Cerca

Vatican News

Avvenire fa 50: sguardo al futuro, raccontando prima il bene

Il 4 dicembre di cinquant’anni fa, su impulso di Papa Paolo VI, nasceva “Avvenire”, il quotidiano italiano di ispirazione cattolica, che oggi è in edicola con una veste grafica rinnovata. Il direttore Tarquinio: “la nostra agenda, come ci ha chiesto Papa Francesco, la dettano soltanto i poveri e i piccoli”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Il 4 dicembre del 1968, 50 anni fa, arrivava nelle edicole e nelle case degli abbonati "Avvenire", il quotidiano nazionale di ispirazione cattolica che in Italia ancora mancava, e che Papa Paolo VI volle e pensò come uno strumento culturale comune per i cattolici italiani. Nasceva dalla fusione del milanese "l'Italia" e del bolognese "L' Avvenire d'Italia", con l'impegnativo compito, scriveva nel suo editoriale il primo direttore, Leonardo Valente, di essere "uno strumento comune di ricerca, di proposta e di partecipazione". Tre parole riprese oggi nel suo editoriale da Marco Tarquinio, direttore dal 2009, umbro di Assisi, 60 anni, dei quali quasi 25 nella redazione di "Avvenire". Aggiungendone una quarta: "fraternità", che può "rianimare il mondo e dare senso anche all'informazione". A lui chiediamo innanzitutto ragione del tema scelto per questo anno di celebrazioni: "Il futuro, ogni giorno". (Ascolta e scarica l'intervista a Marco Tarquinio)

R. - E’ un modo per incarnare la nostra stessa testata: “Avvenire”. Possiamo pensarlo solo come futuro da interpretare ogni giorno, restando fedeli ad uno modo di vivere e pensare, che è quello proprio dei cristiani. Gente che ha radici nei luoghi dove vive, ma anche una testa, un cuore e uno sguardo aperti su una realtà più grande. E’ il giornale che ha pensato Paolo VI, fin dall’inizio. Oggi lo definiremmo un giornale “glocal”, legato alle realtà locali, ma globale, per il suo respiro.

Paolo VI: come considerate il vostro fondatore, qui al giornale, adesso poi che è diventato santo?

R. - Lo consideriamo come un profeta, uno che ha saputo vedere e far vedere quello che ancora non c’era e che sarebbe stato necessario nel tempo a venire. In questo caso, una voce unitaria, al servizio, come mi ricordava sempre il cardinal Tonini, che aveva ricevuto il mandato da Paolo VI morente, nell’agosto 1978, di custodire questa sua creatura che era Avvenire, il mandato di servire l’unità dentro la Chiesa e dentro la società italiana, tenendola aperta al mondo più grande.

Nel mare della comunicazione digitale, riuscite a dare davvero voce ai poveri, ai piccoli, alla forza buona? E se sì, come ci riuscite?

R. – Questo è l’impegno fondativo, per Avvenire. Paolo VI ce l’ha dato, Papa Francesco ce l’ha confermato, il primo maggio, incontrandoci. E’ stato di una chiarezza luminosa, e confortante, per noi. Sentirci dire, con quella forza “la vostra agenda la dettino soltanto i poveri, i piccoli” è qualcosa che allarga il sorriso e da’ il senso dell’impegno faticoso ma bellissimo che ci tocca. Questa non è poesia, significa far cronaca, ogni giorno, rispettando la realtà dei fatti ma scegliendo, tutte le volte che questo è necessario, e quante volte è necessario, il punto di vista di quelli che non hanno voce, che non hanno potere. Di quelli che molto spesso chiamiamo, e dobbiamo riconoscere, come le vittime delle vicende della storia degli uomini e delle donne. Questa è la scelta di fondo, prioritaria, che i cristiani non possono smettere mai, soprattutto quando diventano raccontatori del tempo che viviamo non solo per se stessi ma anche per gli altri.

Nell’editoriale di gennaio scrivevi che “le verità minuscole della cronaca” servono per leggere la Verità con la maiuscola e anche i segni dei tempi. Qual è allora il riferimento? la dignità della persona prima di tutto?

R. – Questo è il grande tema, nella società che stiamo costruendo. Siamo arrivati a rompere delle barriere e oggi stiamo subendo una fase di arretramento, nella quale ci misuriamo con tutte le insufficienze della globalizzazione così come si è realizzata. Giovanni Paolo II ci aveva avvertito subito, che una globalizzazione senz’anima, che non fosse anche globalizzazione della solidarietà, avrebbe aumentato le sofferenze sulla faccia della terra. Paolo VI, con la Populorum progressio aveva intuito il cuore della questione: le disuguaglianze crescono, nel mondo, si fanno sempre più accentuate e vertiginose, per la distanza tra quello che hanno molto e quelli che hanno niente. E ai cristiani tocca il grande compito di ricucire, non per mera giustizia terrena, ma perché ogni persona abbia il proprio posto, con la dignità necessaria, sulla faccia della terra e dentro le società che costruiamo.

La grafica rinnovata: più leggibilità

Quali iniziative avete già attivato e attiverete per celebrare questi 50 anni?

R. – E’ stato un lungo anno, che si chiude oggi con la celebrazione ufficiale del compleanno numero 50. Nel quale abbiamo costruito un libro, tutti insieme, con le idee e i temi di un quotidiano cattolico attraverso questo mezzo secolo, e guardando in avanti, temi che dovranno accrescere la consapevolezza della gente su quello che è davvero importante per la vita della Chiesa, della società, nel campo di un’economia da riumanizzare, perché non sia più un’economia che addirittura uccide, nel campo della cultura. In tutti i campi dell’umano dove tendiamo ad alzare muri piuttosto che a costruire ponti. Abbiamo avuto una collana di feste di Avvenire, su iniziativa delle comunità locali, in tutta Italia. E ora dopo l’incontro col presidente della Repubblica, dopo il grande onore di un francobollo con l’emissione speciale delle Poste italiane per riconoscere l’eccellenza produttiva che è stato ed è Avvenire, ancora di più oggi che è il quarto quotidiano cartaceo italiano, tra le aziende italiane. Il 4 dicembre lo celebriamo in sede, in famiglia, con il segretario generale Cei e il direttore dell’ufficio comunicazioni sociali della Cei. Il primo maggio, quando abbiamo incontrato Papa Francesco, in Vaticano, eravamo tutti con le nostre famiglie, nella Sala Clementina. Abbiamo ridotto all’osso le presentazioni, ascoltando il Papa, e uno ad uno, tutti, con i loro cari lo hanno potuto incontrare. Io ho avuto la grande grazia di poter stare per 45 minuti accanto a lui e devo dire che alla fine ero sfinito. Ho visto e ascoltato gesti e parole e un pochino ho capito cos’è la vita del Papa e il dono che il Papa fa di sé nel suo ministero. E ci ha dato nuovo slancio e forza nel nostro mestiere.

Il restyling di fronte a questi grandi temi è una cosa minore…

R. – No, è molto importante anche questo. Noi abbiamo fatto un primo resyling 5 anni fa, oggi stiamo lavorando su un progetto in cresciuta, per motivi tecnici non possiamo cambiare formato, anche se è una cosa che continuo a portare nel cuore. E’ un lavoro che facciamo tutto in casa, con i nostri grafici guidati dall’art director Giuliano Traini, che ha concepito la nuova forma del giornale. E’ un attualizzazione della grafica, con un grande riordino, una grande pulizia, più leggibilità, le pagine con un fuoco molto chiaro al centro, con il tema di giornata evidenziato. Un po’ come abbiamo fatto per il nostro sito, che ha anticipato la riforma grafica.

Qual è il segreto per mantenere i lettori, quando altre testati autorevoli e più diffuse li stanno perdendo?

R. – Qualcuno pensa che sia un’illusione. Io dico che è un modo di fare giornalismo che dà risultati. Non limitarsi a raccontare il lato oscuro della realtà, che è la pulsione di gran parte della stampa in questo tempo di crisi per l’editoria. Con l’alibi o il pretesto che la gente vuole il granguignolesco, vuole la cronaca nera, vuole ciò che offende nel profondo e ferisce, abbiamo riempito i giornali della negatività, che segna la vita delle nostre società e della nostra comunità nazionale italiana. Io, insieme ai miei colleghi sono convinto che c’è un altro modo per raccontare la realtà, dando la giusta cittadinanza mediatica a tutto ciò che segna anche di bene la vita delle nostre società, ed è tantissimo. E’ la parte più grande e più vera della nostra vita, altrimenti la nostra società, lo dico spesso, sarebbe già finita, se non fosse così. Però questo non emerge, e molta della percezione negativa del nostro presente , dell’incattivimento dello sguardo e dell’indurimento dei sentimenti in una parte dell’opinione pubblica deriva da questa narrazione negativa. Avvenire fa un altro tipo di giornalismo, non nascondiamo nessuno degli alberi che cadono, ma raccontiamo davvero, ed è l’impegno che mi ero assunto nove anni fa assumendo la direzione del giornale, la foresta che cresce, tutto ciò che di buono accade nel mondo delle imprese, nel mondo della scuola, e dentro questa straordinaria realtà che è ancora la Chiesa che è nel nostro paese, che accende vite e anima iniziative che servono a tutta la società, in ogni sua parte.

E’ bello o è triste essere ancora fuori dal coro, rispetto agli altri giornali?

R. - Non ci sentiamo soli e non vogliamo esserlo. Accettiamo le responsabilità che ci toccano, anche quelle di una testimonianza giornalistica diversa, in tante situazioni, con le nostre prime pagine che sono un segno di contraddizione rispetto alla narrazione prevalete degli altri, ma siamo contenti quando altri ci inseguono e magari provano a superarci. Non siamo gelosi.. anche in questo i cristiani devono dare una testimonianza: nessuno si salva da solo, neanche l’informazione.

La Chiesa italiana è ancora una Chiesa di popolo?

R. - Noi abbiamo la consapevolezza dei limiti, delle difficoltà, e della forza che c’è. Se c’è un giacimento di energie buone, di valori forti e condivisi nella nostra società, certamente è nelle comunità cattoliche di questo paese. C’è chi le guarda con sussiego e da lontano. Bisogna stare in campo, anche a livello informativo, per aiutarci tutti ad avere consapevolezza di questo, e a far sì che non si disperda e non venga neanche strumentalizzato o colonizzato da coloro che magari pensano che un mondo così buono e coeso possa essere diventato un mondo di ascari, di qualche pensiero sferragliante e duro. Dobbiamo saper stare dentro questo tempo con la chiarezza, la prudenza e l’astuzia, evangelicamente parlando, che ci è richiesta.

Photogallery

Visita alla redazione romana di Avvenire
04 dicembre 2018, 14:02