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Croce Croce  (AFP or licensors)

Abusi. Mons. Tonello sulle parole del Papa: sì a misure disciplinari e a conversione

Intervista con il cancelliere del Vicariato di Roma sulle parole pronunciate da Francesco rientrando dal Marocco a proposito degli abusi sui minori e il mistero del male

Debora Donnini – Città del Vaticano

Misure disciplinari e penitenza, la parte umana e quella spirituale. Sono i due binari che Papa Francesco continua ad indicare nel contrasto agli abusi sessuali sui minori da parte di membri del clero. Binari che non solo ha indicato ma ha messo in atto concretamente: sono di pochi giorni fa il Motu Proprio, la nuova legge per lo Stato Vaticano estesa alla Curia e le linee guida pastorali, firmati da Papa Francesco, sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili. Tre diversi documenti che seguono l’Incontro sulla protezione dei minori di febbraio. Colpisce dunque che pochi giorni dopo la promulgazione di questi testi - a cui seguiranno un vademecum della Congregazione per la Dottrina della Fede per la Chiesa universale e la creazione di meccanismi per aiutare le diocesi carenti di personale qualificato per affrontare questi casi -  e quindi di queste misure serie e concrete volte a contrastare la piaga degli abusi, sia lo stesso Papa Francesco a ribadire che vi siano anche altri livelli: primo fra tutti comprendere che questa piaga mondiale non si capisce senza lo spirito del male. Questo per un cattolico non è lavarsi le mani, anzi è proprio andare alla radice del problema del male e del peccato, senza togliere ovviamente le responsabilità individuali.

Per spiegare questi diversi livelli nella conferenza stampa di ritorno dal Marocco, il Papa ha richiamato un articolo di Gianni Valente apparso su Vatican Insider dove si parla del “pericolo della Chiesa oggi di diventare donatista facendo prescrizioni umane, dimenticando le altre dimensioni” e cioè la preghiera, la penitenza. Francesco ha anche raccomandato una pubblicazione fatta da La Civiltà Cattolica che ripropone le “Lettere dalla tribolazione”, il testo del 1987 con la Prefazione dell’allora padre Jorge Mario Bergoglio ad 8 Lettere di due Prepositi generali della Compagnia di Gesù. In questa edizione vengono anche offerti degli studi sulle Lettere che Papa Francesco ha indirizzato all’episcopato cileno, al popolo cileno e al Popolo di Dio. Non a caso il Papa quando si sofferma sulla piaga degli abusi, sempre esorta il popolo di Dio alla conversione, alla penitenza alla preghiera e parla del demonio. Nella Lettera al Popolo di Dio dell’agosto 2018, Papa Francesco dice con chiarezza che unitamente alle sanzioni e alle azioni così necessarie, “è necessario che ogni battezzato si senta coinvolto nella trasformazione ecclesiale e sociale di cui tanto abbiamo bisogno. Tale trasformazione esige la conversione personale e comunitaria e ci porta a guardare nella stessa direzione dove guarda il Signore”.

Mons. Giuseppe Tonello, lei è Cancelliere del Vicariato di Roma, perché secondo lei il Papa tiene a sottolineare l’importanza di queste dimensioni: azioni concrete contro gli abusi sui minori e penitenza e conversione?

R. – Un po’ tutto il Magistero del Santo Padre ha questa visione profonda della persona umana. Lui ha chiarissimo che il problema non è mai soltanto nella struttura, nell’intervento organico sulla struttura, o sui comportamenti esterni. Il Papa sa bene che questo livello è, per così dire, un prodotto finale. Mi ha colpito molto quanto ha rimarcato nella Lettera che ha scritto al popolo di Dio nell’agosto scorso. È come se il Santo Padre dicesse: non guardate il fiume inquinato alla foce, pensando che sia solo un problema di scarichi abusivi nell’ultimo tratto… Bisogna risalire verso la sorgente, ci sono ragioni più profonde.

In tanta comunicazione mondana a volte superficiale c’è il problema di non riconoscere che la radice di tutto è il cuore dell’uomo; e il cuore dell’uomo è malato. C’è la sapienza di Dio, consegnata alla Sacra Scrittura e alla Tradizione Chiesa, cioè al Deposito della fede, che ci dice che il cuore dell’uomo è malato; ce lo dice anche la storia dell’uomo, dell’umanità. E la Chiesa è sempre stata consapevole di questo fatto: non si può mai soltanto reprimere un atto esterno, un comportamento malato, senza andare a curare la radice. San Paolo parla di peccato anche come amartìa, di una vita “fuori bersaglio”… mi verrebbe da dire anche di una specie di “voragine” che è aperta nel cuore dell’uomo e che solo un’esperienza pasquale di conversione e di perdono, di risurrezione, può risanare. La legge non basta: denuncia il problema, dice S. Paolo, ma non lo cura.

Questi provvedimenti sono necessari anche per la comunità ecclesiale, anche per dare un segno di reazione attiva della Gerarchia alla comunità ecclesiale, e sono importanti per richiamare tutta la comunità ecclesiale ad una conversione profonda. Questo mi sembra il senso. Anche il fatto dell’essere gli uni responsabili degli altri è determinante. Questo si vede per esempio nella normativa che è stata emanata per la Città del Vaticano: costituire la singola persona responsabile rispetto agli altri.

Quando facciamo l’atto di contrizione, nell’Eucaristia, normalmente usiamo quella formula che dice: “Ho peccato in pensieri, parole, opere e omissioni”. E c’è un crescendo, che è un po’ paradossale, perché noi pensiamo sempre che le nostre opere attive siano la cosa peggiore e invece le omissioni sono comunque un problema grave. Quindi anche tutto un lavoro di riscoperta di omissioni, di un cuore malato perché semplicemente disinteressato dell’altro, disinteressato anche di tante radici di male che la nostra società semina. In fondo dietro, alla radice di questo tipo di tragedia c’è anche la “cosificazione” della persona umana, la negazione della dignità della persona, tipica un po’ di tutto il clima culturale attuale.

Prima di tutto, dei minori, che sono l’anello debole perché appunto il Papa parla prima di tutto di abuso di potere perché chi abusa anche sessualmente o in altro modo di un altro lo può fare perché ha più potere…

R. – Esattamente: c’è una “non-conversione” di fondo, c’è un cuore indurito, perché se l’altro, se il minore, in particolare, diventa una cosa, un oggetto per la soddisfazione di una pulsione cieca, significa che si è perso il senso della dignità di quella persona.

Il Papa in una risposta data durante la conferenza stampa nel viaggio di aereo di ritorno dal Marocco ha fatto proprio un richiamo alla lotta col demonio, che è uno dei livelli che è dietro al mistero del male, che è uno dei livelli di tutta questa situazione e di tutta la storia dell’uomo…

R. – Certo, perché anche qui il Papa, giustamente, fondandosi nel Deposito della fede, costantemente ci rimette di fronte a questa verità, che per noi è una verità biblica e, ripeto, del Deposito della fede: cioè che l’uomo in quanto creatura sta messo come sta messo perché il suo cuore ha aderito ad una menzogna, una menzogna primordiale. L’uomo ha creduto a un’anti-sapienza, quella del serpente antico di Gn 3. Interessante, poi, perché il prodotto di questa lettura che offre il serpente è esattamente il dubbio su Dio, sull’amore di Dio, da cui consegue la pretesa dell’uomo di fare da solo, in estrema sintesi, di controllare tutta la realtà in un delirio di onnipotenza, che porta l’uomo al disordine e al disagio con sé stesso, alla solitudine, all’ostilità reciproca, alla diffidente lontananza da Dio.

Quindi è chiaro che dietro ogni tipo di peccato c’è questa voragine remota apertasi per un intervento del maligno, “menzognero e omicida fin dal principio” lo definisce Gesù; e dire questo non è che deresponsabilizza l’uomo; semplicemente chiede all’uomo di tener conto che c’è la presenza del demonio. In fondo il problema è se nel mio cuore è stata guarita questa menzogna primordiale, e quindi si è saldata questa relazione con Dio, in un rapporto filiale vero, nello Spirito Santo oppure no. Perché, altrimenti, la mia vita di cristiano rimane soltanto un coacervo di pratiche esteriori, che denunciano una schizofrenia di fondo, in cui io alla fine inganno me stesso.

Gli abusi sessuali sui minori, oltre a essere un peccato, si configurano anche come reato e il Papa, infatti, nell’Esortazione post-sinodale ai giovani, esprime gratitudine verso coloro che hanno il coraggio di denunciare il male subito e ribadisce l’impegno per l’adozione di rigorose misure di prevenzione. Ricorda anche che i sacerdoti che si sono macchiati di tali orribili crimini non sono la maggioranza che invece è costituita da chi porta avanti un ministero fedele e generoso e chiede ai giovani però anche di aiutare i preti che vedono a rischio in diversi modi. Anche questo è bello perché dà un senso di comunità, come anche quello che viene disposto nelle nuove normative del Vaticano, cioè richiama al senso di comune responsabilità e infatti il Papa parla anche di conversione personale e comunitaria….

R.  – C’è quella frase, che è tipica dell’omicida - si veda il primo omicida in particolare, Caino, un fratricida - che dice: Sono forse io il guardiano di mio fratello? In fondo questo mi viene in mente, è un po’ la parola di ogni omicida.

Insieme alle regole ci vuole dunque un lavoro costante di penitenza e di conversione personale e comunitario…

R. – Sì e a questo punto si capisce bene perché. Il Santo Padre ha fatto questa sintesi per dire che ognuno di noi deve implorare da Dio il cambiamento del cuore: il cuore di ciascuno di noi deve cambiare.

03 aprile 2019, 14:37