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Al centro il presidente dei vescovi del Venezuela mons. Ayala Al centro il presidente dei vescovi del Venezuela mons. Ayala 

Venezuela. Presidente dei vescovi: si rispetti la Costituzione

Il Presidente della Conferenza episcopale venezuelana ribadisce l’illegittimità del secondo mandato del Presidente Maduro, chiede un’economia più aperta e non centralizzata in quanto ha causato povertà al Paese e invoca il rispetto della Costituzione e dei diritti umani

Griselda Mutual – Città del Vaticano

Nell'attuale situazione del Paese "è un peccato che grida al Cielo voler mantenere a tutti i costi il potere". Lo scrivono i vescovi del Venezuela rivolgendosi alla loro gente. “Abbiamo l'obbligo – affermano nella loro Esortazione - di non rimanere spettatori di fronte all'ingiustizia”. Alla vigilia dell’Assemblea dei vescovi venezuelani in corso a Caracas e dell’insediamento del secondo mandato del Presidente Maduro ritenuto illegittimo dall’opposizione e dagli stessi presuli, il presidente della Conferenza episcopale venezuelana (Cev) mons. Azuaje Ayala commenta ai nostri microfoni la drammatica situazione politica, sociale ed economica che sta attraversando il Paese latinoamericano.

Mons, Ayala, nell'Esortazione dei vescovi è evidente la necessità di cambiamento: quali sono le alternative presentate dalla Cev?

R. - Guardando alla realtà del nostro Paese dove tutto è stato destrutturato, penso che ci siano diversi settori in cui dobbiamo chiedere e insistere sul cambiamento. Politicamente, dobbiamo tornare alla legittimità politica e questo deve essere fatto attraverso una consultazione elettorale. Questa consultazione elettorale ha lo scopo di eleggere nuove autorità. Come abbiamo detto nella nostra esortazione, consideriamo davvero questo intero processo governativo illegittimo, perché non ha un fondamento nella Costituzione, proprio nel contesto delle elezioni che si sono svolte nel maggio dello scorso anno. Ci deve essere un cambiamento nel modello economico. L’attuale modello economico ha portato alla povertà, alla svalutazione, all'iperinflazione, e questo ha avuto le sue conseguenze: i milioni di venezuelani che hanno lasciato il Paese. È quindi necessario passare ad un'economia più aperta, passare cioè da un'economia più controllata e centralizzata, ad un'economia più aperta che abbia al centro la persona umana. Questo è un aspetto fondamentale che chiediamo come Conferenza episcopale, perché ogni giorno nelle nostre diocesi vediamo i grandi bisogni che la gente ha per il cibo, per i medicinali, per i trasporti pubblici. I servizi pubblici non forniscono più un servizio di qualità, ma tutto è destrutturato e quindi occorre ritornare ad un'economia più ampia e produttiva. Abbiamo grandi campi da seminare, ma tutto si è deteriorato perché non abbiamo semi, i nostri agricoltori non ottengono i prodotti per sostenere le loro piantagioni, e quindi questo, porta ad un crollo dell'economia locale. Abbiamo chiesto alle autorità di tornare alla separazione dei poteri. Questo governo ha riunito tutti i poteri pubblici sotto uno stesso ombrello che è il potere esecutivo ma questo porta di per sé al crollo dello Stato di diritto.

I vescovi hanno insistito molto sulla legittimità del nuovo mandato del Presidente Maduro. Cosa chiedete al Presidente in questo senso?

R. - Ciò che si chiede al Venezuela, e soprattutto alla società civile, è di essere reattiva. La società civile deve avere un ruolo di primo piano, per cui diciamo che niente di ciò che sta accadendo nel Paese può essere estraneo al popolo venezuelano. La protagonista di tutto, deve essere la società civile a partire dalla cittadinanza, cioè dalle persone che hanno diritti e che adempiono anche i loro doveri. Ciò che chiediamo, quindi, è che la Costituzione sia rispettata, che questa possibilità di una consultazione costituzionale sia aperta all'elezione di nuove autorità, in vista di nuove politiche pubbliche. Sappiamo, guardando al contesto di questo governo, che non lo faranno, ed è per questo che abbiamo voluto dire al popolo venezuelano nella nostra esortazione che le istituzioni, i partiti politici, l'opposizione, i sindacati, le università, le istituzioni devono essere attivi, ma in una prospettiva di pace. Nel contesto della nostra attuale Costituzione, che ha ottimi articoli sui diritti dei cittadini, credo che ci debba essere più “pressione", se si vogliono raggiungere determinati obiettivi. Chiediamo anche che si ponga fine alla repressione e alle minacce che il governo usa come strumento per generare paura e immobilismo. Questo porta con sé il rispetto dei diritti umani. È la richiesta che abbiamo sempre rivolto al governo, anche a questo organismo e ai militari stessi: di rispettare i diritti umani dei cittadini e dei popoli.

Oltre alla gratitudine per i governi che si sono dimostrati solidali con i migranti venezuelani, i vescovi fanno una richiesta precisa alla comunità internazionale?

R. - Ciò che la comunità internazionale ha fatto, cioè fare pressioni politiche per il ritorno alla democrazia nell'ambito della diplomazia, i venezuelani lo hanno apprezzato. Penso che questo sia il contesto giusto perché questo mondo è già globalizzato e ciò che riguarda il Venezuela influenza anche il contesto internazionale. Per esempio non possiamo nascondere che più di 3 milioni di venezuelani che sono andati in molti Paesi dell'America Latina, compresi gli Stati Uniti e l'Europa, sono venezuelani che vi arrivano senza nulla. Delle tre ondate che hanno lasciato il Paese, la prima è stata quella dei migranti, figli di migranti che sono arrivati in Venezuela molti anni fa. Poi un'altra ondata di migranti è composta dai nostri professionisti, persone che non potendo più sostenere la loro attività a causa della crisi economica, hanno dovuto chiudere le loro cliniche o le loro imprese. Anche molti professori universitari hanno dovuto lasciare il Paese. Ma la terza ondata - che è quella che ci preoccupa di più - è quella della nostra povera gente, che parte con ciò che può, con tanta sofferenza ma anche con la speranza di ritornare in patria. E’ un diritto umano il desiderio dei venezuelani di tornare nel proprio Paese, salvare la democrazia e rimettere l'economia al servizio dell’uomo. Per questo credo che la pressione esercitata dalla comunità internazionale, nell'ambito della diplomazia, stia generando e debba generare alcuni cambiamenti interni al Paese. L'altro aspetto è che si indaghi sui funzionari pubblici che hanno preso i soldi dei venezuelani e che sono partiti per altri Paesi. La giustizia deve scoprire dove si trovano, per indagare su quelle ‘cattive’ ricchezze che purtroppo hanno impoverito il popolo venezuelano
In terzo luogo, non dobbiamo abbandonare i venezuelani che hanno lasciato il Paese. Credo che ci sia stata una grande solidarietà da parte degli Stati, ma anche delle Conferenze episcopali, delle Istituzioni come la Caritas e molte altre, che hanno sostenuto i nostri fratelli e sorelle venezuelani che si trovano all’estero. Noi come Conferenza episcopale siamo sempre aperti a ricevere notizie e indicazioni. Anche quando viaggiamo fuori dal Paese cerchiamo di unirci ai nostri fratelli venezuelani, per ascoltare le loro sofferenze e sapere come stanno vivendo in questi Paesi. Tutto in un contesto di coordinamento e soprattutto di molta comunione con la nostra Chiesa.

 

Dal canto suo il vice-presidente dei vescovi venezuelani mons. Mario Moronta chiede alla comunità internazionale di mantenere la solidarietà dimostrata fino ad oggi ma condanna anche l’ipocrisia diplomatica di alcuni Paesi che se da un lato sono contro il Venezuela, dall’altro hanno interessi con il governo Maduro

R. - La richiesta è di mantenere la solidarietà con il nostro Paese. Il venezuelano non è solo il governo e i legami politici, ma soprattutto le persone che soffrono. Ci sono molte persone in fuga dal Venezuela, ci sono più di tre milioni di venezuelani che sono emigrati in diversi Paesi, e grazie a loro, soprattutto agli episcopati di questi Paesi dove i venezuelani sono arrivati, hanno raggiunto almeno una condizione di vita minimamente dignitosa. Penso che questo sia qualcosa che dovremmo elogiare.
Vorrei anche aggiungere che molti Paesi dovrebbero anche fermare ‘l'ipocrisia diplomatica’ che esiste perché se da un lato sono contro il governo, dall’altro hanno i loro interessi nel Paese, e gli interessi sono come se fossero più importanti del popolo venezuelano. Quello che direi è che rispettando tutto ciò che è la sovranità del Venezuela, ma anche rispettando tutto ciò che significa la dignità del popolo venezuelano, questi Paesi continuino ad aprire non solo gli aiuti umanitari, ma anche la possibilità di ponti che ci permetteranno di tornare alla legittimità che noi, uomini e donne del Venezuela, chiediamo così tanto.

11 gennaio 2019, 10:32