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Solennità di S. Marco. Moraglia: il suo Vangelo ci fa abitare nel mistero di Cristo

La Solennità del patrono di Venezia, è l'occasione per il Patriarca Francesco Moraglia di presentare nell'omelia della Santa Messa celebrata nella Basilica patriarcale la figura e i tratti caratteristici della predicazione apostolica di Marco l'Evangelista

Gabriella Ceraso - Città del Vaticano 

La possibilità di "incontrare personalmente Gesù Cristo e rimanergli fedeli": è quanto, con la sua predicazione apostolica, ha voluto trasmettere alla Chiesa, Marco. Fu lui a redigere il Vangelo più antico, poco prima dell'anno 70 d.C., avendo come fonte privilegiata, la predicazione dell'apostolo Pietro e in questo genere letterario  ha riversato " non una trascrizione di puri fatti", "ma la fede della Chiesa primitiva". 

Con Marco riscopriamo la fedeltà a Cristo

Nel giorno della solennità di San Marco Evangelista l'omelia del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia, parte da questa constatazione per invitare poi i "figli spirituali di San Marco", i cittadini veneziani, a seguire più seriamente e più fedelmente Cristo costruendo ogni giorno "una convivenza più cordiale e pacifica, ordinata al bene, alla giustizia e alla verità", nella città da sempre "sinonimo di incontro e dialogo col mondo".

Cosa significa essere discepoli 

La fedeltà a Cristo costa, e lo testimoniano - ricorda il Patriarca - le tante vittime perseguitate e i martiri in terre come lo Sri Lanka o il Pakistan.Ma è proprio l'intimità con il Figlio di Dio, il "dimorare" con Lui, il "rimanere con Lui" la caratteristica di ogni discepolo. Il Vangelo di Marco lo evidenzia così come ribadisce che "Gesù non è una ideologia o una scelta etica; Gesù non lo si impara come una lezione, ma lo si incontra personalmente. E quando si lascia tutto e lo si segue, lo si fa per 'stare' con Lui.  Questo - dice l'Evangelista - è l’inizio del vero discepolato e questo dobbiamo riscoprire: il rapporto personale con Gesù". 

"Si tratta, allora, di andare verso il Signore Gesù"- fa notare il Patriarca - "si tratta di prendere le distanze da 'stili' troppo umani, frutto di abitudini che sostituiscono l’ermeneutica che è Gesù - via, verità e vita (Gv 14,6) - con ermeneutiche di tipo psicologico, sociologico e politico che esprimono un Vangelo più 'aggiornato' e accetto al mondo ma che in realtà, costituiscono veri cedimenti, perché distolgono i discepoli dal Signore Gesù. È infatti Gesù - che deve rimanere - il criterio di discernimento per i discepoli e la Chiesa di ogni tempo".

La conversione del centurione

L'esempio del centurione ai piedi della Croce, come narrato dal Vangelo di Marco, è un esempio emblematico. Il Patriarca lo cita come simbolo di conversione, con il quale conclude la sua omelia. "Se Gesù fosse una teoria o una decisione etica - dice - sarebbe qualcosa di solo umano… No, Gesù è l’umanità di Dio, qualcosa che sfugge alle possibilità dell’uomo. Gesù Cristo, ovvero il Vangelo, è Colui al quale ci si avvicina con la propria storia, le proprie ferite, la propria fragile volontà di bene. Ascoltiamo, ancora, come Marco narra la conversione del centurione: «… Gesù, dando un forte grido, spirò. Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: "Davvero quest'uomo era Figlio di Dio!"» (Mc 15, 37-39). Un pagano, sì, uno straniero che non conosceva la legge, non apparteneva all’Alleanza e non praticava il culto ci sorprende e stupisce. 

Ecco dunque l'unico atteggiamento che Marco ci insegna per incontrare realmente Gesù: entrare nel suo mistero e abitarvi.

25 aprile 2019, 11:45