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Ecuador: Parlamento ha detto no alla legalizzazione dell’aborto

Raccolto l’appello della Chiesa locale che nei giorni scorsi aveva invitato i parlamentari a riflettere sul fatto che, votando sì alla depenalizzazione, avrebbero condannato a morte esseri innocenti ed indifesi

Andrea De Angelis - Città del Vaticano

L’aborto in Ecuador non sarà legale. Lo ha deciso l’Assemblea Nazionale del Paese, espressione del Parlamento unicamerale. Decisive le 7 assenze e le altrettante astensioni che hanno fermato a quota 65 i voti favorevoli alla depenalizzazione, mentre la maggioranza richiedeva i sì di almeno 71 parlamentari. Sono stati 59 i voti contrari.

La soddisfazione della Chiesa

“Siamo molto contenti per l’esito della votazione, ma anche coscienti che il lavoro continua, soprattutto a livello educativo, culturale, nell’aiuto alle mamme”. Questo il commento rilasciato al Sir da monsignor José Alfredo Espinoza Mateus, arcivescovo di Quito e primate dell’Ecuador, che sottolinea come la proposta di legge fosse incostituzionale. “Nel dibattito di questi giorni – aggiunge monsignor Espinoza – si diceva che l’aborto sarebbe stato consentito solo in caso di violenza sulla madre, ma non era vero, c’erano molte altre possibili cause per consentire la sua legalizzazione”. Una soddisfazione che deriva anche dall’incertezza dell’esito del voto alla vigilia dell’espressione del Parlamento. Il presidente della Commissione Giustizia dell’Assemblea nazionale, Ximena Peña, aveva infatti detto che erano almeno 75 i parlamentari favorevoli alla depenalizzazione dell’aborto.

L’impegno dei vescovi locali

“Devo dire – afferma monsignor Espinoza - che come Conferenza episcopale e anche qui nell’arcidiocesi, con i progetti coordinati da mons. Danilo Echeverría, abbiamo fatto un grande lavoro, sia di contatto e dialogo con i parlamentari, sia nella sensibilizzazione dei movimenti ecclesiali e dei fedeli”. L’appello alla difesa della vita dei vescovi ecuadoriani ha sottolineato con forza, alla vigilia del voto parlamentare, quella che è da sempre la posizione della Chiesa cattolica. “Dato che siamo un Paese per oltre l’80% credente in Dio e, quindi, nell’amore, nel perdono, nella giustizia, nella verità e misericordia - si legge nella nota della Cee - dobbiamo anche pregare per coloro che, confusi o sotto pressione, fingono di negare il diritto a vivere”. Di qui l’interrogativo: “Chi siamo noi per uccidere un essere innocente e indifeso? Il nostro impegno per entrambe le vite è offrire speranza e non oscurità; fornire a molte madri in gravidanza i nostri consigli, ascolto e sostegno e, senza giudicarle, aiutarle a capire che valgono così tanto che – si legge ancora nell’appello della Conferenza Episcopale Ecuadoriana alla vigilia del voto - stiamo lottando per la loro vita e quella del loro bambino che vive già nel loro grembo”.

“Il lavoro deve continuare”

L’arcivescovo di Quito e primate dell’Ecuador ribadisce che questa vittoria non deve però far pensare che il lavoro sia finito. “Il lavoro continua, soprattutto sul piano culturale e delle iniziative, già molte – sottolinea monsignor Espinoza -, che abbiamo nelle nostre diocesi per le mamme, per le donne che subiscono violenza, per coloro che hanno abortito, per i minori”. Tra i tanti progetti, il più importante riguarda proprio l’arcidiocesi di Quito: “Si chiama Sos Mamá e prevede un processo di attenzione e promozione integrale per le donne incinte, che affrontano una gravidanza a causa di una violenza, oppure abbandonate o cacciate da casa. Il progetto – spiega l’arcivescovo - cerca di prestare loro assistenza e così pure ai loro figli e di far crescere in queste donne l’autonomia e la possibilità di avere un futuro”.
 

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19 settembre 2019, 11:17