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Camerun, Caritas Yagoua: dopo dialogo nazionale si arrivi a decisioni concrete

La liberazione del leader dell’opposizione del Camerun e di altri prigionieri politici è un primo “risultato” del dialogo nazionale avviato a fine settembre nel Paese africano, afflitto da un conflitto nelle regioni anglofone e dalle violenze di Boko Haram. Lo afferma a Vatican News fratel Fabio Mussi, coordinatore della Caritas diocesana di Yagoua

Giada Aquilino - Città del Vaticano

Misure di “fiducia e riconciliazione”, dando un “seguito effettivo” al dialogo nazionale da poco avviato in Camerun. Così il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, dopo che il leader dell’opposizione del Paese africano, Maurice Kamto, è stato liberato assieme a oltre 100 membri del partito da lui guidato, il Mouvement pour le Renaissance du Cameroun. Lo ha deciso il presidente Paul Biya - al potere da quasi 37 anni - per la forte pressione internazionale a seguito della dura repressione nei confronti degli schieramenti contrari al governo. “È appena finita la conferenza nazionale voluta dal presidente in cui sono state chiamate a partecipare tutte le personalità del Paese, in una sorta di convenzione nazionale che, pur con tutti i limiti e le critiche ricevute, ha dato qualche risultato già adesso” dice a Vatican News fratel Fabio Mussi, missionario laico del Pime, coordinatore della Caritas della diocesi di Yagoua, nell’Estremo Nord del Camerun.

La crisi nelle regioni anglofone

“Sono stati liberati i prigionieri politici e anche il principale oppositore, che era in prigione. Quindi - osserva - si tratta di segnali per un’apertura ed un dialogo che arrivi a trovare una soluzione pacifica”. Il Paese vive da due anni una profonda crisi nelle sue regioni anglofone, il Nord-Ovest e il Sud-Est, con scontri tra esercito di Yaoundé e separatisti che hanno già provocato oltre 3 mila morti, secondo Human Rights Watch, e più di mezzo milione di profughi, in base a stime dell’Onu. Al dialogo nazionale, spiega fratel Mussi, “non si è parlato di indipendenza, ma il presidente ha detto che assicurerà degli statuti speciali per queste due regioni”. Papa Francesco aveva recentemente pregato per un dialogo “fruttuoso” con “soluzioni di pace giuste e durature” per tutto il Paese africano. La preghiera del Pontefice “è arrivata” anche in Camerun, assicura il missionario del Pime: “credo - afferma - che anche questo abbia influito sull’orientamento della conferenza”, nella speranza di “arrivare a decisioni concrete”.

Le violenze dei Boko Haram

Oltre al conflitto nelle zone anglofone, proseguono gli attacchi degli estremisti islamici nigeriani di Boko Haram, la cui violenza dal 2009 ha ucciso 27 mila persone e spinto quasi due milioni di civili a fuggire dalla Nigeria al Niger, al Ciad e al Camerun. “Le due cose sono indipendenti e molto distinte”, spiega il coordinatore della Caritas della diocesi di Yagoua. Nell’Estremo Nord del Camerun, “con la fine della stagione delle piogge, si rischia ora di avere nuovo aggravamento della situazione, perché durante la stagione delle piogge molti territori sono inondati, col conseguente rallentamento delle azioni militari: l’ultimo assalto dei Boko Haram - ricorda - risale ad una decina di giorni fa sul Lago Ciad”. I miliziani sconfinano in Camerun, aggiunge, in cerca di cibo “perché ormai in Nigeria hanno creato una cintura di sicurezza che impedisce ad ogni alimento di arrivare dal Sud, quindi tutto quello che arriva giunge dal Nord o dal Lago Ciad. Dunque vengono per razziare, per portare via animali, cereali e quant’altro per la loro sopravvivenza. Inoltre la nostra zona risulta meno controllata di altre frontiere quindi permette ancora dei passaggi tra la Nigeria e il Camerun”.

L’informazione contro la diffusione del colera

Ad aggravare la situazione, una epidemia di colera “ancora in corso”. “In molte zone è sotto controllo, ma il problema è che non si sa bene se stia dilagando altrove”, riferisce il missionario precisando comunque che “le autorità sanitarie hanno preso delle misure efficaci e stanno seguendo da vicino questa situazione”. “Attualmente sono stati individuati 250 casi più o meno sospetti, con una ventina di decessi”: per questo motivo nelle scuole cattoliche della diocesi di Yagoua, che accolgono quasi 10 mila alunni, sono stati avviati dei corsi di informazione sui pericoli dell’epidemia. “Si parte dai bambini, cercando di sensibilizzarli nel lavarsi le mani prima dei pasti, quando vanno in bagno, in modo che ci sia un minimo di controllo. Il problema - nota fratel Fabio - è che ciò che fanno a scuola non è detto possano rifarlo a casa, però è già un punto di partenza perché possa esserci una sensibilizzazione in tal senso sia dei bambini sia delle famiglie”.

La ripresa della scuola

Il 2 settembre scorso è ripreso l’anno scolastico, con un’alta affluenza alle lezioni: “è un segnale positivo - spiega - perché significa che nella nostra zona le famiglie e i ragazzi non hanno attualmente delle preoccupazioni particolari riguardo alla sicurezza”. Con l’aiuto della Fondazione Pime di Milano, che ha progetti anche per il sostegno a profughi e sfollati, nella diocesi di Yagoua sono state costruite 10 ulteriori aule e ne sono state ristrutturate altre 7, oltre a 20 nuovi servizi igienici, determinanti proprio nella lotta alla diffusione del colera.

L'intervista a fratel Fabio Mussi
10 ottobre 2019, 14:15