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Veduta di Gerusalemme Veduta di Gerusalemme 

Vescovi in visita alle comunità cristiane in Terra Santa

Mons. Cetoloni: un villaggio cristiano distrutto dal ’48 che nessuno vuole ricostruire dove si può tornare solo per sposarsi o per morire, paradigma delle sofferenze di una minoranza che lotta e spera

Federico Piana - Città del Vaticano

Un pellegrinaggio straordinario. Lo racconta mons. Rodolfo Cetoloni, vescovo di Grosseto e unico membro italiano dell’ Hlc, Holy Land Coordination, (gruppo di 15 vescovi di Usa, Canada, Europa e Sud Africa), al termine dell’ultima missione del  coordinamento  internazionale di presuli  in Terra Santa, svoltasi tra Gerusalemme,  Haifa e Jenin, dal 12 al 17 gennaio scorsi. “Nello stile che caratterizza l’Holy Land Coordination, questo pellegrinaggio ha raggiunto due obiettivi: visitare le comunità cristiane per conoscerne difficoltà e speranze condividendo con loro la preghiera  e poi  confrontarsi con i vescovi delle chiese locali sulle situazioni di criticità per dar loro forza e sostegno”.

Haifa, Gerusalemme e la parrocchia del Nord della Samaria

Prima tappa, l’incontro con la comunità ebraica di Haifa, poi a Gerusalemme il vertice con l’amministratore apostolico di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa ed il nunzio apostolico del Paese.  Dopo Gerusalemme è stata la volta di un’immersione in una realtà più popolare. “Siamo andati – spiega mons. Cetoloni – in una parrocchia a Nord della Samaria, vicino alla città di Jenin, principale città agricola palestinese. Qui abbiamo visitato un campo profughi, nato nel 1948 ed ora diventato una vera e propria cittadina, dove le Nazioni Unite hanno creato una scuola, un centro professionale e un presidio medico. I responsabili hanno denunciato la riduzione del budget economico di sostentamento  da parte dell’Onu. Ci hanno chiesto di insistere presso i governi per farlo aumentare di nuovo”.  Anche la sosta ad Haifa non ha mancato di regalare emozioni. Mons. Cetoloni torna indietro con i ricordi: “Abbiamo visitato l’ospedale italiano, le scuole.  E abbiamo preso parte ad un incontro di preghiera nella sede del tempio della religione  Bahai insieme ai responsabili islamici, ad un rabbino ed una rabbina. Al termine ci siamo scambiati dichiarazioni di buona volontà, senza entrare nel dettaglio dei problemi legati alla mancanza di giustizia o ai diritti negati ai  profughi perché certe tematiche ancora accendono gli animi e rischiano di essere divisive”.

Nel villaggio cristiano ancora non ricostruito

La voce di mons. Cetoloni quasi si incrina dall’emozione quando vola con la mente ad uno sperduto villaggio cristiano, nel nord. Il villaggio di Ecrypt si trova al confine con il Libano. E’ abitato interamente da cristiani e dopo la fine della guerra  arabo-israeliana del 1948 fu raso completamente al suolo per motivi di    sicurezza: “Nonostante la distruzione sia stata  dichiarata illegittima dalla Corte Suprema israeliana, a tutt’oggi non è stato concesso il permesso di ricostruirlo. L’unica cosa ancora rimasta in piedi è la piccola chiesa, nella quale, da tutta la Galilea, giungono migliaia di persone per celebrare matrimoni. L’unico diritto concesso è quello di poter seppellire, nel cimitero ancora intatto, i cristiani originari del villaggio. Si può tornare a Ecrypt solo per sposarsi o per morire. Vederlo è stato davvero emozionante ”.

Nel comunicato finale, la preoccupazione per la legge Stato-Nazione

Al termine del pellegrinaggio, i vescovi dell’Holy Land Coordination hanno diffuso un comunicato con il quale hanno ribadito la necessità dei cristiani di poter vivere a pieno titolo nel Paese ed espresso preoccupazione per la legge costituzionale con la quale la terra d’Israele viene dichiarata ‘terra ebraica’, decisione contestata dalle minoranze. “Il testo della Radical Low - aggiunge mons. Cetoloni - ci è stato illustrato in un incontro all’università ebraica di Haifa. Si ha timore che questo provvedimento possa creare le condizioni per una discriminazione”. 

La questione dei cosiddetti ‘Arabi del 48’

Mons. Cetoloni entra anche in quello che potrebbe apparire un dettaglio, ma non lo è. E’ la questione dei cosiddetti ‘arabi del ‘48’, minoranza cristiana che vive in Israele.  “Durante questo pellegrinaggio ci hanno spiegato che ciò che vivono questi cristiani è differente da ciò che vivono i cristiani nei territori occupati, minoranza degli arabi. I cristiani d’Israele chiedono alla Chiesa universale più attenzione,  visto che in questi ultimi anni lo sguardo è stato, giustamente e per molte valide ragioni, rivolto  prevalentemente ai cristiani dei territori occupati

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22 gennaio 2019, 16:12