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È Beata “Chiquitunga”, la piccola grande carmelitana

Grande festa in Paraguay per la beatificazione della religiosa Maria Felicia di Gesù Sacramentato, al secolo Maria Felicia Guggiari Echeverría, giovane colta, entusiasta della fede e della sua vocazione. Il Papa l'ha ricordata all'Angelus come modello per i giovani

Roberta Barbi – Città del Vaticano

"La testimonianza di questa giovane Beata è un invito per tutti i giovani, specialmente quelli paraguaiani, a vivere la vita con generosità, mansuetudine e gioia. E salutiamo la Chiquitunga con un applauso, e tutto il popolo paraguaiano". Così il Papa dopo la preghiera dell'Angelus di questa domenica, ricordando la beatificazione, ieri ad Asunción in Paraguay, di suor Maria Felicia di Gesù Sacramentato, al secolo Maria Felicia Guggiari Echeverría, monaca dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, chiamata dal popolo paraguaiano la “Chiquitunga”. 

Nella sua vita donò tutto al Signore

La giovane Chiquitunga “ci mostra che il cammino delle Beatitudini è un cammino fatto di pienezza, è possibile, è reale e riempie il cuore…”. Così Papa Francesco scrisse nel discorso ai giovani del Paraguay nel corso del suo viaggio in quella lontana terra, nel luglio 2015, citando come esempio Maria Felicia di Gesù Sacramentato, Chiquitunga appunto, come la chiamava affettuosamente il padre per il suo fisico esile, in netto contrasto con la forza della sua personalità e della sua fede. Dalla nascita fino alla morte, il suo imperativo di vita fu donare tutto al Signore, trovare amore per poterglielo offrire; uno stile che sintetizzò anche in una sorta di formula matematica – T2OS tutto ti offro, Signore – che fu il suo programma di vita. “Desiderava offrire la vita per il Signore anche spargendo il suo sangue nel martirio – è la testimonianza del cardinale Amato, delegato del Papa ad Asunción (ascolta la sua intervista) – si diceva pronta a morire per la fede e da questo amore per Dio scaturiva una straripante carità fraterna fatta di accoglienza, comprensione, perdono”.  

L’infanzia a Villarrica

Prima di sette figli, nacque nella capitale del distretto paraguayano di Guairá, culla del liberalismo nazionale che stava attraversando il Paese in quegli anni e che toccò anche la sua famiglia (dalla doppia origine italiana e basca) nella quale ella respirava un’integerrima condotta morale e un amore naturale verso il prossimo che prestissimo tradusse in carità verso i più poveri, come quando regalò il suo maglione preferito – dono di suo padre – a una bambina infreddolita. Così la novella, inconsapevole imitatrice di San Martino di Tours nel famosissimo episodio del mantello, decise di diventare “ogni giorno migliore, più buona” iniziando a visitare quotidianamente il Tabernacolo e portando con sé gli amichetti. Si faceva strada in lei, dunque, la santità, percettibile almeno quanto evidenti nelle foto che ci restano di lei, erano l’allegria, l’entusiasmo e il coraggio: “I tratti della sua personalità che più mi hanno impressionato della nuova Beata”, rivela il postulatore padre Romano della Trasfigurazione.  “Il suo sorriso gentile rivelava un’anima baciata dalla grazia divina e il suo sguardo trascendeva le cose visibili e si proiettava verso il cielo – precisa ancora il cardinale Amato – era una persona che corrispondeva in tutto alla volontà di Dio, vivendo il suo battesimo con semplicità, costanza e gioia”.

Il “cammino della perfezione”

Con queste parole Maria Felicia definiva la sua strada verso il Signore, che la portò a 16 anni ad aderire all’Azione Cattolica, a praticare una preghiera intima e costante, a dedicarsi ai bambini, ai giovani, agli anziani e agli ammalati nonostante la disapprovazione familiare. Presto compì la consacrazione all’apostolato, completandola col voto della verginità, ma già da tempo aveva abbracciato una sobrietà che la portava a indossare sempre un grembiule bianco, sia per ricordare come avrebbe dovuto mantenere immacolata la propria anima, sia perché altrimenti, con abiti diversi, non avrebbe ricevuto altro che diffidenza nell’avvicinare i poveri. Unico ornamento, un rametto del profumatissimo gelsomino del Paraguay.

Ángel: un amore profondo e spirituale

Nel 1950 l’incontro con un altro membro dell’Azione Cattolica, Ángel Sauá: fu un colpo di fulmine, al quale Maria Felicia reagì pregando il Signore affinché le facesse capire cosa davvero voleva da lei. Un anno dopo ecco la risposta: Ángel le confidava il suo desiderio di entrare in seminario, nonostante l’opposizione della famiglia. Da allora in poi Chiquitunga lo sostenne fino all’ordinazione, pregando e offrendo la propria vita per questa e per le altre vocazioni che Dio avesse chiamato alla sua Chiesa: “Il sacerdote è amico della fanciullezza, consigliere della gioventù, sostegno e braccio dei genitori – recitava – consolazione e conforto degli infermi e degli invalidi, invitato d’onore delle famiglie, sicurezza e garanzia dei popoli e della patria, orgoglio e ristoro della nostra Santa Madre Chiesa”. Nelle lettere che scriveva al suo amico speciale per sostenerne la vocazione, scoprì la propria, tanto da rivelare in seguito: “Sono innamorata di Ángel, ma ancora di più lo sono di Gesù”.

Una nuova, breve vita nel Carmelo

Dopo un periodo di esercizi spirituali, Maria Felicia decise di entrare nelle Carmelitane Scalze, dove diventò Maria Felicia di Gesù Sacramentato e dove visse appieno la propria missione, con spirito di sacrificio, generosità, ma anche gioia: “La lettura e la meditazione della Sacra Scrittura era il nutrimento della sua anima e l’arma del suo apostolato – aggiunge il porporato – quando entrò in convento regalò alle sorelle una copia dei Vangeli con dedica”. Appena tre anni dopo, però, contrasse dalla sorella l’epatite e sviluppò la purpura, una malattia mortale. Dal letto d’ospedale dove si sentiva “desterradita” – piccola esule – non smetteva di trasmettere per lettera alle consorelle tutto il suo amore e il suo entusiasmo. Il giorno che morì – a soli 34 anni – chiese che le fosse letta la poesia di Santa Teresa d’Avila “Muoio perché non muoio”. Era il 28 aprile 1959. “Come per lei, anche per noi la presenza viva di Gesù sia lampada per i nostri passi – conclude il cardinale Amato evidenziando il messaggio della Beata a tutti noi – la bontà e la santità dei cristiani rende la società più nobile, più fraterna, più ricca di umanità”.  

 

Ultimo aggiornamento alle ore 13

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24 giugno 2018, 08:05