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Progetto in Amazzonia per sfamare i poveri e salvare la foresta

Il missionario bresciano padre Giovanni Mometti, in Brasile dal 1956, in vista del Sinodo per l’Amazzonia, rilancia il progetto "Nuovo Mosè", per la coltivazione di riso e allevamento di pesci e maiali, che dal 1989 coinvolge già 2500 famiglie, e se ampliato, “senza abbattere una pianta, potrebbe fare dell’Amazzonia il granaio dei poveri”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Padre Gianni Mometti, 82 anni, missionario in Amazzonia dalla sua Brescia da più di 60, una vita accanto ai lebbrosi, il 7 gennaio ha concelebrato nella messa a Casa Santa Marta con Papa Francesco, che lo ha portato ad esempio della “pazzia che viene dal Signore”. Padre Gianni ha un sogno: fare delle terre bagnate dal Rio delle Amazzoni e dei suoi affluenti, che sono “le più fertili del mondo”, il “granaio dei poveri”, per sfamare chi vive nella regione ma non solo. Questo senza abbattere una sola pianta della foresta “che ci dà un terzo di tutto l’ossigeno che respiriamo”.

Cinque ettari per sfamare una famiglia

Il missionario ha chiamato il suo sogno progetto “Nuovo Mosè”, perché, spiega a Vatican News “come Mosè è stato salvato dalle acque del Nilo così i nostri poveri potranno essere salvati dalla ricchezza delle acque del Rio delle Amazzoni”. Cuore del progetto, attivato dal 1989 nelle regioni Bragantina e Salgado dello Stato brasiliano del Parà. e che già sfama 2500 famiglie, è il modulo “Vibra Joao XXIII” che affida ad ogni nucleo familiare 5 ettari in concessione dallo Stato.

Un laghetto, la piana per il riso, il canale per i pesci

Uno viene trasformato in un laghetto, nel quale si ricava una piana per la coltivazione del riso, con tre raccolti all’anno. Intorno alla piana si realizza un canale per l’allevamento di circa diecimila avannotti di pesce e sugli argini del laghetto si costruisce un porcile per maiali, che non inquinano l’acqua del laghetto ma alimentano i pesci con il plancton. Negli altri quattro ettari la famiglia coltiva alimenti per sé, e per il mantenimento dei maiali.

I pascoli per allevare il bestiame distruggono la Foresta

Si tratta di un ciclo ecologico di produzione di alimenti, alternativo alla distruzione della foresta amazzonica (più di 40 milioni le piante già distrutte), perché, come spiega padre Gianni “ogni capo di bestiame ha bisogno di un ettaro di terra a pascolo, che oggi viene sottratta alla foresta. Questo capo in un anno ti dà 300 chili di carne. Il nostro progetto con un ettaro di terra in Amazzonia, senza abbattere una pianta, ci dà da 40 a 60 tonnellate di alimenti”.

Ciclo ecologico con riso, pesce e maiali o anatre

Il consorzio pesce e riso, sottolinea il professor Nagy Sandor, dell’università ungherese di Dukcen, è praticato da secoli in Cina, e con l’aggiunta e maiali, o anitra e gallina nei paesi dove la religione proibisce la carne di suino, è sostenuto dalla Fao fin dagli anni ’60. In trent’anni di esperienza, ricorda il professor Sandor “non ci sono mai stati problemi di ordine sanitario o inquinamento”. Per produrre il riso “non si usano concimi chimici, perché gli escrementi dei suini oltre a diventare plancton per i pesci, concimano anche la piana del riso”. Infatti è scientificamente provato che il suino approfitta solo del 30% dell’alimento, “il resto assieme al plancton diventa alimento per i pesci”. Infine “l’acqua contenuta nei laghetti può essere riversata sui campi vicini, fertilizzandoli e migliorando così la produzione agricola dei piccoli contadini.

Un progetto da rilanciare e le speranze per il Sinodo

Padre Mometti è convinto che il progetto “Nuovo Mosè”, se rilanciato e finanziato, si possa replicare in tutte le zone fluviali dei paesi poveri, e spera che il prossimo Sinodo speciale dei Vescovi sull’Amazzonia, che "cercherà di applicare concretamente la Laudato sì, l'enciclica sull'ambiente di Papa Francesco", faccia capire al mondo “che l’Amazzonia è l’ultima frontiera dell’umanità, per salvarla dalla mancanza di ossigeno e dalla fame”. Il progetto Nuovo Mosè può salvare con le loro forze gli indios e i poveri dell’Amazzonia, con la loro capacità, con la loro cultura, non insegnandogli niente di nuovo, solo guidarli e orientarli.

I primi fondi sono arrivati dalla Cei nel 1989

La Conferenza episcopale italiana - ricorda il missionario bresciano - nel 1989 ci ha dato 200 milioni di lire, e con quelli abbiamo iniziato il progetto. Io per realizzarlo mi sono indebitato completamente. I terreni sono demaniali: il governo lì dà in concessione per 99 e poi altri 99 anni: ma se noi non stiamo attenti, chi ha soldi può arrivare prima di noi. Facciamo appello per un sostegno finanziario ai cristiani di tutto il mondo, ma anche alle istituzioni internazionali, perché tutti siamo debitori all’Amazzonia di un terzo di ossigeno che respiriamo. L’ Amazzonia può veramente salvare il mondo: mantenendo l’ossigeno e dando da mangiare a tutti”.

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Cinque ettari per coltivare riso e allevare pesci e maiali
30 gennaio 2019, 10:52