti maschili, per esempio. Le grandi famiglie religiose sono indubbiamene destinate a durare, ma penso che non sia così indispensabile avere una tale molteplicità di congregazioni femminili legate a queste grandi famiglie. Come fare per sostenere la vita consacrata? Se le forze vive vengono disperse si esauriscono, ma se vengono concentrate il grano stipato marcisce. San Domenico fin dall’inizio ha inviato i suoi fratelli due a due ed è stato questo che ha permesso all’Ordine di nascere. Ci si trova sempre tra due rischi.

Che insegnamenti possiamo trarre dalla Storia il futuro della vita consacrata?

R: - La vita religiosa, fin dalle sue origini, è un mettersi da parte. La figura emblematica è per me sant’Antonio che si addentra nel deserto. Stando da parte, è al centro. Come facciamo, con i numeri che abbiamo, a essere presenti nelle nostre comunità occidentali? Ci sono cose su cui possiamo fare affidamento: una vera competenza sull’invecchiamento e sulla vita comune tra generazioni diverse, di cui la nostra società ha bisogno…. Ma c’è anche questo mettersi da parte che costituisce la vita religiosa, i cui due fondamenti sono la solitudine e la condivisione dei beni.

Che cosa direbbe a una giovane che vuole abbracciare la vita religiosa?

R: - Vieni e vedi…. Ma conserva il tuo spirito critico. Stai attenta, perché ci sono comunità devianti, e non è, ad esempio, per la presenza di molte giovani che la vita nella Chiesa è vissuta. A volte dietro la facciata sgargiante di certe comunità si nascondono abusi di potere. Il criterio decisivo è come gli istituti consentono di sviluppare la libertà interiore. Dobbiamo controllare affinché le comunità non pratichino la clonazione, affinché ci siano diversità di opinioni, modi differenti di comprendere la fede e di votare, e conflitti ideologici perché è questo che consente di sapere se all’interno della comunità c’è libertà di pensiero. E se ti assillano e ti inviano ogni giorno degli sms per sapere come stai mentre stai facendo un ritiro, scappa.

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23 gennaio 2020, 15:58