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Suicidio assistito. Morerod: “In Svizzera società materialista. Manca la speranza”

L'arcivescovo di Losanna-Ginevra-Friburgo commenta il recente documento della Conferenza episcopale sul comportamento pastorale nei confronti di chi ha deciso di togliersi la vita: chi rappresenta la Chiesa al momento dell’inizio del protocollo medico deve uscire dalla stanza. Non si può dare l’assoluzione a chi ha scelto di commettere intenzionalmente un peccato

Federico Piana- Città del Vaticano

Monsignor Charles Morerod è vescovo della diocesi di Losanna-Ginevra-Friburgo e membro della commissione di bioetica della Conferenza episcopale elvetica. Ha studiato in ogni particolare il documento ufficiale contro il suicidio assistito, pubblicato qualche giorno fa, con il quale la Chiesa svizzera ribadisce che esso “è radicalmente contrario al messaggio evangelico” ed indica i comportamenti pastorali da adottare nei confronti di questa pratica disumana. E prima di spiegare le ragioni di una nuova presa di posizione in favore della vita, il presule parte da un’amara constatazione: “In Svizzera il suicidio è molto diffuso. Il numero delle persone che sceglie di togliersi la vita è abbastanza alto”.

Quali sono le ragioni dell’impennata di questo fenomeno?

R. - C’è una mancanza di speranza. In Svizzera esiste una società troppo materialista. Chi ha soldi pensa di poter comprare tutto ma ad un certo punto si trova disperato perché con il denaro non si compra la felicità. Il materialismo non offre molte risposte. E poi c’è anche una pressione della famiglia: quando una persona invecchia costa molto e dunque i parenti rischiano di ereditare meno. E’ una cosa cinica. I familiari allora dicono: vedi, la tua vita ormai non e più felice e costi molto alla società…

Il documento della Conferenza Episcopale svizzera di intitola ‘Comportamento pastorale di fronte alla pratica del suicidio assistito’. Quali sono gli obiettivi che vuole raggiungere?

R. - E’ una risposta ai dubbi di molti sacerdoti che si trovano in una situazione nuova: persone che hanno scelto di togliersi la vita e prima di farlo vogliono il conforto di un prete. Cosa fare? Noi, con il documento, diciamo di andare da queste persone perché c’è la speranza che all’ultimo momento possano rinunciare, ripensarci. Ma d’altra parte c’è la questione dei sacramenti. Non si può dare l’assoluzione a qualcuno che vuole commettere un peccato intenzionalmente. E poi esiste il pericolo dello scoraggiamento. Chi assiste ad un suicidio o alla sua preparazione può essere colto dallo sconforto e pensare: cosa avrei potuto fare di più per evitarlo?

Voi indicate agli operatori pastorali cattolici, e ai sacerdoti, di uscire al momento in cui il suicidio si sta per compiere…

R. - Sì. Perché non si deve dare l’impressione che la Chiesa approvi quel gesto. Forse per il sacerdote o l’operatore pastorale sarà possibile tornare dopo, per non lasciare la famiglia nel dolore. Ma si deve valutare caso per caso. Ogni situazione è diversa. La regola generale è che non si deve lasciare sola la persona che vuole suicidarsi perché un ravvedimento o un pentimento in extremis è sempre possibile. Ma al momento dell’inizio del protocollo medico chi rappresenta la Chiesa deve andare via dalla stanza.

E’ possibile che la Chiesa in Svizzera possa far ripensare la legislazione favorevole al suicidio assistito?

R. - Noi svizzeri votiamo molto spesso e quando il popolo è a favore di qualcosa non c’è nulla da fare. La Chiesa sta cercando di far cambiare idea alla gente ma non ci stiamo riuscendo.

Ascolta l'intervista a monsignor Morerod
09 dicembre 2019, 15:00