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La vittoria di san Kolbe ad Auschwitz: dare la vita per il fratello

Il martirio del francescano polacco, raccontato da san Giovanni Paolo II il giorno della canonizzazione. Il tweet di Papa Francesco: "Anche oggi ci sono tanti martiri, tanti perseguitati per amore di Cristo: sono loro la vera forza della Chiesa!"

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Le parole di Gesù riportate da Giovanni nel suo Vangelo e ripetute con forza da Giovanni Paolo II il 10 ottobre 1982 segnano il giorno della canonizzazione di Massimiliano Maria Kolbe, il frate francescano polacco ucciso dalla barbarie nazista il 14 agosto 1941 nel campo di sterminio di Auschwitz.

L'omelia di Wojtyla: "si presentò spontaneamente"

Come racconta Papa Karol Wojtyla alle decine di migliaia di fedeli radunati in piazza san Pietro, alla fine di luglio del 1941, “per ordine del capo del campo si fecero mettere in fila i prigionieri destinati a morire di fame”. Dieci detenuti del Blocco 14 dovevano morire perché uno di loro era riuscito a fuggire. Massimiliano Maria Kolbe, che era stato messo insieme agli ebrei perché sacerdote, e addetto ai lavori più umilianti, ”si presentò spontaneamente, dichiarandosi pronto ad andare alla morte in sostituzione di uno di loro”.

Dopo più di 15 giorni di tormenti, l' iniezione letale

“Questa disponibilità fu accolta – racconta ancora nell’omelia Giovanni Paolo II - e al padre Massimiliano, dopo oltre due settimane di tormenti a causa della fame, fu infine tolta la vita con un’iniezione mortale, il 14 agosto 1941”. Tutto questo successe, prosegue il Papa polacco, nel campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia, “dove furono messi a morte durante l’ultima guerra circa 4.000.000 di persone, tra cui anche la Serva di Dio Edith Stein”.

Il diritto alla vita di un padre di famiglia

“Padre Massimiliamo Kolbe, essendo lui stesso un prigioniero del campo di concentramento, ha rivendicato, nel luogo della morte, il diritto alla vita di un uomo innocente, uno dei 4.000.000”. Franciszek Gajowniczek, l’uomo salvato da Kolbe, è presente alla celebrazione, e Giovanni Paolo II lo ricorda. “Padre Kolbe ne ha rivendicato il diritto alla vita, dichiarando la disponibilità di andare alla morte al suo posto, perché era un padre di famiglia e la sua vita era necessaria ai suoi cari”.

Una testimonianza a Cristo e all'amore

Padre Kolbe, spiega Karol Wojtyla, “ha riaffermato così il diritto esclusivo del Creatore alla vita dell’uomo innocente e ha reso testimonianza a Cristo e all’amore”. A questo definitivo sacrificio, racconta, Massimiliano si preparò seguendo Cristo sin dai primi anni della sua vita in Polonia. “Sin dagli anni della giovinezza, infatti, lo permeava un grande amore verso Cristo e il desiderio del martirio”.

La "Milizia dell'Immacolata"

“Quest’amore e questo desiderio l’accompagnarono sulla via della vocazione francescana e sacerdotale, alla quale si preparava sia in Polonia che a Roma. Quest’amore e questo desiderio lo seguirono attraverso tutti i luoghi del servizio sacerdotale e francescano in Polonia, ed anche del servizio missionario nel Giappone”. L’ispirazione di tutta la vita di padre Kolbe fu l’Immacolata, spiega ancora Giovanni Paolo II nell’omelia. “Egli concepiva la sua collaborazione con la Grazia divina come una milizia sotto il segno dell’Immacolata Concezione”.

Massimiliano non morì, diede la vita per il fratello

“Cosa è successo nel Bunker della fame, il giorno 14 agosto 1941? – si domanda Wojtyla. "Massimiliano non morì – scandisce - ma ‘diede la vita... per il fratello’”. “Egli da sé si offrì alla morte per amore.” “Proprio per questo – conclude Giovanni Paolo II - la morte di Massimiliano Kolbe divenne un segno di vittoria. È stata questa la vittoria riportata su tutto il sistema del disprezzo e dell’odio verso l’uomo e verso ciò che è divino nell’uomo, vittoria simile a quella che ha riportato il nostro Signore Gesù Cristo sul Calvario”. Un martire non in odium fidei, quindi, ma un “martire dell’amore”, come lo chiamò Papa Paolo VI, che lo beatificò  il 17 ottobre 1971.

La vita: nasce il 7 gennaio 1894 col nome di Raimondo

Massimiliano Kolbe nacque il 7 gennaio 1894 a Zdunska-Wola in Polonia, da genitori ferventi cristiani, che lo battezzarono col nome di Raimondo. Per dargli una formazione intellettuale e cristiana i genitori chiesero che lui e il fratello maggiore Francesco fossero accolti in un convento di francescani. Ma il fratello ne uscì presto per dedicarsi alla carriera militare. Divenuto Massimiliano, dopo il noviziato fu inviato a Roma, dove restò sei anni, laureandosi in filosofia all’Università Gregoriana e in teologia al Collegio Serafico, e fu ordinato sacerdote il 28 aprile 1918.

A Roma la tubercolosi e la Milizia dell'Immacolata

A Roma, mentre giocava a palla in aperta campagna, cominciò a perdere sangue dalla bocca, fu l’inizio di una malattia che con alti e bassi l’accompagnò per tutta la vita. Poi, non ancora sacerdote, fondava con il permesso dei superiori la “Milizia dell’Immacolata”, associazione religiosa per la conversione di tutti gli uomini per mezzo di Maria. Ritornato in Polonia a Cracovia, pur essendo laureato a pieni voti, a causa della malferma salute, era praticamente inutilizzabile nell’insegnamento o nella predicazione, non potendo parlare a lungo. Per cui con i permessi dei superiori e del vescovo, si dedicò a quella sua invenzione di devozione mariana, la “Milizia dell’Immacolata”, raccogliendo numerose adesioni fra i religiosi del suo Ordine, professori e studenti dell’Università, professionisti e contadini.

Il successo della rivista "Il Cavaliere dell'Immacolata"

Padre Kolbe fondò a Cracovia verso il Natale del 1921, un giornale di poche pagine “Il Cavaliere dell’Immacolata” per alimentare lo spirito e la diffusione della “Milizia”. A Grodno a 600 km da Cracovia, dove era stato trasferito, impiantò l’officina per la stampa del giornale, con vecchi macchinari, ma che con stupore attirava molti giovani, desiderosi di condividere quella vita francescana e nel contempo la tiratura della stampa aumentava sempre più. A Varsavia con la donazione di un terreno da parte del conte Lubecki, fondò “Niepokalanow”, la ‘Città di Maria’. Dalle prime capanne si passò ad edifici in mattoni, dalla vecchia stampatrice, si passò alle moderne tecniche di stampa e composizione, dai pochi operai ai 762 religiosi di dieci anni dopo, il “Cavaliere dell’Immacolata” raggiunse la tiratura di milioni di copie, a cui si aggiunsero altri sette periodici.

La Città di Maria in Polonia e in Giappone 

Con il suo ardente desiderio di espandere il suo Movimento mariano oltre i confini polacchi, Kolbe si recò in Giappone, dove poté fondare la “Città di Maria” a Nagasaki. Qui si rifugeranno gli orfani di Nagasaki, dopo l’esplosione della prima bomba atomica. Collaborando con ebrei, protestanti, buddisti, era alla ricerca del fondo di verità esistente in ogni religione. Aprì una Casa anche ad Ernakulam in India sulla costa occidentale. Per poter curare la tubercolosi, fu richiamato in Polonia a Niepokalanow, che era diventata nel frattempo una vera cittadina operosa intorno alla stampa dei vari periodici.

Niepokalanow, rifugio per profughi ed ebrei

Dopo l’invasione della Polonia del 1° settembre 1939, i nazisti ordinarono lo scioglimento di Niepokalanow. A tutti i religiosi che partivano spargendosi per il mondo, padre Kolbe raccomandava “Non dimenticate l’amore”, rimasero circa 40 frati, che trasformarono la ‘Città’ in un luogo di accoglienza per feriti, ammalati e profughi. Il 19 settembre 1939, i tedeschi prelevarono padre Kolbe e gli altri frati, portandoli in un campo di concentramento, da dove furono inaspettatamente liberati l’8 dicembre. ritornati a Niepokalanow, ripresero la loro attività di assistenza per circa 3500 rifugiati di cui 1500 erano ebrei. Dopo qualche mese, però, i rifugiati furono dispersi o catturati e lo stesso Kolbe, dopo un rifiuto di prendere la cittadinanza tedesca per salvarsi, il 17 febbraio 1941 insieme a quattro frati, venne imprigionato. Dopo aver subito maltrattamenti dalle guardie del carcere, indossò un abito civile, perché il saio francescano li adirava moltissimo. Il 28 maggio fu trasferito nel campo di sterminio ad Auschwitz. Fu messo insieme agli ebrei perché sacerdote, con il numero 16670 e addetto ai lavori più umilianti come il trasporto dei cadaveri al crematorio.

La vita ad Auschwitz e la testimonianza nel bunker

La sua dignità di sacerdote e uomo retto primeggiava fra i prigionieri, un testimone disse: “Kolbe era un principe in mezzo a noi”. Alla fine di luglio fu trasferito al Blocco 14, dove i prigionieri erano addetti alla mietitura nei campi. Uno di loro riuscì a fuggire e dieci prigionieri vennero destinati al bunker della morte. Padre Kolbe si offrì in cambio di uno dei prescelti, un padre di famiglia, suo compagno di prigionia. La disperazione che s’impadronì di quei poveri disgraziati, venne attenuata e trasformata in preghiera comune, guidata da padre Kolbe e un po’ alla volta essi si rassegnarono alla loro sorte. Dopo 14 giorni rimanevano solo quattro ancora in vita, fra cui padre Massimiliano, allora le SS decisero di abbreviare la loro fine con una iniezione di acido fenico. Il francescano martire volontario, tese il braccio dicendo “Ave Maria”, furono le sue ultime parole, era il 14 agosto 1941.
 

14 agosto 2018, 08:35