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Mons.  Jean-Claude Hollerich Mons. Jean-Claude Hollerich 

Mons. Hollerich: i populismi si affermano quando la fede non è più viva

Così mons. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Comece, la Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea, commenta a Vatican News il risultato del voto alle europee

Stefano Leszczynski - Città del Vaticano

“Bisognerebbe fare un’analisi molto dettagliata sui risultati delle elezioni. Ma penso che senza gli appelli del Santo Padre all’accoglienza, e anche a quelli di tanti vescovi, parrocchie e comunità in Europa, il risultato sarebbe stato peggiore”. 

Mons. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Comece (Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea), ha risposto così alle domande dei giornalisti sui risultati delle elezioni europee, durante la conferenza stampa di presentazione del Messaggio del Papa per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato.

I movimenti populisti e ultranazionalisti infatti, non hanno avuto il boom che ci si aspettava, anche se hanno avuto una forte affermazione e nel loro elettorato ci sono tantissimi cristiani e tantissimi cattolici. Come mai?

Ascolta l'intervista a mons. Hollerich

R. – Penso che ci siano forse due spiegazioni possibili. La prima è che i cattolici non si sono sentiti rappresentati in politica. Ci sono state tante leggi che la gente non ha capito, che la gente non voleva, i cattolici non le volevano. Si sono sentiti come se non fossero “di oggi”, perché il mondo oggi è cambiato e per questo si sono sentiti a disagio. Oggi si vota per partiti che protestano, anche, contro queste élite o vecchie élite del sistema europeo. E poi, abbiamo un cattolicesimo che non è più tanto vivo. Non so, ad esempio, quante sono le persone che pregano, in Europa. C’è gente che mostra il rosario, sì; ma non so se la gente prega, e pregare vuol dire avere il cuore aperto a Dio e sapere che Dio può cambiare la mia vita e che io lascio Dio cambiare la mia vita. Io posso farlo perché so che alla fine sarò più felice, in questo modo. Ma è sempre un rischio, è un cambiamento, è uno sforzo che si deve fare. Il Papa ha detto che la santità non è per i pigri: bisogna fare un certo sforzo per raggiungere la santità, e questa visione della santità del Papa, che è aperta a tutti … noi non abbiamo più il senso della nostra Chiesa. Siamo diventati una Chiesa molto rituale, piuttosto ideologica che veramente di fede. E noi dobbiamo avere una conversione della Chiesa, in Europa, per incontrare Dio nella realtà di oggi. Perché, Dio ci parla: siamo noi che non ascoltiamo.

Lei ha sottolineato bene che c’è stato un allontanamento di molti fedeli dalla Chiesa. Ci sono tanti cattolici di fatto, che però non rispecchiano questo loro essere nella vita quotidiana. Cosa bisogna fare per riuscire a far tornare queste persone a guardare alla Chiesa come a un punto di riferimento, ma senza farlo apparire come un peso, un sacrificio in più, una fatica?

R. – Penso che abbiamo bisogno della testimonianza della comunità cristiana. Noi non abbiamo ancora realizzato appieno che siamo “chiesa”, che siamo comunità e che non è che il vescovo, il sacerdote fanno la predica e poi la gente ascolta: la gente non ci ascolta - normalmente! Forse ci trova simpatici o meno simpatici, ma non è che la gente vuole sentire quello che dicono i vescovi, perché ci trovano il senso della loro vita. Non è vero. Per questo, noi dobbiamo cambiare. Noi dobbiamo cambiare il nostro discorso, dobbiamo cambiare. Noi dobbiamo cambiare il nostro linguaggio, dobbiamo cambiare il nostro modo di agire … una Chiesa clericale non può essere missionaria! La Chiesa può essere missionaria soltanto se ogni cristiano capisce la propria importanza, che Dio non ha più amore per un vescovo che per un uomo che lavora per la Radio Vaticana: Dio ha lo stesso amore per ambedue, io non sono più importante di qualcun altro perché sono vescovo. Dobbiamo trovare una nuova umiltà nella Chiesa e incontrare la gente con i problemi della gente; ascoltare, ascoltare veramente con simpatia, con empatia; ascoltare il cuore della gente. Altrimenti non siamo la Chiesa di Cristo. Dunque, c’è un cambiamento che prima dobbiamo fare noi, e non è una riconquista. Prima dobbiamo cambiare noi, e penso che il messaggio del Papa per la Giornata dei migranti vada completamente in quella direzione, quando dice: non è soltanto per i migranti ma è per voi, per la vostra felicità. E’ la comunità cristiana come tale che deve avere una certa gioia – non dico una gioca completamente fuori dal mondo, ma che si veda che si può essere cristiani nel mondo di oggi, essere felici anche con tutti i problemi che ci sono.

27 maggio 2019, 15:09