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Valanga di fango in Brasile. Arcivescovo Belo Horizonte: cambiare politica mineraria

Sono salite a 58 le vittime dell’ondata di fango causata dalla rottura di due dighe del bacino di contenimento di rifiuti tossici di una miniera di ferro a Brumadinho, nello stato del Minas Gerais, ma i dispersi sono più di 300. Dom Oliveira de Azevedo: “non abbiamo imparato nulla dalla tragedia del 2015, e a soffrine sono sempre i poveri”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

“Per noi questa tragedia è un grande peso. Dimostra che non abbiamo imparato la lezione dopo quanto abbiamo vissuto tre anni fa”. E’ l’amara considerazione di dom Walmor Oliveira de Azevedo, arcivescovo di Belo Horizonte, capitale del Minas Gerais, stato brasiliano in cui si trova Brumadinho, la cittadina colpita, venerdì 25 gennaio, dalla rottura di due dighe del bacino che contiene gli scarti della miniera di ferro Córrego do Feijão, della Vale S.A.. L’ondata di fango provocata dalla rottura delle dighe ha provocato la distruzione totale del territorio circostante: 58 finora le vittime accertate dai vigili del fuoco, ma i dispersi sono purtroppo ben 305.

Emergenza continua: a rischio la terza diga

E l’emergenza non è ancora finita. Ieri mattina, la sirena dell’allarme (la stessa sirena che, pare, non sia suonata venerdì) ha svegliato gli abitanti di Brumadinho. In 3mila sono stati sgomberati, per il timore che cedesse anche la terza diga, quella superiore. Nel pomeriggio sono stati fatti rientrare. Anche Papa Francesco ieri, all’Angelus, ha invitato a pregare per le vittime della tragedia.

L’ arcivescovo: “chi fa profitti non investe nella sicurezza”

Tre anni fa l’altra tragedia mineraria in Amazzonia, il 5 novembre 2015, a Mariana, sempre nel Minas Gerais, ma a 150 chilometri da Brumadinho, con 19 vittime e un grande inquinamento dei fiumi. Secondo l’agenzia nazionale dell’acqua sono 54, in Brasile, le dighe di questo tipo a rischio crollo. L’arcivescovo, raggiunto dall’Agenzia Sir, non ha dubbi: “Non è sufficiente arrivare a spiegare le ragioni tecniche per cui tutto ciò è avvenuto. La verità è che non abbiamo una politica mineraria adeguata, a rimetterci sono i poveri, i sofferenti, mentre c’è chi fa grandi profitti, senza investire sulla sicurezza. Il Governo, a tutti i livelli, federale e statale, deve ripensare la politica mineraria”.

Servono cambiamenti di leggi e mentalità

Purtroppo, sottolinea ancora dom Oliveira, tutto sembra andare nella direzione opposta “Proprio il giorno della tragedia è stata data un’altra licenza per uno stabilimento estrattivo, sulla Sierra de Piedade, a ridosso del Santuario dell’Addolorata. Con la nostra associazione ambientale e con la Pontificia Università Cattolica di Belo Horizonte faremo di tutto per aprire una nuova discussione”. Sabato sera l’arcivescovo ha celebrato la messa a Brumadinho, per una comunità scossa. “Stiamo in tutti i modi cercando di dare consolazione e solidarietà, ma allo stesso tempo insistiamo per aprire un cammino nuovo, altrimenti continueremo a scrivere pagine come questa. Servono cambiamenti profondi, sia a livello legislativo, sia a livello di cultura e mentalità, va promosso lo sviluppo integrale della persona”.

I vescovi brasiliani: no ai profitti con sacrifici umani 

Il richiamo dell’arcivescovo risuona anche nella nota della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb): “È urgente che l’attività mineraria in Brasile abbia un quadro normativo che non metta più al centro i profitti esorbitanti delle aziende minerarie, al prezzo del sacrificio umano e della depredazione dell’ambiente, con la conseguente distruzione della biodiversità”.

Le responsabilità dell’azienda Vale e dello Stato

Durissimo il commento della rete continentale Iglesias y Minería: “L’impresa Vale S.A, insieme alla Bhp Billiton”, è la responsabile del disastro di Mariana e dell’inquinamento di tutto il bacino del Río Doce. “La ripetizione di una stessa rottura, tre anni dopo, con un bilancio di vittime molto più grave, è la conferma dell’incapacità di gestione e prevenzione dei danni, di disinteresse e di condotta criminale”. Questa responsabilità “coinvolge anche lo Stato, che concede licenze a progetti estrattivi e dovrebbe monitorarli per garantire la sicurezza e la vita degna delle comunità e dell’ambiente”.

Spazzati via uffici e refettorio sotto la diga

“L’ondata ha travolto il refettorio all’ora di pranzo, mentre molti lavoratori stavano mangiando, e gli uffici dell’impresa - racconta da Brumadinho al Sir frei Rodrigo Peret, francescano che vive a Belo Horizonte e si è subito recato sul luogo del disastro. “La diga non veniva utilizzata dal 2015 – aggiunge -, ma com’è possibile che proprio subito sotto ci fossero gli uffici e il refettorio? La sicurezza di questo tipo di dighe è messa in discussione da tempo. Eppure, dopo la tragedia di Mariana, invece di rendere più difficili le procedure, esse sono diventate perfino più flessibili”.

Padre Bossi: il fiume Paraopebas è ormai contaminato

E le conseguenze per l’ambiente sono drammatiche, come spiega padre Dario Bossi, cofondatore della rete latinoamericana Iglesias y Minería e provinciale dei comboniani del Brasile: “La contaminazione del fiume Paraopebas è grande:  le amministrazioni pubbliche di diversi municipi hanno raccomandato alla gente di allontanarsi dal fiume, affluente del rio San Francisco, per il rischio di improvvise piene, e hanno sospeso l’uso dell’acqua nei municipi”.

Tragedia annunciata, un crimine ambientale come nel 2015

A Vatican News il padovano padre Bossi aggiunge: “purtroppo sembra che il numero delle vittime di Brumadinho ancora non sia completo. Stiamo prestando solidarietà, alcuni di noi sono là. E’ una tragedia annunciata, quello che chiamiamo un crimine ambientale che si ripete tre anni dopo, per opera della stessa impresa. Segno che non sappiamo imparare, anzi che davvero il profitto è la regola più forte davanti alla vita umana e alla preservazione dell’ambiente”.

Urgente punire penalmente i responsabili

In Brasile, è urgentissima, conclude il comboniano di origine italiana, “una politica ambientale solida, leggi che impediscano da qui in avanti questo tipo di dighe per il contenimento dei rifiuti tossici dell’estrazione mineraria. E’ urgentissima la punizione a livello penale dei responsabili perché l’impunità è una fabbrica del crimine. E’ su questo che ci stiamo muovendo insieme alla Chiesa locale, alla conferenza dei vescovi in Brasile”.

A dicembre licenza per l’espansione della miniera

“L’abbraccio tra il capitale delle imprese minerarie e il potere politico – si legge ancora nel comunicato di Iglesias y Mineria – facilita l’avvio o l’ampliamento di grandi progetti estrattivi, mentre vengono trascurate le condizioni e le regole per la concessione delle licenze”. Proprio la miniera di Brumadinho, ha ottenuto in dicembre una licenza per l’espansione dell’88% delle sue attività. Tutto questo, nonostante dalla società civile siano venuti, ripetuti e circostanziati allarmi.

Le politiche contrarie all’ambiente del nuovo governo

Il coordinamento continentale delle Chiese e comunità cristiane fa anche delle considerazioni sulle scelte del nuovo presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, che “facendo seguito alle pressioni di chi ha finanziato la sua campagna, ha manifestato il piano di rendere il più possibile flessibile il controllo e la concessione di licenze con rilievo ambientale”. Il nuovo governo “ha spogliato di competenze il portafoglio dell’Ambiente, ha sospeso i contratti alle Ong impegnate nella difesa dell’ambiente e ha eliminato gli uffici che lavoravano per implementare le politiche pubbliche contro il riscaldamento globale”. Ma i fatti recenti, fa notare il comunicato, “dimostrano, violentemente, che queste politiche sono un suicidio collettivo e una minaccia alla vita delle future generazioni”.

Tre anni fa la tragedia ambientale di Mariana

Per ricordare, poco più di tre anni fa, il 5 novembre 2015, il crollo di una diga presso il villaggio di Bento Rodrigues, contenente vari milioni di rifiuti tossici da operazioni minerarie, generò il peggior disastro ambientale della storia del Brasile. A causa del cedimento, un flusso inarrestabile di fango ferroso contaminato da arsenico, piombo, cromo e altri metalli pesanti invadeva la città di Mariana, vicina al villaggio, e da qui le altre località circostanti dello stato di Minas Gerais, riversandosi poi nel fiume Rio Doce. Per circa 600 chilometri le sue acque vennero contaminate finché il fango tossico, il 22 novembre, giunse all’Oceano Atlantico, causando un inquinamento tale da richiedere circa 100 anni per essere smaltito.  Lungo il percorso foreste, campi, case, tutto venne ricoperto. In 250 mila rimasero senza acqua potabile. 19 persone morirono. Altre centinaia furono evacuate e sono ancora senza una casa.

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L' ondata di fango per la rottura delle dighe
28 gennaio 2019, 16:57