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Incontro sulle migrazioni promosso dal Centro Astalli: via i muri, restiamo umani

Rifugiati ai confini dell’umanità: è il tema su cui si sono confrontati oggi all’Università Gregoriana di Roma, il Priore della Comunità di Bose, Luciano Manicardi e il filosofo Massimo Cacciari. L’incontro è stato promosso dal Centro Astalli in vista della Giornata Mondiale del Rifugiato

Cecilia Seppia – Roma, Università Gregoriana

Secondo le stime delle Nazioni Unite i migranti nel mondo sono circa 260 milioni e ogni 10 anni, questo numero aumenta di circa un quinto. Le migrazioni dunque non sono un fenomeno occasionale o passeggero ma strutturale. Sono il risultato degli squilibri nello sviluppo economico e sociale, delle guerre, dei cambiamenti climatici ma anche l’espressione di profonde trasformazioni negli stati e a livello internazionale.  Dunque pensare di fermare i flussi migratori con decreti amministrativi, con barriere e muri è totalmente illusorio, è come voler fermare la storia. Ma di fatto è questa la soluzione che i governi in più parti del mondo stanno adottando per contrastare il flusso di migranti.

Sempre più muri

Dialogare, ripensare in chiave cristiana l’accoglienza, conoscere la vita delle persone che vivono questo dramma, risulta ancora l’antidoto migliore all’ignoranza, alla paura, alla chiusura e alla “globalizzazione dell’indifferenza”, che tale fenomeno scatena. Ecco perché il Centro Astalli, in vista della Giornata Mondiale del Rifugiato, che si celebrerà il prossimo 20 giugno, ha proposto un dialogo tra il filosofo Massimo Cacciari e il Priore della Comunità di Bose, Luciano Manicardi. A 30 anni dalla caduta del muro per antonomasia, quello di Berlino, che spaccava in due l’Europa e l’umanità intera, il Vecchio Continente – concordano i due - si trova di nuovo ad essere percorso da muri, per un totale di quasi mille chilometri, sei volte la lunghezza di quello di Berlino. E il costo umano delle barriere, sempre più lunghe e numerose in un’Unione nata invece per abbatterle, per essere Casa di Popoli, continua ad essere insostenibilmente alto.

Seguire il magistero del Papa 

"Il dialogo – sostiene Manicardi – rimane sempre una risorsa per uscire dalle logiche della violenza, del non riconoscimento dell’umanità dell’altro. Dare la parola, ascoltare l’altro è la prima via per potergli riconoscere quello statuto umano che è la dimensione indispensabile perché ci possano essere anche delle politiche e delle legislazioni degne di questo nome. Uno dei più grandi rischi è pensare che all’interno di un gruppo quelli che vengono da fuori, siano sempre meno umani di noi. Su questo piano il magistero di Papa Francesco è eloquente, forte e assolutamente inequivocabile. Purtroppo quello che rincresce è vedere che a volte non solo negli spazi politici ma anche in quelli cristiani e cattolici questa voce stessa sul tema dei migranti non venga ascoltata o addirittura derisa”.

Ascolta l'intervista a Luciano Manicardi

 Guardare al futuro partendo dai rifugiati

“Il muro dell’indifferenza nei confronti dei migranti sembra non essere mai stato così alto: confinati, respinti, in zone non sicure, l’umanità sembra voler ignorare le loro voci – afferma p. Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli -. I muri reali e simbolici costruiti a difesa delle identità rischiano di minare alle radici la nostra comune umanità. Bisogna invece guardare al futuro partendo dai rifugiati che ci interpellano richiamando la nostra responsabilità ad occuparci delle ingiustizie del mondo”. Padre Ripamonti che rivolge un monito a non chiudere le porte e un invito piuttosto a camminare insieme, insiste sulla necessità di affrontare il fenomeno migratorio attraverso il coordinamento di ogni stato, come previsto dal Global Compact”.

Ascolta l'intervista a p. Camillo Ripamonti

Le storie, i volti, le persone

Nell’ambito di questo dialogo, aperto da un video, in cui si dà voce proprio a quattro rifugiati in Italia, alle loro storie, ai muri incontrati durante il loro percorso di vita e ai confini superati, sono riecheggiate anche le parole che Papa Francesco ha affidato al messaggio per la Giornata del Rifugiato:  "si tratta di non escludere nessuno, di mettere gli ultimi al primo posto costruendo così la città di Dio e dell’uomo". Tra i protagonisti del video, realizzato dal Centro Astalli, c’è Karamoko, un giovane di 30 anni, fuggito dalla Costa d’Avorio a causa della guerra civile, rifugiato in Liberia per 10 anni ma costretto a scappare pure da qui per colpa della violenta epidemia di Ebola. Approdato 4 anni fa sulle coste italiane, Karamoko racconta la sua odissea, l’aiuto ricevuto e le tante difficoltà incontrate in Italia a causa del clima, della lingua, della mancanza di un lavoro, ma alla fine sorride è felice di essere ancora vivo e di sentirsi pienamente umano. Dice: “I muri non servono, siamo tutti esseri umani e tutti abbiamo gli stessi diritti. La prima cosa che serve è conoscerci e imparare a rispettarci".

La storia di Karamoko
17 giugno 2019, 18:30