Versione Beta

Cerca

Vatican News

La Giuria ecumenica al Film Festival di Varsavia: promuovere valori cristiani

Si conosceranno a breve i vincitori della nuova edizione del Festival cinematografico di Varsavia, una finestra aperta sul mondo di oggi. Il nostro colloquio con la presidente della Giuria ecumenica Domitia Caramazza, sceneggiatrice, regista e autrice

Gabriella Ceraso - Città del Vaticano

E' prevista per questo pomeriggio alle 16.00 nella multisala cinematografica "Multikino" di Varsavia, la premiazione della 34ma edizione del Warsaw Film Festival (WFF) iniziata nella città polacca il 12 ottobre scorso con uno speciale Gala Screening of A Tramway in Jerusalem di Amos Gitai.

Fondato nel 1985 il Festival si svolge ogni anno nel mese di ottobre raccogliendo numerose partecipazioni di film da tutto il mondo, nelle sue 8 sezioni 5 delle quali competitive. Ricco il panorama di quest'anno con 15 anteprime mondiali, 18 internazionali, cinque europee, 39 dell'Europa dell'Est e 28 anteprime polacche e il 30 % dei film selezionati nelle cinque sezioni competitive e nella cinque non competitive sono diretti da donne.

Vista l'attesa che c'è del verdetto anche della Giuria Ecumenica, a Vatican News parla dei tratti distintivi di questa edizione, la presidente della Giuria Domitia Caramazza, commentando le parole del direttore del WFF Stefan Laudyn sul tratto avanguardistico del Festival:

R. - Penso si possa parlare più di neoavanguardia facendo riferimento al carattere sperimentale di alcuni film dei 15 visionati, in contrasto con la tradizione e il gusto corrente. Quanto ai tratti più distintivi di questo festival, credo che uno sia da riconoscere nel respiro intercontinentale con la proposta di originali coproduzioni cinematografiche come quella sud-koreana/giapponese del delicato “The Goose Goes South”; un altro tratto distintivo, a mio avviso il più significativo, è nel “profilo femminile” definito dall’alta percentuale di registe dei film in concorso.

Cosa ci dice il fatto che la direzione del 30% dei film è femminile?

R. - Mi ha fatto pensare ad una sorprendente attenzione da parte del direttore del Festival, Stefan Laudyn, all’attuale tendenza e alla effettiva valorizzazione della sensibilità e competenza artistica femminile nel settore cinematografico, a livello mondiale. Dei 15 film visionati dalla giuria ecumenica che mi è stato chiesto di presiedere, cinque sono diretti da donne: “Irina” della bulgara Nadejda Koseva, “Moon Hotel Kabul” della rumena Anca Damian, “Paul Sanchez is back” della francese Patricia Mazuy, “Soledad” dell’argentina Agustina Macri e “Working woman” dell’israelita Michal Aviad. Si tratta di film diretti da registe impegnate a raccontare storie dal forte impatto etico e sociale, non solo emotivo, con un originale approccio artistico. Una cinematografia femminile ma non femminista.

Finora la Giuria ecumenica a cosa sta dando più rilievo nel formulare un proprio giudizio?

R. - Io e il prof. Adam Regiewicz, entrambi cattolici, insieme al pastore valdese Peter Ciaccio, in qualità di membri della Giuria ecumenica, siamo tenuti a prendere in considerazione i film capaci di promuovere valori autenticamente umani e cristiani, senza prescindere dalla loro oggettiva qualità artistica. Ogni storia infatti deve rispettare una determinata grammatica filmica per poter essere compresa e comunicare efficacemente un messaggio. Posso menzionare, per esempio, “The delegation”, di Bujar Alimani, che affronta il tema della lotta per la verità e la giustizia; “Irina” che tratta il tema della vita e dell’amore, toccando delicati e controversi temi bioetici come la maternità surrogata e l’aborto; “Two tickets back”, del russo Dmitriy Meskhiew, è un film sul perdono e la riconciliazione. Sono diversi i messaggi positivi comunicati attraverso i film in concorso.

Il Festival presenta 15 anteprime mondiali, 18 internazionali, cinque europee, 39 dell'Europa dell'Est e 28 anteprime polacche: se la cinematografia è specchio della realtà di oggi, che mondo ne emerge?

R. - Ho davanti agli occhi l’immagine di uno specchio infranto in diverse parti, alcune delle quali più deformanti la realtà. Parti che riflettono il contesto socio-culturale dei Paesi partecipanti al festival. In alcuni la cinematografia mi è apparsa più deformante che in altri, facendo emergere la drammatica complessità di determinate realtà sociali, storiche, culturali e personali. Frammenti di vita di un unico specchio per riflettere...

20 ottobre 2018, 09:23