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Mons. Hollerich: sogno un'Europa più giusta, mediatrice di pace

Dopo l'udienza con il Papa in Vaticano, il neo-eletto presidente della Comece, mons. Jean-Claude Hollerich, parla delle ombre che coprono l'Europa, delle questioni urgenti da affrontare e della necessità di un dialogo tra i vescovi europei e le autorità politiche. "Sogno un'Europa più giusta, capace di trovare soluzioni di pace".

Cecilia Seppia - Città del Vaticano

L’appena nominato presidente della Commissione degli episcopati dell’Unione europea, mons Jean-Claude Hollerich, ha avuto ieri un lungo incontro con Papa Francesco insieme a tutta la presidenza della Comece.

L'Europa è insostituibile

“È stato un dialogo molto franco – rivela mons. Hollerich - il Papa ci ha detto che l’Europa e l’Ue sono necessarie per gli Stati europei e per il mondo. Non è quindi soltanto una decorazione, un fiore che è lì per bellezza, o un processo di integrazione dal quale potremmo tornare indietro. L’Europa è importante per il bene della gente che si trova in Europa, ma anche per la gente che vive negli altri continenti e il suo ruolo non può essere rimpiazzato”.

Ombre e pericoli

Il Papa - prosegue mons. Hollerich -  è preoccupato dal dilagare dell’euroscetticismo e da tutte le altre ombre, dai pericoli che stanno coprendo il Vecchio Continente, tanto da far temere per la sua stabilità. “Non penso che ci sia un pericolo immediato di guerra civile – commenta il presidente della Comece -  questa sarebbe una considerazione troppo pessimista. Ma dobbiamo guardare alla storia dell’Europa: noi ora abbiamo avuto dei decenni di pace, e questi ultimi sono dovuti anche al processo di integrazione europea, perché, sin dall’inizio, il progetto europeo è stato un progetto di pace. Noi ora pensiamo che l’Europa sia un qualcosa di dato, e questo non è vero: dobbiamo sempre cominciare di nuovo a “ricostruire” questa Europa. E ricordiamoci che l’Europa non è un progetto per le élite, ma per ogni persona in Europa, per vivere in maniera degna”.

Ripristinare i valori cristiani

Forte e definito, secondo mons. Hollerich, è anche il ruolo delle Chiese europee e dei cristiani per ripristinare quei valori, come la solidarietà, che si sono persi di vista e la cui assenza pesa sull’unità dell’Europa e inevitabilmente ferisce le fasce più deboli. “Qualche volta ho l’impressione che dimentichiamo troppo questi valori, soprattutto quello della solidarietà. E mi fa male quando vedo che tanti migranti vengono in Italia, e l’Italia, che è un Paese che ha anche dei problemi, come ad esempio la crisi economica, deve, da sola, affrontare il dramma di migliaia di migranti, profughi e rifugiati. Penso che l’Italia sia rimasta troppo sola. L’accordo di Dublino non funziona; gli altri Paesi citano sempre quell’accordo quando non vogliono pagare. Senza il cristianesimo, si perdono tutti i valori che sono alla base dell’Europa. Allora è nostro compito riaffermare questi valori, perché il progetto europeo può avere successo soltanto se seguiamo quei principi di solidarietà tra di noi”.

Populismi ed egoismi

Oltre alla questione dei migranti, mons. Hollerich si dice preoccupato per la rinascita dei populismi, degli egoismi nazionali, per la mancanza di democrazia e la paura dell’altro che oggi dilagano facendo percepire l’Europa più come una minaccia che come un aiuto. Per uscire da tutto questo, secondo il presidente della Comece, bisogna indagare e agire sul fenomeno della globalizzazione, riconoscere le cause di tutto questo, e attaccarle. “Un Paese da solo non può fare niente. Anche l’Europa stessa in sé è già debole. Bisogna veramente che ci sia un’alleanza tra i Paesi onesti e occorre ricordarsi che gli individualismi conducono alla guerra”.

Soft power

Mons. Hollerish insiste sulla responsabilità collettiva, sul bisogno di cooperazione tra gli Stati, soprattutto di fronte a situazioni critiche e in vista delle prossime elezioni europee, e poi ci rivela la sua idea di Europa. “Sogno un’Europa più giusta. Un’Europa che guardi ad una dimensione sociale profonda e mantenga lo stato sociale. Vorrei un’Europa che sia un “soft power”: un “power” attivo, anche in Medio Oriente, e nella politica mondiale, ma al tempo stesso “soft”, per riprendere il dialogo e per arrivare a soluzioni di pace prima che a soluzioni di guerra. Un’Europa che non si protegga dai migranti, coi campi in Libia, ma che investa nei Paesi africani. Un’Europa che sia per un’autonomia più giusta e che non costruisce il proprio profitto sulle armi.

19 maggio 2018, 14:31