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Continua la battaglia contro il colera nello Yemen Continua la battaglia contro il colera nello Yemen  (ANSA)

Pasqua. Mons. Hinder: non dimentichiamo il disastro nello Yemen

Il vescovo Paul Hinder, vicario apostolico dell'Arabia meridionale, che include Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen, si sofferma sulla situazione di morte che segna il popolo dello Yemen e sulla fede dei pochi cattolici che lì vivono la Pasqua in preghiera. Nelle sue parole anche i cambiamenti in atto negli Emirati dopo la visita di Francesco

Gabriella Ceraso - Città del Vaticano

La nostra libertà di celebrare i riti della Settimana Santa non può farci dimenticare quanti hanno "fame del mistero dell'Eucarestia ma non possono viverlo come possiamo farlo noi. E' un obbligo ricordarsi di loro". E' l'accorato appello che lancia a Vatican News mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell'Arabia meridionale impegnato in questi giorni nelle celebrazioni pasquali ad Abu Dhabi, ma col cuore sempre legato a chi da tre anni, a causa della guerra, non può celebrare la Messa per mancanza di sacerdoti a Sana'a o a Aden.

Yemen: la comunità internazionale aspetta e la gente muore

La condizione dello Yemen è "orribile", è "disastrosa", ribadisce mons. Hinder: alla povertà, alla fame, alla siccità e alla guerra si somma ora l'emergenza per l'epidemia di colera. I numeri sono spaventosi: quai 11 milioni di persone sull'orlo della carestia, oltre l'85% della popolazione che vive grazie agli aiuti umanitari, 2500 contagi di colera al giorno registrati solo nel marzo scorso, 18 milioni di persone su 28 prive di accesso all'acqua. Cosa fare? Il Vicario apostolico constata dolorosamente la mancanza di una soluzione esistente o per incapacità internazionale o per mancata volontà. E intanto la gente si ammala e muore - dice - e le organizzazioni internazionali non riescono a fare nulla perchè mancano i permessi: " tutto ciò ci rende tristi". Solo ci sostiene, la "fede in Cristo - conclude mons. Hinder - che "è più forte di ogni nostra debolezza".

Dopo la visita del Papa un cambiamento spirituale

La riflessione del presule a Vatican News, inizia da questi giorni di celebrazioni pasquali. Ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti, oggi, come in tutta la Chiesa, è il giorno del silenzio e dell'attesa. Mons. Paul Hinder testimonia la grande fede del piccolo gregge cattolico, fatto di gente semplice, di migranti, che affollano i riti da lui presieduti. "La visita del Papa - osserva - ha lasciato nei nostri fedeli una traccia": è stato per ciascuno un riconoscimento e una spinta. In generale, anche come frutto del Documento sulla fratellanza universale firmato proprio ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb c'è stato in generale un "cambiamento spirituale e di clima, che si apprezza molto":

Ascolta l'intervista a mons. Paul Hinder

R. – Viviamo questi giorni veramente nella fede. Quello che il Papa ci ha detto, il suo incoraggiamento a vivere la fede nella semplicità delle Beatitudini, ha lasciato un marchio nei cuori dei nostri fedeli, pieni di gioia per la visita. Hanno preso questa presenza del Santo Padre come un riconoscimento della loro esistenza, perché molto spesso si sentono nessuno, come qualcosa di dimenticato. E allora, avere questo riconoscimento mi sembra che abbia rappresentato anche una spinta per loro.

L’invito, o l’impegno, soprattutto a lavorare per il rispetto reciproco, per la fratellanza: un messaggio che il Papa ha lanciato a tutti. Le eco di questo, se ci sono, e come anche riviverle nel periodo della Pasqua…

R. – Il periodo della Pasqua rappresenta veramente la celebrazione dei cristiani. Rimaniamo in gran parte tra di noi. È chiaro che c’è stata un’eco, dopo la visita del Papa e di questo documento, della fratellanza umana: uno spirito più aperto che vale per tutti, per i cristiani come pure per i musulmani. Allora vedremo a lungo termine ciò che cambierà, perché io non mi aspetto dei risultati da un giorno all’altro. Però c’è un cambiamento di clima e di spirito, della mente della gente che apprezzo molto.

Mons. Hinder, lei, nella celebrazione del Giovedì Santo, al momento della preghiera dei fedeli, ha ricordato i pochi che sono rimasti nostri fratelli, che sono rimasti in Yemen: come stanno? Come vivono la Pasqua?

R. – Vivono la Pasqua per come possono perché non c’è nessun sacerdote nello Yemen. Allora si radunano per la preghiera come possono, per ragioni di sicurezza e anche per la distanza, perché sono pochi i fedeli. Però io so che in alcune città, soprattutto a San’a’, tentano di farlo e di radunarsi in alcuni posti precisi. Non voglio entrare nei dettagli perché la mia preoccupazione è quella di proteggere la nostra gente. Però qualche volta c’è il rischio che stiamo bene e non ci rendiamo conto che ci sono altri che non hanno questo stesso privilegio. E sento l’obbligo di far sì che non dimentichiamo quelli che hanno la fede, la fame, del mistero dell’Eucaristia, che non possono viverlo come possiamo noi.

Vorrei sottolineare anche un’altra realtà: i 2.500 contagi al giorno di colera che segnano lo Yemen, 14 milioni di persone che sono sull’orlo della carestia. Un Paese dimenticato, mons. Hinder…

R. – Rimane questa realtà orribile. Non so ancora come la comunità internazionale riuscirà ad aiutare. Ci sono delle agenzie che cercano di entrare nel Paese ma che molto spesso non ricevono il permesso, mentre la gente sta morendo. E questo ci rende triste perché ci troviamo davanti ad un disastro dal quale mi sembra che nessuno sappia come uscire, o forse ci sono alcuni che non vogliono.

Qual è la sua preghiera?

R. – Avere la fede nel fatto che il Signore è più forte della nostra debolezza.
 

 

20 aprile 2019, 10:29